UN CONTINENTE DESAPARECIDO di Gianni Minà (1996), editore Sperling & Kupfer

Nota di copertina: Fino agli anni Settanta l’America Latina è stata "di moda" in Occidente. La politica - con la rivoluzione cubana, Fidel Castro e Che Guevara -, la letteratura, il cinema, la musica... tutto di questo continente appassionava, faceva discutere, incuriosiva. Ma ormai da tempo esso si è trasformato per i media occidentali, sopratutto europei, in un continente "desaparecido", del quale si preferisce non parlare e che comunque provoca disagio, fastidio e una certa insofferenza intelettuale. Anche fra coloro che si definiscono "di sinistra" e che, una volta, si sono entusiasmati fino all’ubriacatura per gli ideali, la cultura, le suggestioni provenienti dall’America Latina. Qual’è la ragione di un voltafaccia tanto clamoroso? Gianni Minà, un giornalista da sempre attento e sensibile alle questioni latino-americane e profondo conoscitore delle diverse realtà di quei Paesi, offre quì una risposta polemica e provocatoria per la sua tesi di fondo: l’America Latina rappresenta la cattiva coscienza dell’Occidente, il fallimento della politica neoliberista che - in nome della suprema legge del mercato - annienta i più deboli spianando la strada all’egoismo dei più forti, dei privilegiati. Se, dunque, è opinione corrente che il ventesimo secolo ha visto affermarsi e poi tramontare l’ideologia comunista, con altrettanta franchezza bisogna registrare anche la sconfitta del capitalismo in una vasta area del pianeta. A ribadirlo con forza sono alcune tra le figure più degne e autorevoli dell’America Latina, vere coswcienze di quel mondo, che l’autore ha intervistato, riportandone le riflessioni e le esperienze in questo volume. Sono tre grandi e celebri intellettuali: gli scrittori Gabriel Garcìa Màrquez, Jorge Amado e Eduardo Galeano; e cinque personaggi che, in ruoli differenti, si sono battuti e continuano a battersi in difesa della loro gente e in favore degli oppressi e dei diseredati: il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù; il vescovo del Chiapas Samuel Ruiz, Pombo e Urbano, i compagni del Che sopravvissuti alla sua ultima, fatale battaglia in Bolivia e che, per la prima volta, raccontano quel giorno; e Frei Betto, il padre domenicano incarcerato e torturato durante la dittatura in Brasile e ora impegnato nella difesa dei milioni di meninos de rua, i bambini "randagi". Si tratta di testimonianze a cuore aperto, senza reticenze né astuzie diplomatiche, che con accenti ora lucidi e drammatici, ora indignati o, a tratti, perfino ironici, spiegano ciò che la maggior parte di noi ignora: diritti violati, speranze, errori, utopie e l’attuale smarrimento. Un grandioso, spietato reportage su una terra ancora ricca di fermenti, viva e però ingiustamente ferita dall’indifferenza e dall’oblio, gli ultimi ma non meno dannosi regali che l’opulento e cinico Nord del mondo le ha riservato. Con quest’opera Gianni Minà offre ai lettori un esempio di autentico giornalismo, un libro capace di presentare una realtà senza infingimenti né manipolazioni e tuttavia percorso da una intensa umanità.

Nota di recensione: Quell’America agli Americani che il presidente statunitense Monroe all’inizio del secolo lanciò al mondo potè e potrebbe ancora sembrare, agli esegeti distratti e ingenui e ai molti che non capiranno mai, un lodevole monito acché l’universo mondo considerasse che il suo Paese, che s’avviava a divenire (una) grande (potenza imperialistica), non avrebbe (giustamente) tollerato, sul suo territorio, le mire espansionistiche di alcuno. A parte il fatto che gli Stati Uniti per dove sono messi e per come sono messi erano e sono assolutamente inattaccabili da chiunque, a qualcuno, o a molti, sfuggì quella che era la sostanza vera del proclama. Cioé che Monroe con quella frase intendeva codificare quello che, dopo avere risolto al meglio -con la fine della guerra di secessione e con lo sterminio dei pellerossa- le faccende interne, sarebbe stato il vero progetto e il persistente programma del suo grande Paese, progetto e programma che tutti i governi che sarebbero poi venuti avrebbero perseguito e conseguito. E cioé che l’intero continente americano, dallo stretto di Bering a quello di Magellano, era appannaggio degli Stati Uniti, il loro "cortile" (o pattumiera come qualcuno con grande efficacia ha detto), un loro indiscutibile protettorato. Così è stato e così sarà sempre. Da ciò discende la pretesa che l’America Latina (non consideriamo l’anglofono e ricco - e perciò fedele e omologato - Canada che da più di un secolo ha deputato a Washington la propria politica estera e affidato a Wall Street le sue ricchezze) sia un continente incapace di governarsi e che possa sopravvivere solo se rimane "sotto la tutela" degli Stati Uniti e faccia e pensi quello che i governi di Washington decidono sia conveniente. Un continente dove regna la legge del più forte, dove la violenza del denaro regola ogni rapporto, un continente dove i governi degli Stati Uniti in forza di una legge aberrante promulgata dalla propria Corte Suprema possono andare a prendersi un presunto colpevole di reati verso i loro interessi in qualunque sua parte, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Si guardi il Cile dove il legittimo governo di Allende inviso alla ITT e alle multinazionali del rame, e politicamente pernicioso perché di cattivo esempio, venne rovesciato da un golpe voluto e diretto dalla CIA; si guardino il Nicaragua dove l’esperienza sandinista venne rapidamente soffocata a mezzo d’un blocco commerciale armato disumano e feroce, e Grenada dove alla normalizzazione provvidero direttamente gli stessi marines in spregio ad ogni principio di diritto internazionale. Un continente che è terra di nessuno dove il capitalismo selvaggio dispiega se stesso nella più grande libertà e nell’arbitrio assoluto e dove in nome del più ottuso liberismo esso celebra i suoi sinistri trionfi favorendo solo alcuni privilegiati e considerando i poveri riserva di manodopera se non esuberi di popolazione. Una logica economica che Eduardo Galeano, uno dei protagonisti del libro, ha esemplificato con chiarezza quasi paradossale dicendo che "per combattere la povertà bisognerebbe ammazzare i poveri". Si tratta solo di un paradosso perché in effetti i poveri non vuole sterminarli nessuno, bastano quelli che già muoiono per i fatti loro, giacché essi sono assai necessari al capitale, purché, ovviamente, rimangano per sempre tali. Difatti la loro presenza assicura alle multinazionali nordamericane le condizioni per produrre con il minor costo sociale, circostanza che per i capitalisti di tutto il mondo, in qualsiasi latitudine essi operino, è sempre, insieme con la possibilità d’approviggionarsi delle materie prime a basso prezzo, una santa benedizione, per cui gli unici governi buoni sono quelli che accettano di costituirsi "risorsa passiva" e di prostituire le loro economie, le loro leggi e il tessuto sociale dei loro Paesi agli interessi degli Stati Uniti e degli onnipotenti gruppi finanziari internazionali loro amici. Si guardi il Messico così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti, si guardi il Brasile dove la vita di un uomo vale meno d’un cruzeiro e dove i bambini che scompaiono non fanno nemmeno statistica; si guardino il Perù, l’Argentina e la Bolivia, si guardi dove si vuole. Nell’America Latina, ovunque si giri lo sguardo, gli uomini vengono pagati a un dollaro o a due al giorno, e gli indigeni e i meticci che vengono utilizzati nei fondi delle miniere a volte solo con una razione di mais. E gli stessi bambini, i così detti meninos de rua, non sono nulla di più che dei piccoli cani randagi nati da mamme appena adolescenti che sono state a loro volta bambine di strada, che, tolti i molti che vengono uccisi a fucilate dalla polizia o dai stessi negozianti quando li sorprendono a rubare, vengono usati come donatori forzati di organi per il prospero mercato dei trapianti del nordamerica. Nei Paesi dell’America Latina e più in generale in quelli del Terzo Mondo omologati alle strategie economiche suggerite dal FMI e dalla Banca Mondiale non è possibile nemmeno la sopravvivenza, in essi l’85% dei cittadini è povero, il 54% non ha certezza della sopravvivenza quotidiana, l’82% dei bambini è denutrito e il 51% analfabeta e dove, per contro, il 2% della popolazione possiede l’80% delle terre coltivabili, eppure è quì che vengono applicate terapie economiche selvaggiamente neoliberiste. Uno dei bardi del neoliberismo più sfrenato è in questo momento il presidente peruviano Fujimori, ma in Perù la maggior parte della gente vive in condizioni subumane e lì in questo momento c’è il maggior numero di desaparecidos di tutto il continente. Ma questo non ha rilevanza, la cosa più importante è la stabilità in nome del profitto e pertanto del più ferreo e intransigente anticomunismo, affinché queste oligarchie liberticide, erroneamente ed ipocritamente chiamate democrazie solo perché a volte sotto il controllo delle armi vi si vota, siano, nelle varie "regioni", sempre omologhe ai voleri del Grande Fratello.

Alle sopra spiegate ragioni economiche si aggiungono quelle politiche, giacché la violenza, la miseria, la fame, lo sfruttamento chiamano inevitabilmente, nonostante tutto il male che se ne dice e tutto quel che in tutto il mondo si fa per contrastarlo, il comunismo. L’America Latina a come l’hanno ridotta è una polveriera. Se gli USA mollano la guardia l’intero continente esplode e non si sa come può andare a finire, e si dubita, se ciò succedesse, che le parole del papa polacco potrebbero bastare a calmare gli animi. In un momento di distrazione, nel 1959, partì Cuba, dove s’attuò una sorta di socialismo di Stato e che per ciò da più di trentacinque anni vive nella psicosi di un’isola assediata e attanagliata da uno embargo spietato, e, eccezion fatta per gli aiuti che le dava l’Unione Sovietica, quando essa esisteva, senza smagliature, ma dove la rivoluzione castrista ha raggiunto conquiste sociali tali da rendere impossibile il paragone tra la povertà cubana e la miseria latinoamericana; isola felice dove la mortalità infantile è del dieci per mille, pari a quella della Svezia, e la vita media è di 75 anni, contro il 48 - 50 degli altri paesi del centro e del sud America. Ma lo spettro del comunismo ha giustificato e giustifica violenze e repressioni, per il mondo "civile" Castro è il maligno e Cuba è l’inferno; la solita solfa dei diritti civili conculcati viene a coprire ogni tentativo di ragionare, di distinguere. Castro è vecchio e stanco, ed è rimasto solo. Non pensiamo che Cuba possa resistere ancora per molto. Per cui temiamo che presto anche a l’Avana, come a Santiago, come a Managua, ci sarà un governo amico.

Il lettore mi perdoni, questa non è una recensione del libro del quale si voleva trattare. Questo è il mio pensiero. Ma è anche ciò che con oneste parole Minà dice e fa dire.

16/03/97