UN INDOVINO MI DISSE di Tiziano Terzani (1995) Editore Longanesi.
Nota di copertina: Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte l’autore di questo libro: "Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai". Dopo tanti anni Terzani non dimentica la profezia (che a suo modo si avvera. in Cambogia, nel marzo del ‘93, un elicottero dell’ONU si schianta con ventitré giornalisti a bordo, e fra loro v’è il collega tedesco che ha preso il suo posto...). La trasforma, però, in un’occasione per guardare al mondo con occhi nuovi. decide infatti di non prendere davvero alcun aereo, senza per questo rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diviene così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria. Spostandosi in giro per l’Asia in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il giornalista può osservare paesi e persone da una prospettiva spesso ignorata dal grande pubblico: ci aiuta a riscoprire il gusto del Viaggio, ci guida alla scoperta di un continente in bilico tra passato e futuro (e che ricorre alla magia come antidoto alla modernità), ci insegna a conoscere palmo a palmo l’intero Sud-Est asiatico. Il documentatissimo reportage si trasforma man mano in una piacevole esplorazione, in un’appassionante avventura, in un racconto ora ironico, ora drammatico, in qualcosa di eccezionale, come il resoconto di un interminabile viaggio in treno dalla Cambogia a Berlino o quello di una solitaria traversata su una nave portacontainer da La Spezia a Singapore. Vagabondaggi insoliti e di per sé entusiasmanti, cui si intrecciano -ancora più insoliti o inquietanti- gli incontri fortuiti o provocati durante il percorso: maghi, santoni, veggenti, invasati, stregoni, sciamani, ciarlatani, tutti i profeti dell’occulto sondati per comprendere sia il loro mistero sia il proprio futuro. O per tener fede a quanto un giorno un indovino disse ...
Nota di recensione:
Sono, quelli che seguono, brani scelti da me e pedissequamente tratti dal libro.
Pagina 17: "Nella realtà però l’Asia del miracolo economico non è solo un continente il gioiosa crescita: è anche un mondo che sta suicidandosi nel perseguimento di un modello di sviluppo che non è frutto di una sua scelta, ma gli viene imposto dalla logica del profitto che oggi sembra dominare inesorabilmente ogni comportamento umano".
Pagina 29: "Purtroppo anche quel mondo sta per tramontare. Non perché i Lao abbiano improvvisamente cambiato idea, ma perché oggi un paese al bivio fra la modernizzazione-distruzione e un isolamento che conservi la sua identità è in realtà senza scelta: gli altri hanno già scelto per lui. Gli uomini d’affari, i banchieri, gli esperti delle organizzazioni internazionali, i funzionari dell’ONU e quelli dei governi di mezzo mondo sono ormai tutti convinti profeti dello "sviluppo" a ogni costo: tutti credono in una sorta di missione, per tanti versi simile al generale americano che in Vietnam, dopo avere raso al suolo un villaggio occupato dai Vietcong, disse, con l’orgoglio di chi è convinto d’aver compiuto un’opera meritoria: "Abbiamo dovuto distruggerlo per salvarlo". Al Laos sta succedendo lo stesso: per salvarlo dal sottosviluppo, i nuovi missionari del materialismo e del benessere economico lo stanno distruggendo. Il colpo più duro l’hanno dato gli australiani. Con l’idea di far del bene, il governo di Canberra ha costruito, a mò di regalo, appunto un gran bel ponte sul Mekong e il Laos perde ora con quello la sua ultima verginità. Con il loro innato sospetto per tutto quel che è nuovo e moderno, i laotiani lo chiamano già "Il ponte dell’aids"".
Pagina 43: "L’auto che mi aspettava a Takeck, il posto di frontiera thailandese dinanzi a Paksé, era come una macchina del tempo. Mi prelevava all’uscita di un Laos antico, remoto e ancora verginale e in poche ore mi riportava nella modernità volgare di Bangkok, sporca e caotica, appestata, dove l’acqua è inquinata e l’aria è carica di piombo, dove una persona su cinque non ha una vera casa, una su sessanta -inclusi i neonati- ha l’aids, una donna su trenta si prostituisce e ogni ora qualcuno si uccide".
Pagina 44: "Nel giro degli ultimi dieci anni Bangkok è stata travolta dal desiderio di modernità, e i giganteschi lavori hanno messo a soqquadro l’intera città: i canali sono stati coperti e trasformati in strade asfaltate: magnifici alberi centenari sono stati abbattuti; intere strade di vecchie case sono state spazzate via dai bulldozer e decine di grattacieli, con le loro profondissime barbe di ferro e cemento, sono stati costruiti al loro posto. La terra è stata aperta, rovesciata, trivellata, sconquassata e, benché quì e là si sia fatto attenzione a scusarsi con i pii, il disturbo è stato tale e tanto che moltissimi di loro sono arrabbiatissimi e la città è ora percorsa da queste invisibili presenze che, per vendetta, fanno impazzire la gente e accadere terribili disastri. I vecchi abitanti di Bangkok, almeno, sono convinti che le cose stiano così e io penso davvero che non abbiano torto."
Pagina 61: "Anche la Birmania si è arresa dunque al comune destino! Per trentanni ha cercato di resistere isolandosi, andando per una sua via, ma non ce l’ha fatta. Nessuno sembra farcela. Dalla Cina di Mao all’India di Ganghi e alla Cambogia di Pol Pot, tutti gli esperimenti di autarchia, di sviluppo non capitalista, con caratteristiche nazionali, sono falliti. I più, per giunta, facendo milioni di vittime".
Pagina 68: "Invece di continuare sulla propria strada e cercare soluzioni asiatiche ai suoi problemi l’Asia importa adesso, senza nessuna discriminazione, le formule del successo altrui e quindi rinuncia progressivamente alla propria diversità. Il rapido sviluppo strangola la sua cultura, mentre la pressione del nuovo materialismo spezza i legami tradizionali, distrugge i vecchi schemi di valori e toglie fiducia in tutto ciò che non è riconducibile al denaro. Modernizzazione vuol dire occidentalizzazione e con questo l’Asia perde definitivamente la coscienza di sé.
C’è per me qualcosa di tragico in questo continente che, così gioisamente, uccide se stesso. Ma nessuno ne parla, nessuno protesta, tanto meno gli asiatici. In passato, quando l’Europa batteva alle porte dell’Asia con le bordate delle sue cannoniere e chiedeva di aprire porti, di commerciare, di ottenere concessioni e colonie, quando le sue soldataglie saccheggiavano e davano alle fiamme un monumento come il Palazzo d’Estate a Pechino con uno spregio che ai cinesi brucia ancora sulla pelle, gli asiatici avevano, ognuno a suo modo, resistito.
I vietnamiti iniziarono la loro guerra di liberazione nell’attimo stesso in cui le prime truppe francesi sbarcarono sul loro territorio (quella guerra è durata più di cento anni ed è finita solo con la caduta di Saigon nel 1975). I cinesi si batterono nelle guerre dell’oppio e alla fine si affidarono al tempo per liberarsi degli stranieri che si imponevano con la forza delle loro armi più efficienti (gli ultimi due lembi di terra cinese in mano straniera, Hong Kong e Macao, torneranno sotto la sovranità di Pechino rispettivamente nel 1997 e nel 1999). Il Giappone, dal canto suo, reagì da camaleonte. Si fece esteriormente occidentale, copiò dall’Occidente tutto quel che poteva -dalle uniformi degli studenti ai cannoni, dall’architettura delle stazioni all’idea di Stato- ma interiormente cercò di diventare sempre più giapponese, inculcando nella sua gente l’idea della loro unicità.
Uno dopo l’altro, i vari paesi dell’Asia hanno fnito per liberarsi del giogo coloniale e per mettere l’Occidente alla porta. Ma ora? L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Asia non più impossessandosi dei suoi territori, bemsì della sua anima. Lo fa ormai senza un piano, senza una precisa volontà politica, ma grazie ad un processo di avvelenamento contro cui nessuno ha trovato per ora un antidoto. l’idea di modernità. Abbiamo convinto gli asiatici che solo ad essere moderni si sopravvive e che lunico modo di esser moderni è il nostro: il mondo occidentale. Ci sono alternative? Nessuna. Tutti i tentativi di percorrere altre vie sono finiti male!
Proiettandosi come unico vero rappresentante del progresso umano, l’Occidente è riuscito a dare, a chi non è "moderno" a sua immagine, un grande complesso d’inferiorità -neppure il Cristianesimo era riuscito a tanto!- e l’Asia sta ora buttando a mare tutto quel che era suo per acquistare tutto quel che è occidentale, sia nel modello originale, sia nelle imitazioni locali, da quella giapponese a quella thai, a quella di Singapore.
Copiare quel che è "nuovo", quel che è "moderno", è diventato un’ossessione, una febbre per la quale non esiste cura. A Pechino si buttano giù le ultime case su cortile; nei villaggi dell’Asia del sud-est, in Indonesia come nel Laos, al primo segno di benessere i bei materiali locali vengono sostituiti con quelli sintetici e i tetti di paglia rimpiazzati con quelli di bandone: poco importa se poi le case diventano calde come forni e nella stagione delle piogge le stanze sembrano tamburi dentro i quali ci si assorda!
Ormai tutti fanno così. Persino i cinesi! Anche loro, prima così fieri di essere eredi di una "cultura di 4000 anni" e perciò convinti di essere spiritualmente superiori a tutti, hanno ceduto e, significativamente, cominciano a sentirsi imbarazzati a mangiare ancora con le bacchette.
Adesso anche a loro pare di essere più presentabili con in mano coltello e forchetta; anche a loro pare di essere più eleganti se vestiti in giacca e cravatta. La cravatta! In origine un’invenzione dei mongoli per trascinare i prigionieri legati al pomo delle loro selle ...appunto con una corda al collo.
Nessuna cultura asiatica è ormai in grado di resistere, di tenere testa a questa tendenza. Non ci sono più princìpi o ideali capaci di mettere in discussione questa "modernità". Lo sviluppo è un dogma; il progresso a tutti i costi è un ordine inappellabile. Anche il semplice dubitare sulla sua direzione di marcia, sulla sua moralità, sulle sue conseguenze, in Asia è diventato impossibile".
Pagina 107: "Vivendo a Bangkok ho avuto sotto gli occhi l’esempio più lampante di uno sviluppo impazzito, delle orribili conseguenze di quella logica modernista che nessuno sa fermare e che è alla base dell’abbrutimento e della perdita d’identità dell’Asia. Guardandomi attorno mi son detto più volte che non c’è una cultura in grado di resistere, di esprimersi con rinnovata creatività. La cultura cinese, umiliata dal confronto con l’Occidente, è moribonda da almeno un secolo e Mao, non a caso cercando di fondare una "Nuova Cina", ha finito per ammazzare quel poco della vecchia che restava. Senza più niente cui rifarsi, i cinesi ora non sognano che di diventare americani, con gli studenti che marciano sulla Tien An Men dietro una statua, copia di quella della Libertà di New York, e i vecchi dirigenti marxisti-leninisti che fanno dimenticare i loro delitti e il loro voler restare attaccati al potere permettendo a tutti di correre dietro a sogni e illusioni di benessere occidentale".
Pagina 109: "Davvero straordinario il Tibet! Per secoli si tiene fuori del mondo, chiuso, inaccessibile, e per secoli, nell’isolamento, escludendosi da qualsiasi altro campo di ricerca, pratica la "scienza dell’interno". Poi arrivano i primi esploratori. All’inizio del secolo entrano i Lhasa, cinquantanni dopo i cinesi occupano il paese, ne fanno una sorta di colonia e centomila tibetani scappano. Ma è con quella diaspora che s’innesca la bomba a tempo della vendetta. Il buddhismo tibetano, prima praticato esclusivamente nelle regioni dell’Himalaya e in Mongolia, si propaga nel mondo".
Pagina 114: (Dopo una riunione terapeutica) ..."Seduta chiusa. Inchini, soldi messi discretamente sotto il librone e rinculo di tutti, strisciando, con i piedi all’indietro, verso le scale"
Pagina 115: Cinesi erano tutti i proprietari dei negozi che vedevo dal finestrino, cinesi i traghettatori sul fiume, cinesi i padroni delle industrie alimentari, cinesi i costruttori dei grattacieli, cinesi i banchieri, gli assicuratori, gli speculatori, cinesi tutti quelli che distruggevano Bangkok ...Bangkok è condannata, ma a mandarla al capestro non sono i Thai: sono i cinesi, installatisi quì al massimo da una o da due generazioni. Venuti dal sud della Cina, come emigranti per sfuggire alle guerre e alle carestie di casa loro, i cinesi si sono trovati in Thailandia meglio che in ogni altro paese del sud-est asiatico. Grazie alla tolleranza della gente e del buddhismo, quì hanno trovato lavoro, si sono sposati, e sono, senza difficoltà, diventati cittadini a pieno diritto. Esperti artigiani, abilissimi commercianti, i cinesi hanno presto accumulato enormi ricchezze e hanno lentamente sottratto le sorti economiche di questa città ai suoi originari abitanti, i thailandesi, gente poco adatta alla guerra e agli affari, tendenzialmente giocosi e sempre più pronti a divertirsi che a lavorare".
Pagina 116: "Lo stesso è ormai vero in diversa misura negli altri paesi del sud-est asiatico. Se un giorno, per uno schiribizzo, tutti i cinesi della regione decidessero di stare a casa, e di non lavorare e di chiudere le loro aziende, gli indonesiani non avrebbero più auto con cui muoversi, sigarette da fumare né carta su cui scrivere; i filippini non avrebbero più navi con cui spostarsi fra le loro migliaia di isole e i giapponesi non avrebbero più gamberi nelle loro pentole. La maggior parte dei grattacieli in costruzione nei vari paesi resterebbe incompiuta e l’intero continente tremerebbe, perché sono i cinesi della diaspora a finanziare i vari "draghi", sono loro il morore della "miracolosa" locomotiva che anima il boom economico lungo le coste della Cina: loro, i discendenti dei coolies, dei mercanti, dei poveracci partiti nel corso di alcuni decenni verso il Nan yang, il mare del sud, in cerca di fortuna".
Pagina 124: "Nonostante questa facciata di turistica innocenza, c’è, girando per Betong, qualcosa di strano che immediatamente colpisce: il numero dei barber shops. Ce ne sono a diecine, uno ogni pochi metri, e che non facciano solo la barba è ovvio dai loro strani nomi tipo "Funny barber" o "Sexy barber". Approffittando della vicinanza della Malesia e perciò di un immenso "mercato" di uomini sessualmente repressi dal puritanesimo islamico, Betong ha sviluppato una delle industrie più redditizie: la prostituzione. Il servizio è tutto thailandese, la clientela esclusivamente malese. Senza bisogno di passaporto e con un visto di sole 24 ore, migliaia di musulmani passano ogni giorno il confine per abbandonarsi ai piaceri proibiti in casa loro. Betong è una città-bordello".
Pagina 126: "Impressionante era anche il viavai dei malesi da un bordello a unaltro. Sui vetri scuri di ciascuno c’erano piccolissime scritte a malapena leggibili "Senza preservativo c’è rischio di Aids". Entrai in un paio di posti. L’arredamento era più o meno identico: un bancone bar, poltrone di plastica con tante ragazze e cubicoli di pochi metri quadrati in cui le coppie si ritiravano. Il prezzo variava da 120 baht (7.000 lire) a 200 (12.000 lire) per un’ora. L’"affitto" di una ragazza per un’intera giornata andava dai 1.500 alle 2.000 baht.
-"Con preservativo?" chiesi.
- "Se non ti piace, basta che tu paghi qualcosa in più".
E così l’Aids si propaga come un fuoco di prateria. Una tenutaria cinese ventiquattrenne con un bambino di tre anni che giocava lì attorno mi spiegò che in tutta la città c’erano circa tremila ragazze, che molte venivano dal nord ("Hanno la pelle chiara e piacciono di più ai malesi...") e che recentemente alcune centinaia erano state ritirate dal barber shop perché avevano meno di sedici anni. Se però ero interessato ad una di quelle, bastava una telefonata. Stavano tutte in un dormitorio poco lontano."
Pagina 129: "La maestra s’era messa a parlarmi di quanto era difficile fare il suo mestiere in una cittadina come Betong piena di prostitute che avevano l’età dei suoi studenti. Diceva che la presenza dei barber shop inquinava ogni aspetto della vita, che la corruzione dominava ogni rapporto sociale, che la polizia stessa era coinvolta in stupri ed estorsioni, e che in quel clima di violenza, sesso e soldi era impossibile educare dei giovani normali. Disse che nelle scuole di Betong era persino proibito parlare di Aids perché le autorità locali, coinvolte com’erano nella spartizione dei profitti, non volevano che si intralciasse il lavoro dei bordelli."
Pagina 129: (A proposito di un indovino) ... Aveva cominciato a guardarmi fisso e, senza chiedermi nulla, senza voler sapere dove e quando ero nato, da dove venivo, senza leggermi la mano, senza far conti, s’era messo a parlare lentamente. La maestra traduceva parola per parola: "Sei uno che viaggia molto, ma quel che ti piace è vivere in un posto di campagna come questo ..."."
Pagina 137: (In Malesia) "tutto era verde e ordinato. In mezzo alla vegetazione si vedevano a volte biancheggiare le case dei piantatori. Tutto era naturale, lussureggiante... tranne le donne con i loro veli. Era l’ora dell’uscita dalle scuole ed io guardavo con orrore tutte quelle ragazzine malesi, sotto il sole, chiuse nei loro mezzi chador , le tuniche celesti lunghe fino a terra, accanto alle loro disinvolte compagne cinesi con le gonne corte e le camicette bianche. Due popoli ormai distinti e separati. Il tutto in nome della spiritualità islamica contro il materialismo dei cinesi? Anch’io ce l’ho con il materialismo. Ma come posso considerare miei alleati ideologici questi bigotti che vestono le loro figlie così?"
Pagina 143: "Ero arrivato in Asia per la prima volta nel 1965. C’ero venuto a vivere nel 1971 e nel giro di poco più di due decenni avevo visto quell’Asia che m’aveva fatto lasciare Firenze, sparire dinanzi ai miei occhi, avevo visto il panorama delle città mutare, la gente indurirsi. Tutto quello che avevo amato veniva distrutto."
Pagina 153: "O chi riflette più sulla morte? Quella per noi occidentali è diventata un tabù. Viviamo in società fatte di ottimismo pubblicitario in cui la morte non ha posto. E’ stata rimossa, tolta di mezzo. Ogni indovino che vedevo invece me la metteva davanti. Già nel corso della mia vita com’è cambiata, la morte! Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano. La morte veniva mostrata. Si apriva la cada, il morto veniva esposto e ciascuno faceva così la sua conoscenza con la morte. Oggi è il contrario. la morte è un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro."
Pagina 188: "Mi risuonò in testa la frase con cui attacca Il romanzo dei tre Regni, il grande classico cinese. "Gli imperi crescono e crollano". Come aveva fatto presto a crescere e a crollare l’Impero sovietico! Solo qualche anno prima, questi stessi russi andavano ancora in giro per il mondo con l’orgoglio di essere cittadini di una grande potenza; incutevano paura e si facevano rispettare. E ora? Dei poveracci, fra il ridicolo e il patetico, in blue jeans e scarpette da ginnastica, a viaggiare giorni e giorni in treno verso la Mecca dei consumi, nella speranza di riempire i bagagli con qualcosa che, rivenduto a casa, farà guadagnare loro due soldi: calcolatori e mutande di sete, accendini, videoregistratori, giochini elettronici e regipetti."
Pagina 191: "Singapore me la ricordavo torrida, a volte avvampata. C’era un’ora, dopo pranzo, in cui, anche nella nostra casa in mezzo agli alberi, l’aria era così calda e immobile, il frinire delle cicale così abbondante che si stava sotto le pale dei ventilatori ad aspettare lo scroscio liberatorio di un acquazzone o la brezza che con il tramonto sarebbe venuta dal mare. Nella nuova Singapore, invece, faceva letteralmente freddo! Freddo negli alberghi, nei negozi, negli edifici pubblici, negli uffici; freddissimo nei ristoranti, nella metropolitana, nei taxi, negli ospedali, nelle case, nelle automobili. Sembrava che quella condizionata fosse ormai l’unica aria che Singapore riuscisse a respirare. L’intera isola era come sotto un’enorme campana di vetro in cui cresceva una vita artificiale ed efficiente che non aveva più nulla a che fare con la natura attorno, con il caldo dell’equatore. Le donne non indossavano più le camicette leggere di un tempo, i sarong fioriti o i pantaloni di seta; il nuovo vestito nazionale era ormai il tailleur, con le calze o il collant come si usa a Londra. Singapore un tempo era una città piena di odori: odori di muffa, di terra bagnata, di frutti freschi, di verdura putrida, di aglio fritto, di legno che marcisce. Anche quelli era scomparsi."
Pagina 192: "Singapore è un paradiso per i turisti, ma i turisti devono essere come li vuole Singapore! I miei odiati turisti! Purché non cerchino una nave, quì trovano tutto e lo trovano a minor prezzo che altrove, perché Singapore è un porto libero e non ci sono tasse: un vestito in ventiquattrore, una giada preziosa, gli occhiali alla moda, un costume da bagno, l’ultimo disco, la più piccola macchina fotografica, il più potente stereo, il personal computer più leggero. Ce ne sono a palazzi interi."
Pagina 193: "Singapore è la Betlemme della nuova grande religione: la religione dei consumi, del benessere materiale, del turismo di massa. Non c’è più bisogno di cattedrali o di moschee. I nuovi templi sono gli alberghi. E’ ormai vero quasi dappertutto in Asia. Non ci sono più bei palazzi o pagode a scandire il panorama delle città: solo alberghi. Gli alberghi sono il centro della vita, i punti di ritrovo, di riflessione, di divertimento, di svago, di piacere. Gli alberghi sono quello che un tempo erano i caffé, le chiese, le piazze, i teatri: tutto in uno. A Kuaka Lumpur come a Hong Kong, a Seul come a Bangkok. A Singapore tutto meglio che altrove."
Pagina 195: "Eppure era splendida! Vista dall’alto di Fort Canning, dove andavo ogni mattina a correre, Singapore era un sogno di città, con i grattacieli trasparenti come nuvole geometriche contro il cielo, i giardini immacolati, le strade senza ingorghi. Andavo all’università ed era una vera gioia: i viali perfetti, le biglioteche modernissime inondate di sole, i prati di vari verdi, punteggiati di campi da gioco, gli alberi folti e ombrosi. Uno splendore, dove niente era lasciato al caso, dalla combinazione delle erbe di diversi colori sui pendii alla curvatura di un ramo perché non intralciasse il transito delle macchine sulla strada. Mi bastava però parlare con qualcuno per essere preso nuovamente dall’angoscia.
"I nostri studenti sono di primissima qualità. Hanno una preparazione di livello internazionale e sono politicamente fidati. Sanno quando parlare e sopratutto quando stare zitti" mi disse un giorno il direttore di uno degli istituti di ricerca dell’università. Lui trovava questo segno di maturità. A me fece, tutt’a un tratto, odiare le aiuole, gli alberi, i bei prati e il sole nelle biblioteche. Passavo le mie giornate in una continua altalena fra ammirazione e disgusto, fra sorpresa e orrore per questo isolotto di benessere e di efficienza in mezzo al mare caotico e sporco del sottosviluppo e del miracolo economico asiatico. "Questo è il futuro... e funziona", mi dicevo nei momenti di depressione."
Pagina 196: "Il prezzo? Una città senza vita, un popolo banale, e la dittatura."
Pagina 198: "Il numero dei poliziotti rispetto alla popolazione è a Singapore fra i più alti del mondo. Ma i poliziotti non si vedono. Il controllo del traffico è automatico. Una macchina passa con il rosso? C’è la cinepresa che registra il numero di targa e la multa arriva in un balena al suo proprietario. Per entrare nel centro città nelle ore di punta occorre pagare una tassa: un occhio elettronico scala automaticamente l’importo da una scheda magnetica ogni volta che la macchina passa i punti di controllo. La stragrande maggioranza dei poliziotti lavora nello spionaggio interno. Gli agenti, in incognito, sono dappertutto: nei blocchi delle case popolari, negli uffici, nelle fabbriche e sopratutto nell’università. Una legge sulla sicurezza dello Stato permette l’arresto e la detenzione a tempo indeterminato di qualsiasi persona."
Pagina 206: "Basterebbe aprire un canale nel punto più stretto della penisola malese, l’istmo di Kra, per far risparmiare centinaia di miglia marine a tutte le navi che dall’Europa sono dirette in Thailandia, in Indocina, nelle Filippine, in Cina, in Giappone e viceversa. Con quel canale, del quale ogni tanto si sente parlare, Singapore verrebbe tagliata fuori e diventerebbe presto una città morta, come una di quelle cresciute e finite nella corsa all’oro in America. Lee Kuan Yew e i suoi uomini questo lo sanno e stanno già riciclando Singapore per prepararla ad un altro ruolo: quella di capitale informatica dell’Asia, la prima vera, integrata "città intelligente" del mondo. Singapore è già oggi la città con più robot pro capite del mondo, uno dei posti più computerizzati della regione e quello con la più alta conoscenza elettronica fra la popolazione. Dovunque ci sono computer; dovunque si fanno corsi per impapare ad usarli. Così in quest’isola, dove il materialismo già imperversa e dove i soldi già sono l’unico criterio di successo e di moralità, si aggiunge dunque un altro elemento di piccineria: la logica binaria di queste macchine che stanno cambiando, non solo il modo con cui la gente lavora, ma quello con cui pensa... Un tempo nelle scuole, anche di Singapore, si insegnava a pensare. Ora si insegna sopratutto a programmare. Ma che cosa succede a una società che cresce così, senza "distinguo", e solo con la logica del "sì" e del "no" dei computer? Cosa succede nella testa dei bambini che crescono con l’impressione che c’è una soluzione per ogni problema e che tutto è al massimo una questione di software?"
Pagina 212: ""Non devi mangiare la carne di cane, non devi mangiare la carne bovina, non drogarti con l’eroina", poi aggiunse: "Va bene?" come se in qualche modo su quelle proibizioni fosse possibile mercanteggiare. "D’accordo per l’eroina e per il cane, ma non mangiare mai carne di bue mi crea problemi". La donna si scosse violentemente. Dalle sue viscere venne di nuovo quella strana risata sardonica, poi la vecchia voce: "Pensa al bue. Un animale forte, bello. Aiuta l’uomo nei campi e sulla strada. Per mangiarlo lo devi ammazzare. Quella carne entra dentro di te e farà anche di te un assassino. No. Non devi mangiare mai più carne di bue. Ogni volta che sei tentato pensa a come il bue viene ucciso. Ti passerà la voglia. Bisogna rispettare la natura, gli animali. Bisogna vivere in modo naturale... Se mangi il bue, Kuan Lao Xiang Xian non ti proteggerà più."
Pagina 226: "E’ raro leggere nei racconti di viaggio, anche quelli moderni, che cosa mangia la gente; eppure in Asia il cibo è ancora uno dei grandi piaceri. La varietà è grande, il modo di prepararlo è ancora semplice, e gli odori e i colori fanno parte della gioia quanto i sapori. Ogni piatto ha poi quel suo speciale valore magico che rende il mangiare ancora più attraente. Una cosa fa bene al fegato, una alla circolazione del sangue. Un frutto riscalda, uno raffredda, mentre tante cose fanno bene al sesso, ossessione comune a tutti i popoli di questa parte del mondo."
Pagina 226: "Nordin veniva dal centro dell’isola di Sumatra, era Batak e orgogliosissimo delle proprie origini. I Batak sono divisi in quattro tribù. Batak apparteneva ai Karò e raccontava che quando una ragazza muore non sposata è tradizione metterle nella bara una banana fresca "così da avere compagnia nel suo viaggio agli inferi". Nella bara dei ragazzi celibi invece viene posto un grosso bambù con un foro nel centro."
Pagina 239: "Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da te ed osservare la gente che passa, metterso in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli epoi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più bisogno di abdare altrove. La miniera è esattamente la dove si è: basta scavare."
Pagina 241:"Il vecchio Yang e il giovane Yang erano nati e vissuti a Tanjiung Pinang, ma non avevano alcun affetto per quel posto, nessun vero rapporto con i suoi originari abitanti. Trovavano gli indonesiani rozzi e incolti, loro che si vantavano di appartenere alla "grande civiltà cinese", di cui però non portavano gran ché addosso. Si sentivano cinesi, cinesi erano i loro antenati e cinesi sarebbero stati i loro discendenti. La Cina era la loro patria. Dove fosse quella Cina non era chiaro. Non nella Cina di Mao e di Deng Xiaoping, ancora troppo povera, non a Taiwan, troppo piccola e insignificante. Era nell’idea di Cina, in un’imprecisa cinesità in cui tutti quelli della diaspora si riconoscono."
Pagina 241: "La Indonesia ha una popolazione di 190 milioni. I cinesi sono appena il 2 per cento, ma il 70 per cento del commercio del paese è in mano loro, i primi cinque gruppi industriali e le maggiori banche sono loro. Aziende cinesi producono di tutto: dal sapone al cemento, dalle sigarette all’oilio di cocco. Anche Tanjiung Pinang è sostanzialmente in mano ai cinesi: controllano la maggior parte dei negozi, i battelli che fanno la spola con le isole vicine, e hanno le mani in tutti i nuovi progetti di sviluppo. Il primo karaoke della città appartiene a un cinese, così come i vari bordelli, mascherati anche quì dietro le insegne innocenti dei negozi di barbiere. La storia dei cinesi della diaspora l’avevo tutta lì: forti, duri, lavoratori, sempre pronti ad andare altrove e a prendere il passaporto di qualsiasi Stato che garantisca loro sicurezza e protezione, non hanno ormai che un interesse: quello di far soldi. Uno dei nuovi modi di farli è di costruire, di mettere cemento dovunque, e in questo, loro, i cinesi, sono all’avanguardia. La loro influenza si estende ormai su tutta l’Asia. E’ così che distruggono Bangkok. Presto faranno lo stesso con Rangoon, con Hanoi e con ogni altra città alla quale avranno accesso. Sono i cinesi della diasposra che con i loro immensi investimenti stanno ora rifacendo a loro immagine le città costiere della Cina. Sono loro i modelli di successo, i nuovi eroi della gioventù cinese, disorientata dal fallimento del maoismo. I cinesi della diaspora mi apparivano sempre di più come i missionari di quel materialismo dal quale io cercavo di fuggire.".
Pag. 242: "Padre Willem aveva viaggiato in tutto l’arcipelago e, secondo lui, la situazione era praticamente la stessa in ogni isola: i cinesi sono ovunque una minoranza e dovunque sono i più intraprendenti, i più attivi, i più ricchi. La differenza con gli abitanti locali, secondo lui, era semplice: "Un indonesiano va a pescare e prende tantissimi pesci. E’ felice, torna a casa e si gode per giorni quel che ha guadagnato, pensando che può riposarsi. Un cinese va a pescare e prende tanti pesci; pensa che quella è la buona stagione, che ha trovato un punto ottimo; scarica la barca, ritorna a pescare e prende tantissimi altri pesci". Secondo lui era una questione di razza e non c’era nulla da fare.
Pag. 258: "La nave fu una vera gioia: una grande, bella nave, fatta una trentina d’anni prima in un cantiere di Amburgo, con i camminamenti di legno, le cabine con gli oblò, un ristorante, una sala da ballo, un bar, una moschea e una chiesa; una nave insomma come usavano un tempo, una nave come una piccola città da esplorare, in cui camminare da cima a fondo, salire da un ponte a un altro, stare a un parapetto a guardare l’orizzonte o a cercare, fra i passeggeri, la faccia interessante di uno con cui si ha voglia di parlare. La nave viaggiava in mezzo a isolotti deserti, coperti di palme; cielo e mare s’erano fatti color rame. Lo spettacolo degli ultimi bagliori di luce sul mondo aveva qualcosa di religioso e, affacciati sui vari ponti, a godersi la commovente bellezza della natura che ci scivolava davanti, c’erano, assieme ai passeggeri, i marinai in tenuta blù, gli ufficiali in uniformi bianche e i camerieri con i pantaloni neri e le giubbe rosse dai bottoni d’oro. Tutti in silenzio. Presto venne l’ora della preghiera, poi quella della cena.
Che invenzione straordinaria, le navi! E debbono scomparire? Certo, mi si dice: debbono scomparire per "ragioni di mercato", perché, economicamente, le navi "non rendono" più. Così funziona il nostro mondo e così ci togliamo un altro piacere. Finiremo per far scomparire anche le donne! Invenzione d’Iddio, quelle! Certo: le faremo scomparire il giorno in cui si scoprirà che si possono fare figli molto più economicamente in provetta, senza dover aspettare nove mesi: quando si scoprirà che non c’è più "mercato" per l’amore e che gli uomini possomo mettere il loro pisello in una macchina programmata elettronicamente per tutti i desideri, senza il rischio di malattie, senza che quella pretenda qualcosa per sé, tranne dei soldi. Evviva le navi!
Evviva le navi! Con il loro ansimare, scuotere, sospirare, con il loro gioire delle carezze delle onde, con il loro godere nell’amplesso del mare, le navi sono a misura dell’uomo. Teniamole in vita come una prova d’amore. Usiamole per far felici gli ultimi romantici. Usiamole per salvare i depressi! Facciamo viaggiare sulle navi chi non sopporta più il peso della vita, chi non vede ragione per tirare avanti, chi si sente soffocare, e risparmieremo quintali di pasticche, faremo a meno del valium e del prozac!".
Pag. 260: "La musica sembra ormai fatta per arrivare alle orecchie, non all’anima; la pittura è spesso un’offesa agli occhi; la letteratura, anche lei, è sempre più dominata dalle leggi del "mercato". E chi legge più di poesia?".
Pag. 260: "Angela dice che, se dovesse eliminare una delle invenzioni di questo secolo, ancor prima della bomba atomica, eliminerebbe la televisione. Non ha tutti i torti. La televisione riduce la nostra capacità di concentrazione, ottunde le nostre passioni, ci impedisce di riflettere, imponendosi come il più importante -quasi il solo- veicolo di conoscenza. Eppure nessuna verità è più falsa di quella della televisione che, per sua necessità, trasforma ogni avvenimento, ogni emozione in uno spettacolo; con il risultato che nessuno riesce più a commuoversi o ad indignarsi per qualcosa. Attraverso la televisione abbiamo immagazzinato milioni di informazioni, ma siamo diventati moralmente ignoranti. La televisione distrae, fa passare il tempo! Ma è davvero ciò che vogliamo?".
Pag. 286: "Scendemmo in un albergo di Kompong Som aperto da poco per ospitare funzionari delle Nazioni Unite e di tutte quelle organizzazioni impegnate nello sforzo internazionale di portare la democrazia in Cambogia. La prima impressione fu che, al ritmo dei dollari, la democrazia avanzava con successo. Kompong Som che, ancora un anno prima, non aveva che qualche lucina accesa dopo le otto di sera, era diventata una ville lumière, con vari ristoranti e bar aperti fino a tardi e una grande discoteca dove affluivano dai villaggi della provincia tante ragazze, vestite come bambole e truccate come le maschere del teatro giapponese. La prostituzione -ormai l’ho imparato- è il primo segno della liberalizzazione e della ripresa economica!".
Pag. 291: "Ebbi l’impressione che la "comunità internazionale" -quella strana, indefinibile accozzaglia di gente di tutti i colori, di tutte le misure, di tutte le lingue, che in comune aveva solo l’interesse a guadagnare, come rimborso spese di un giorno, quello che un cambogiano medio guadagnava in un anno, 150 dollari USA, volesse restare in Cambogia al costo di qualsiasi compromesso. Il destino dei Cambogiani non era la grande priorità del momento. Per le Nazioni Unite era prioritario portare a buon fine l’intervento in Cambogia, così da poter ripetere l’intervento altrove.".
Pag. 292: "Una cosa le Nazioni Unite l’avevano fatta. Con la loro presenza avevano ridato fiducia agli uomini d’affari. A Phnom Penh i prezzi delle case erano alti come quelli di New York, dovunque si aprivano nuovi alberghi, ristoranti, danging e bordelli. Il processo di pace aveva reintrodotto quella logica dell’economia di mercato che non conosce principi tranne quello del profitto. Nel giro di pochi mesi la Cambogia era diventata la meta di speculatori, per lo più cinesi venuti da Bangkok, da Kuala Lumpur e Singapore, che, grazie all’immensa corruzione dell’apparato amministrativo locale, mettevano le mani sulle risorse locali e nei più loschi traffici, da quello delle medicine scadute al contrabbando di auto e di pietre preziose. Un uomo d’affari -americano, quello- cercava di seppellire in Cambogia le scorie nucleare che nessun altro paese voleva.".
Pag. 325: (In Vietnam)" A una stazione salì un cieco a cantare la sua cantilena, ma non ebbe fortuna. A causa della mia presenza, i poliziotti lo spinsero giù. Due ragazzi, scoperti senza biglietto, vennero portati accanto a me, ammanettati al sedile e presi a schiaffi dai poliziotti. Uno piangeva ma l’altro mantenne un’aria di sfida, come se si riservasse di fare i conti un’altra volta. Cercai di guardare il treno con gli occhi dei bambini che ci salutavano dalle risaie, dei giovani nei villaggi di pietra che passavamo e capii che era una quotidiana tentazione; in quel mondo che non cambiava, il treno era l’unica speranza di movimento; il treno portava via, il treno era carico di gente diversa, il treno andava altrove. Nella loro fantasia il treno è simbolo di potere, di gioia, di ricchezza, di cambiamento; per questo tutti corrono verso il treno, ci si buttano contro, cercano di salire, di stare sul tetto: i ciechi, i mendicanti, i bambini, i ladruncoli, gli storpi, i ribelli e tutti quelli che hanno un sogno da realizzare o una rabbia da sfogare.".
Pag. 326: "Dall’ultimo posto vietnamita a quello cinese c’è circa un chilometro. La strada è in salita e attraversa una densa foresta. Ero solo e quell’andare a piedi, sudando, verso la Cina mi caricò di quella trepidazione con cui si va all’appuntamento con chi si ama e non si ò visto da tempo. Ecco, di nuovo una frontiera che vedevo, che sentivo fisicamente; di nuovo la gioia di un paese che avevo l’impressione di meritarmi per la fatica che facevo nell’avvicinarmi, lentamente, ad uno dei suoi passi. Non ci sarebbe stato quell’incerto toccare terra delle gomme di un aereo, la prima immagine non sarebbe stata quella di una torre di controllo, di una pista di cemento! E infatti. A una curva alzai gli occhi e la Cina con la sua storia, la sua cultura, la sua grandezza era lì in un imponente, vcchia fortificazione, con un’alta porta di legno chiodata sulla quale spiccavano tre eleganti caratteri: "Passo dell’Amicizia".
Tutt’intorno c’era una quiete sobria e antica. Provai una grande emozione, come di tornare a casa. Il contrasto non poteva essere più esplicito. Mi lasciavo dietro un povero, duro, testardo piccolo paese ed entravo in un maestoso impero, sicuro e pieno di sé.
L’impero era vecchio, gigantesco e si definiva ancora socialista, ma anch’esso ormai non sembrava conoscere che un dio: il denaro. Qian fu la prima parola con cui la Cina mi accolse, e qian, denaro, fu la parola che mi accompagnò, come un’ossessione, in ogni conversazione, ogni discorso che sentii nei cinque giorni che impiegai a traversare il paese da sud a nord.".
Pag. 327: "Nanning è una della città in piena espansione della Cina del sud. I suoi grattacieli cercano di imitare quelli di Hong Kong. Elegantissimi nuovi alberghi, ristoranti scintillanti, night club e massage-parlours sono le oasi di una nuova classe di privilegiati che si spostano in Mercedes, hanno il telefono cellulare sempre all’orecchio e si fanno scortare dalle loro guardie del corpo.".
Pag. 329: "Tutti sembravano avere un rapporto terribilmente conflittuale con i cinesi. Al minimo screzio mostravano loro i pugni, davano spinte. Ai miei tempi in Cina questo era impensabile. I cinesi erano allora riuscite ad imporre un tale rispetto di sé che nessuno straniero si sarebbe permesso di attaccare direttamente un cinese o di offenderlo. Ma quelli erano anche i tempi in cui una cinese non poteva andare a letto con uno straniero, in cui uno straniero in Cina non poteva possedere nulla, non poteva assumere operai, impiegare una segretaria o pagarsi un’amante.".
Pag. 329: "Per andare da Xian a Lanzhou presi il treno numero 44, famoso per la mafia che lo controlla. Il "capo dei capi" era seduto al ristorante. Mi presentai e presentai il mio problema: "Ho un biglietto per i sedili duri, ma come vedi sono grande e grosso e vorrei potermi allungare per dormire": Affare fatto: con 50 yuan ottenni un posto nel vagone "soffice". Siccome lui controllava anche la cucina, per un paio di dollari in più mi godetti una bella cena, servita eccezionalmente su una tovaglia bianca e non -com’è ormai d’uso- sulla plastica, appiccicosa degli avanzi altrui. Poco dopo, però, scomparve una delle mie macchine fotografiche. Parte della mancia? Inutile andarlo a raccontare ai poliziotti. Forse erano stati proprio loro ad averla presa.".
Pag. 330: "Secondo lui l’intero sistema, messo in piedi dai comunisti dopo il 1949, stava per crollare. "Gli insegnanti vanno al mercato invece che a scuola perché guadagnano di più con il piccolo commercio che a far lezioni. I poliziotti non acchiappano più i ladri perché sono loro stessi diventati gangster. Come può un paese andare avanti così?" disse perché tutti sentissero. Anche questa libertà di parlare sarebbe stata impensabile ancora qualche anno fà. "Il solo modo di fermare l’anarchia", concluse, "è che l’esercito e le forze di sicurezza prendano in mano il paese e impongano di nuovo l’ordine con la forza". "Dal comunismo di Mao al gangsterismo di Deng, al fascismo di chi?" chiesi io.".
Pag. 331: "Per un intero pomeriggio il treno viaggiò lungo il deserto del Gobi, poi, per un giorno intero lungo il Fiume Giallo. La natura era poverissima e selvaggia; ma l’uomo l’aveva domata e l’aveva fatta fruttificare. File di pali elettrici si perdevano all’orizzonte; per centinaia di chilometri la ferrovia era protetta da strisce d’erba piantate tenacemente lungo l’orlo del deserto per bloccare l’avanzata della sabbia che avrebbe altrimenti inghiottito le rotaie. Dovunque vedevo dighe, ponti, canali di irrigazione e straordinarie barriere verdi di pioppi piantati all’infinito per difendere la lontana Pechino dalle micidiali tempeste di polvere: tutti, tutti questi erano progetti realizzati con il lavoro collettivo degli ultimi quarant’anni. Chi farà questo tipo di lavori nel futuro?".
Pag. 332: "L’acquisto di un nuovo biglietto fu ancora una volta una piccola avventura. Quando, alle sei del mattino, gli sportelli aprivano, i biglietti erano già tutti venduti ..., al mercato nero. Pagai il mio il doppio del dovuto e, entusiasta, salii sull’espresso per Ulan Bator.".
Pag. 348: "I mongoli del 1921 credevano e vivevano di questo. E perciò nella Urga di Ossendowski, luogo di mistero, di orrore, ma anche di grande fascino, potevano accadere cose incredibili. Ora non più. La modernità ha spazzato via quell’universo di fede, ha "liberato" i mongoli dalla schiavitù delle loro leggende e dei loro lama, ma al tempo stesso ha svuotato i loro templi, tolto ogni senso alle loro cerimonie e con ciò impoverito le loro vite.".
Pag. 375: "Bella gente i marinai! Ma anche loro destinati a sparire. Già non si chiamano più così: "marinai", "mozzi" e "nostromi" sono stati aboliti e al loro posto, per ragioni sindacali, è subentrata una nuova categoria: quella dei "comuni polivalenti", gli uomini tuttofare.
Succede lo stesso con la sapienza marinara, accumulata attraverso i secoli: il mondo moderno non sa più cosa farsene. Gli strumenti ormai fanno da sé. Un tempo un marinaio doveva aguzzare lo sguardo per riconoscere, in un certo increspare delle onde, la presenza di un banco di pesci, per vedere da lontano la navigabilità di una rada, o per accorgersi in tempo di un fondale basso in cui la nave poteva incagliarsi. Ora tutto questo è affidato ai radar e ai sonar, che ogni anno diventano più precisi. Eppure, quanta conoscenza viene persa! Quante antenne naturali cadono dalla testa dell’uomo per essere rimpiazzate da antenne elettroniche!".
Pag. 386: "E’ giusto che i cacciatori di teste rinuncino ai loro pur macabri riti per dedicarsi a quello, più innocuo, ma ugualmente disumano, di passare ore e ore davanti a una scatola delle illusioni, chiamata televisore? E’ giusto che la luce calda e intima dei lumini ad olio venga sostituita da quella piatta e bluastra dei tubi al neon? Che lo struggente tintinnare dei campanelli mossi dalla brezza del tramonto in cima ad una pagoda venga soffocato dall’urlìo di una discoteca appena aperta sulle sponde di un lago, dove i sacchetti di plastica e le lattine vuote della birra importata già galleggiano sconciamente sulla splendida distesa dei fior di loto? Il "progresso" arriva ormai ovunque. Anche là dove non ci sono ancora strade o aeroporti, una semplice antenna in cima a un albero basta per captare i seducenti messaggi, i velenosi segni di modernità, e i posti al mondo in cui si ha ancora l’occasione di porsi, pur retoricamente, queste scontate, anti-storiche domande, sono ormai rimasti pochissimi. Uno di questi era un angolo remoto della Birmania orientale fra la città di Kengtung e la frontiera cinese. Da più di mezzo secolo l’intera regione, a causa delle vicende interne e della xenofobia dei suoi governanti, era rimasta chiusa al resto del mondo e con ciò come bloccata in quella magica bellezza che è delle cose senza tempo.
L’incanto è finito. Dopo aver aperto, con il lavoro forzato dei prigionieri incatenati, la strada fino a Kengtung, i birmani, dodici mesi dopo, su pressioni di Bangkok e di Pechino, aprirono anche il tratto da Kengtung alla provincia dello Yunnan, trasformando l’intera regione in una zona di passo fra la Thailandia e la Cina, in un mercato libero a tutti i traffici: da quello dell’eroina a quello delle vergini.
Uno degli ultimi angoli di indomita natura venne così dato in pasto alla logica del profitto. E a quelo stupro partecipai anch’io!".
Pag. 390: "La situazione era perfetta per fare l’interesse di tutti i protagonisti. Lasciando una parte del suo territorio in mano ai Wa, il governo di Rangoon poteva pretendere di non essere in alcun modo coinvolto nel traffico della droga fatto da quei "ribelli", anche se certamente riceveva una percentuale dei profitti. I cinesi, dal canto loro, potevano affermare di non avere né coltivazioni né raffinerie entro i loro confini, anche se certo approfittavano del fatto che gran parte dell’eroina di Li Minxiang passava dalla Cina per andare nel resto del mondo.".
Pag. 391: "Strano destino, quello di Mao! Aveva voluto dare vita a nuova Cina, rifondando la sua civiltà, imponendole nuovi valori e aveva finito per distruggere quel poco che ancora restava della vecchia. E’ stato Mao a voler togliere ai cinesi quell’ultima coscienza di essere diversi grazie alla loro civiltà per mettere loro in testa che erano diversi perché erano rivoluzionari. E’ bastato dimostrare che quella rivoluzione era un fallimento perché la tragedia arrivasse al suo epilogo, perché i cinesi andassero alla deriva e fossero presi dalla corrente dei tempi: quella di diventare come tutti. Poveri cinesi!
Il destino di questa straordinaria civiltà che aveva, davvero, per millenni, preso un’altra via, che aveva affrontato la vita, la morte, la natura, gli dei in maniera diversa dagli altri, mi rattristava! Quella cinese era una civiltà che aveva inventato un suo modo di scrivere, di mangiare, di fare l’amore, di pettinarsi: una civiltà che per secoli ha curato diversamente i suoi malati, ha guardato diversamente il cielo, le montagne, i fiumi; che ha avuto una diversa idea di come costruire le case, di fare i templi, un’altra concezione dell’anatomia, un diverso concetto di anima, di forza, di vento, d’acqua; una civiltà che ha scoperto la polvere da sparo e l’ha solo usata per fare fuochi d’artificio invece che proiettili per i cannoni. Quella civiltà oggi cerca di essere moderna come l’Occidente, vuole diventare come quell’isolotto ad aria condizionata che è Singapore; produce giovani che sognano solo di vestirsi come rappresentanti di commercio, di fare la coda davanti ai fast food di Macdonald, di avere un orologio al quarzo, un televisore a colori e un telefonino portatile.
Non è triste? Non dico per i cinesi. Ma per l’umanità in genere, che perde molto nel perdere le sue diversità e nel diventare tutta uguale. Mao aveva capito che, per salvare la Cina, bisognava proteggerla contro l’influenza occidentale e farle cercare una soluzione cinese al problema della modernità e dello sviluppo. Nal porsi il problema Mao era stato grande. Grande era stato anche nello sbagliarsi sul come risolverlo. Ma sempre grande, Mao: grande poeta, grande stratega, grande intellettuale e grande assassino. Ma grande come la Cina. Così come ora è grande la sua tragedia. Se qualcuno, fra qualche secolo, riuscirà a guardare indietro alla storia dell’umanità, la fine della civiltà cinese gli dovrà apparire come una grande perdita, perché con quella è finita una grande alternativa la cui esistenza forse garantiva lìarmonia del mondo.
Non è un caso che siano stati i cinesi a scoprire che l’essenza di tutto è l’equilibrio fra gli opposti, fra lo yin e lo yang, fra il sole e la luna, la luce e l’ombra, il maschio e la femmina, l’acqua e il fuoco. E’ nell’armonia fra le diversità che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive. Per questo c’è una qualche ragione di rimpiangere il comunismo, non in quanto tale, ma in quanto alternativa, contrapposizione. Senza più quello, s’è creato oggi nel mondo uno squilibrio e la stessa parte che crede d’ aver vinto soffre ora di quella mancanza di tensione che dopotutto stimolava la sua creatività.".
Pag. 405: "Nel 1948, quando la Birmania divenne indipendente, il Triangolo d’oro produceva 30 tonnellate d’oppio. Nel 1988, nonostante miliardi di dollari spesi in operazioni internazionali di polizia e nei vari tentativi di distruggere l’oppio alla fonte -per esempio, con piogge defolianti sui campi di papaveri- la produzione era già salita a 3000 tonnellate. Alla fine del 1993 gli uomini di Khun Sa si aspettavano un raccolto di oltre 4000 tonnellate. Siccome occorrono dieci chili di oppio per fare, attraverso la raffinazione, un chilo di eroina, questo significa 400 tonnellate di purissimo "Bianco di Cina" in giro per il mondo.".
Pag. 405: (In Birmania) "l’esercito è efficiente e la disciplina ferrea. Se un soldato diserta e viene catturato, gli viene mozzata la testa. Se entro tre mesi uno non viene ripreso, sono le teste dei suoi genitori che vengono mostrate ai commilitoni come avvertimento. Il soldato che viene scoperto a fumare oppio o a iniettarsi eroina viene mandato in un centro di rieducazione. La "cura" consiste in dieci giorni da trascorrere in una buca in terra profonda tre metri, e in alcuni mesi di lavori forzati. Una ricaduta comporta l’esecuzione.".
Pag. 406: "Fare di Khun Sa il capro espiatorio tornava comodo agli interessi di tanta gente, sopratutto degli americani, che in passato avevano avuto un loro particolarissimo ruolo nelle vicende del Triangolo d’oro e della droga. Fù la CIA, dopo la vittoria di Mao in Cina, ad aiutare i resti dell’esercito nazionalista del Kuomintang a stabilirsi in Birmania e a finanziarsi con la produzione dell’oppio. Fù ancora la CIA, attraverso i thailandesi, ad appoggiare lo stesso Khun Sa, quando il generale, schieratosi allora con il "Mondo Libero", dava una mano alla lotta contro i guerriglieri comunisti in Thailandia.".
Pag. 423: "Quel che mi è sempre piaciuto del buddhismo è la sua tolleranza, l’assenza del peccato, la mancanza di quel peso sordo che noi occidentali, invece, ci portiamo sempre dietro e che è in fondo la colpa della nostra civiltà: il senso di colpa. Nai paesi buddisti niente è mai terribilmente riprovevole, nessuno ti rinfaccia mai qualcosa, nessuno ti fa mai una predica o cerca di darti una lezione. Per questo sono paesi piacevolissimi e fanno sentire a loro agio tanti giovani viaggiatori occidentali, in cerca appunto di libertà.
Il buddhismo ti lascia in pace, non ti chiede mai nulla, tantomeno di diventare buddhista. I monaci, fra i loro tanti divieti -compreso quello, interessante, dei progressi fatti nella meditazione-, hanno anche quello di non insegnare la loro religione a chi non ne fa specifica domanda. Il buddhismo ti lascia sempre essere quello che vuoi. Dice di non ammazzare, ma tutti ammazzano. E gli assassini? Fatti loro. Saranno mal reincarnati! Nessuno cerca di far giustizia ora, quì. Anzi, quella, proprio no. Non tocca a noi. Per questo la carità non è un dovere morale. Al contrario: aiutare i poveri impedisce loro di liberarsi del cattivo karma; prendersi cura di un lebbroso vuol dire impedirgli di riscattarsi con la sofferenza e di rinascere meglio. La casa del vicino brucia? Avrà a che fare con la sua vita precedente! Ancor più che una religione, il buddhismo è un modo di vivere; è un’interpretazione del mondo dal punto di vista di una società contadina che, essendo sempre vicina alla natura, deve spiegarsene l’assoluta crudeltà. Nella natura non c’è giustizia; non c’è mai resa dei conti. Allora perché volerla fra gli uomini che sono anche parte della natura?
Il buddhismo poi non ha aspirazioni di conquista, non è missionario, non è a caccia di anime. Vuoi essere buddhista? Prego. Affar tuo! Per questo anche la meditazione non l’hanno mai insegnata e non è certo un caso che il diffondersi del buddismo oggi nel mondo -a parte il fenomeno tibetano- sia dovuto sopratutto ai convertiti occidentali che, non avendo perso il loro originario istinto di crociati, aprono ora centri per diffusione di questa religione nei vari paesi.
Al fondo il buddhismo, se preso sul serio e portato alle sue estreme conseguenze, è la negazione della società civile e ovviamente del progresso. Se tutto è transitorio, se non si può sfuggire alla legge di causa ed effetto e l’unica salvezza è acquistare indifferenza dinanzi alla vita, è meditare per uscire dal terribile ciclo di nascita e morte, allora tutto è irrilevante, tutto è inutile, tutto dovrebbe fermarsi: una visione di grande pessimismo e con conseguenze nichilistiche.
Che società sarebbe quella in cui i membri applicassero fino alle loro ultime conseguenze queste idee? Una società veramente buddhista non potrebbe essere che immobile e inattiva. In pratica, ovviamente, non ce n’è mai stata una così e tutte hanno continuato a esistere grazie a una formula di grande tolleranza: hanno lasciato meditare i monaci (e fra quelli, di solito i meno dotati, mentre i più intelligenti si dedicavano alla dottrina) e hanno lasciato la gente "ad acquistarsi meriti", facendo donazioni per mantenere in vita i monasteri. I comuni mortali continuavano a vivere secondo natura, mentre i bonzi servivano, con il loro esempio, a ricordare tutte le virtù che gli altri non potevano avere. Con questo si stabiliva un equilibrio e la società andava avanti, dimenticando il pessimismo.".
Pag. 424: "La prima ora di meditazione, ancor prima che il sole si alzasse, era la più bella. Un vento fresco, sfumato di odori, soffiava dalla valle, attraversava la terrazza, sfiorava quelle masse triangolari, immobili, di gente avvolta nelle coperte e scompariva nella foresta ancora nerissima sulla collina. John, nella sua coperta bianca che gli copriva metà della faccia, era un’incoraggiante presenza. Ai suoi piedi, il generale era la riprova che meditare era possibile: stava immobile, ma era, in qualche modo, lontanissimo. Seduto, guardavo a lungo questa muta scena di pace, prima di chiudere anchi’io gli occhi. Mi pareva che il gruppo come tale sprigionasse una grande energia e che lo sforzo comune elevasse lo sforzo di ciascuno.".
E’ stata una fatica improba, ma necessaria. Ma non c’erano mezzi migliori per renderne la bellezza. E inoltre, per così fare, ho dovuto rileggerlo. Con un ri-piacere infinito.
02/06/96