PAOLO IL CALDO, di Vitaliano Brancati (1954), edizioni Bompiani.

 

Nota di copertina: Romanzo postumo ed incompiuto, Paolo il caldo, costituisce l'ultimo capitolo della narrativa brancatiana. La nostalgia di Brancati è ferma ad un mondo di lunghi e profondi silenzi, di operosa onestà, di cui una Catania ancora ottocentesca è la cara capitale. Il vagheggiamento di un mondo di irriflesse e naturali virtù, che è auspicio di identità tra ragione e virtù, condiziona tutta la sua opera, orienta la sua scrittura in modo da metterla per sempre al riparo da ogni facile psicologismo, assicurandogli il dono supremo di quella chiarezza capace di procedere, senza perdersi, fino al più limaccioso guado del sentimento e del senso: e ciò in felice e deliberata ignoranza dei celebrati misteri dell'inconscio. Insomma, in Paolo il caldo, la fenomenologia della sensualità non si arresta alla lussuria, ma la travalica nell'incessante tentativo di scrivere l'auobiografia di una nazione che non può non riconoscere nella Sicilia la propria inquietante metafora.

Nota di recensione: i si tratta, in uno stile succorso e prelibatissimo, di una lotta senza quartiere tra le zone alte e le zone basse del nostro fisico, d'un combattere senza sosta (e senza rimedio) fra gli istinti spirituali e quelli sensuali (o più semplicemente sessuali). Vi si narra del dicotomico conflitto, nel catanese Paolo, tra lo stretto moralismo cattolico e la calda sensualità islamica. Ma siccome il libro è molto bello e molto profondo, difficile, e io, come si vede, oggi scrivo male (ma meglio, se mi è consentito, dell'anonimo redattore delle superiori (superiori in senso geometrico) note di copertina, cosa ci sarebbe, potrebbe esserci, di meglio che riprodurre lo stesso Brancati? Scelgo i due momenti nei quali, il padre per la parte superiore e lo zio per quella inferiore, rappresentano all'adolescente Paolo la loro ragione:

(appendice dopo i riporti)

 



A Paolo dal padre:

"Prima di tutto", disse il padre, quando si fu accomodato dietro la scrivania, ed ebbe tolto le Confessioni di Sant'Agostino di sotto al gomito di Paolo seduto davanti a lui, "tagliati i capelli".

Paolo che, per tagliarsi i capelli, aspettava di poter vedere nello specchio del barbiere la bella cassiera dalle mani lunghe, che in quei giorni era malata di grippe nella sua casa di Ognina, arrossì.

"E poi",continuò il padre, "cerca di curarti quelle pustole del viso."

"Non sono pustole", disse Paolo, "è acne giovanile."

"Acne giovanile... lo so. E so anche che non dovresti averla, perché ti sfoghi largamente."

Paolo annaspò con la bocca, come se fosse stato buttato in mare, vestito e con le scarpe. Una frase simile non era mai intercorsa fra lui e il padre. Quella brusca confidenza gli toglieva il respiro.

Michele si alzò e andò al balcone, sul cui vetro appoggiò la fronte. poi tornò a sedersi dietro il tavolo.

"Quello che ti dirò", riprese, "tu forse non lo capirai. Ma non importa. Conservalo nella memoria e lascia che ogni anno una delle mie parole prenda un significato. Se questo non accade, tanto peggio... o tanto meglio."

Abbassò le palpebre con molta sfiducia in quello che aveva detto. poi le rialzò e la sfiducia in quello che si apprestava a dire ebbe la luce dei tramonti che, dopo un precoce crepuscolo dovuto a una nuvola, si riaccendono di un chiarore tanto più disperato quanto più intenso.

"Da un certo tempo in quà, il mio cuore batte molto lentamente."

"Come lo sai?" disse Paolo distratto.

"In qualunque momento della giornata, senza toccarmi il polso, mi sento battere il cuore. Questo mi accade fin dall'età di undici anni."

Paolo, ch'era privo di curiosità nei riguardi del proprio corpo, e non s'era mai tastato il polso, guardò il padre con apprensione, quasi temendo che il battito, che quell'uomo diafano sentiva sempre, potesse diventare anche visibile. E infatti la sua apprensione non fu delusa: nel collo del padre si vedeva il pulsare leggero di un'arteria. "Certo", pensò, "se la mattina mi vedessi nello specchio così piccolo, così pallido, tornerei a letto immediatamente, e nessuno riuscirebbe a farmi alzare." Questo pensiero lo fece arrossire di nuovo, perché subito trasparì nella domanda che copriva e dalla quale era nato: "Come avrei l'ardire di presentarmi a una donna con un corpo così piccino?"

Eppure in quel corpo, nel buio di quelle piccole vene, egli aveva dormito per ventun anni, cellula a cui è promesso un lontano scintillio di coscienza della durata di alcuni decenni.

"Ti ho chiamato per dirti una cosa molto importante", continuò il padre. "Avrei voluto dirtela più tardi, ma le circostanze mi costringono ad anticipare... Dio mio!" esclamò con altra voce, raggrinzando la guancia sinistra, ove il frastuono musicale della sala da pranzo, attutito da tre porte chiuse, ma sempre furibondo, sembrava stamparsi nelle forme più sottili della sofferenza, "niente in questa casa si può fare in modo normale. Tutto forte ed esagerato! Questo non è cantare, è dar calci sulla porta... è sfogarsi con la chitarra di non poter prendere a pugni le persone. Mio padre ha un orecchio fine, non lo nego; gli accordi dell'accompagnamento sono indovinati; ma a me, quando suona, mi ricorda soltanto che è un uomo manesco. Sento a uno a uno tutti gli schiaffi che m'ha dato, quand'ero ragazzo."

"Non ti voleva bene?" disse Paolo, costernato.

"Mi voleva bene, ma tuo nonno è un uomo molto curioso. Le sole persone che non è riuscito a graffiare sono i suoi nemici..."

Si fermò, come pentito: "Scusami, ti sto insegnando a parlar male del padre... Ma del resto, m'importa poco. Io mi sento un estraneo, in questa famiglia... No, non protestare... è così. Un giovane a pressione alta come te non è figlio di un uomo a pressione bassa come me. E non mi parlare della voce del sangue! Quello che conta è il ritmo del sangue. Sta' a sentire: uno... due... tre... quattro..."

Fra un numero e l'altro c'era una pausa abbastanza lunga.

"Sono le mie pulsazioni", continuò Michele, con le mani ostentatamente lontane l'una dall'altra. "Tocca ora il tuo polso."

"Ma no", disse Paolo, "non m'interessa..." Si palpò per accondiscendenza il polso sinistro con la mano destra. "E poi", aggiunse, "non lo trovo."

"Lascia stare", disse il padre "non ti ho chiamato per questo..." Socchiuse gli occhi col fastidio di chi trova accecanti anche gli oggetti meno illuminati, e si strinse coi denti il labbro inferiore. "Che ripugnanza, quello che devo dirti. Ma ascolta!"

"Sto ascoltando", fece Paolo con impazienza.

"Nella mia vita, c'è una giornata particolarmente triste. E' il 7 gennaio 1903. Tua madre era incinta: ti aspettava da lì a sei mesi. Vado dall'ostetrico che l'aveva sotto cura, in via Crociferi numero diciannove. Era un vecchio, maniaco della caccia, ma bravo. La stanza in cui riceveva era piena di fucili. Sulla parete dietro la sua scrivania si vedeva la fotografia di un lupo che assaliva una macchina piena di donne, e l'ostetrico spiegava ogni volta che quel lupo, un minuto dopo, sarebbe caduto a terra, colpito da lui con due pallottole in testa..."

"Che lungo discorso!" pensò Paolo.

"'Le devo comunicare una cosa un pò grave', mi disse quel brav'uomo, 'ieri sera è stato da me suo padre.' 'Ebbene?, feci io arrossendo, perché ogni volta che si nominava mio padre cadevo in un sentimento d'insicurezza e giudicavo un vergognoso sotterfugio persino quello di nascondere agli altri ch'ero afflitto dal mal di testa: 'Ebbene', disse il medico, 'la prego di essere un uomo serio e di mantenere il segreto più assoluto su quello che le dirò... Ho la sua parola, badi. Suo padre mi ha minacciato che, se avessi riferito a lei la cosa, si sarebbe avvelenato, perché avrei aggravato l'incomprensione che pare ci sia fra di voi.' 'Di che cosa si tratta?' domandai, finendo di arrossire. 'Suo padre, quando lei nacque, aveva una certa malattia. Ecco quello che mi ha confidato ieri sera.' 'Quale malattia?' feci io, pur avendo capito. Ed egli mi disse la parola che non ti ripeto. 'Se la curò subito dopo', continuò il medico, 'e lei sa che le cure moderne sono abbastanza energiche.' 'E io', domandai, 'ho questa malattia?' 'Lei non ce l'ha, perché lei è stato curato fin da bambino. Ma adesso che sta per diventare padre, ho il dovere di avvertirla. Bisogna che sua moglie sia sottoposta ad una cura d'iniezioni preventiva in modo che il bambino non risenta assolutamente della cosa. Noi diremo che si tratta di una cura ricostituente, e anche lei fingerà con suo padre di credere questo.' Accettai il piano del dottore, pur sapendo che la minaccia d'avvelenarsi era l'uscita più frivola che potesse fare quell'uomo frivolo... In ogni modo tutte le cure necessarie furono fatte, e tu sei un giovane sano. Ma dovevo dirti che tuo padre è stato concepito da un uomo gravemente infetto."

Paolo guardò suo padre, con molta tranquillità. La rivelazione non l'aveva colpito. Cercava soltanto d'immaginare il luogo, l'ora della notte, o forse del giorno, in cui il nonno aveva preso quella malattia.

"Io", continuò Michele, "non avevo quella malattia (risultò chiaramente dalle analisi che feci dopo), ma lessi molte enciclopedie mediche, e appresi che le persone, nate da genitori affetti da quel male, soffrono di anemia, mal di capo, di tristezza, e sono per la maggior parte frigide. Mi spiegai molte cose che mi ripugnavano, mi spiegai sopratutto la repulsione che avevo sempre provato per mio padre. Anche le sue carezze, da bambino, mi davano un principio di nausea. Preferivo i suoi schiaffi... Non so cosa tu provi per me."

"Molto affetto", disse Paolo, con semplicità.

Michele gettò su Paolo uno sguardo perplesso. La sua certezza di dover essere ripagato dal figlio con lo stesso sentimento di antipatia ch'egli provava per suo padre, certezza con cui s'era amareggiato, ma anche liberato dai rimorsi, come un vecchio ladro col proposito di non protestare il giorno che venisse derubato a sua volta, era scossa.

"Sarà", disse, "non voglio negarlo. Ma se invece di volermi molto bene, come dici, me ne volessi solo un poco, avresti fatto più del tuo dovere. Perché io ho avuto sempre verso di te un sentimento di diffidenza. Come se per esempio", aggiunse con lo sforzo di un ferito che viene trasportato in carrozza per una strada impraticabile, "tu fossi il figlio di mio fratello, e non mio..."

Paolo alzò gli occhi sul padre.

"No", disse Michele, "non supporre nulla di male. Questo sospetto non mi è passato mai per la mente. Tu sei figlio più di Edmondo che mio, sei figlio più di mio padre che mio, perché, fortunatamente per te, io sono come quei portatori di microbi che non hanno la malattia che trasmettono. Io non ho né il sangue, né la sensualità dei Castorini, ma li ho trasmessi a mio figlio. Voi amate la vita, la vita vi piace molto, e io non sono riuscito mai a sentirne il sapore. Con tuo nonno e tuo zio, ho molte giornate in comune, molti pranzi, molti viaggi. Di una colazione in riva al mare, che abbiamo fatto a Napoli quindici anni fa, bisogna sentire come essi ricordano le pietanze, l'odore del muschio, il colore del vito, il motivo delle canzoni. Se confronto i loro ricordi coi miei, sembra che la stessa cosa si sia svolta per me in un altro paese, completamente insipido e inodoro. Mi sono alzato dal banchetto della giovinezza", aggiunse col sorriso particolare con cui accompagnava tutte le immagini, "a stomaco vuoto, cioé a dire, ho tutti i disturbi della digestione pesante, ma non ho mai mangiato nulla. Io sono forse più emotivo di voi... Non mi è mai accaduto di aspettare qualcuno, sia pure una persona insignificante, senza un battito di cuore così forte da dover picchiare il bastone per terra o battere una mano contro l'altro per sentirlo un pò di meno. Ma nessuna donna, è una confidenza che devo farti, mi ha suscitato un desiderio che durasse più di cinque minuti. Io miei genitori mi hanno trasmesso tutto quanto accompagna la sensualità più violenta, e non la sensualità. Ma questa sensualità, questa salute, questa incoscienza, che io non ho, l'ho trasmessa a te."

"Mio padre", pensò Paolo guardando Michele che fissava sul tavolo gli occhi leggermente dilatati, "sta parlando con se stesso, perché crede che io sono uno stupido."

"Però", aggiunse Michele, alzandosi e volgendo a una libreria la faccia improvvisamente in fiamme, "la felicità non circola in nessuno di voi, è bene che te lo ricordi per l'avvenire. La felicità, in questa famiglia, avrei potuto averla soltanto io, perché la felicità è la ragione. Solo che il mal di testa fosse stato meno forte, solo che i nervi del mio stomaco avessero avuto qualche momento di tranquillità, vi avrei insegnato a ridere sul serio, a voi tutti che ridete così spesso, ma talmente male... E vi avrei insegnato anche a pensare, a meditare su voi stessi, ad accorgervi di mille cose che vi sfilano sotto il naso come spettri che vedo soltanto io. Per esempio, la condizione miserabile in cui tenete tutti i vostri sottoposti. I ragazzi del portiere camminano scalzi sui nostri pavimenti a mosaico, e nessuno si chiede come mai un uomo dal passo così silenzioso non ci faccia spavento. Ci sembra naturale. Tuo nonno, del resto, crede naturali tutte le cose che tornano a suo vantaggio... E tuo zio non è diverso... E nemmeno tu sarai diverso, mio caro Paolo. Ho notato come guardi le figlie del portiere quando ti porgono la tazza di caffé, evitando di alzare il gomito per non mostrare lo strappo della veste lungo il fianco. I tuoi occhi cercano quello strappo, come la punta di una spada cerca accanitamente il polso dell'avversario al di là della coccia, lo cercano per ficcarvisi dentro e arrivare alla carne. La carne! ecco la vostra meta. Ma sul piccolo particolare che la veste è strappata i vostri occhi non si fermano. Così tuo nonno, quando va a visitare i poderi di Lentini, diventa verde di dolore se vede dieci arance buttate giù dal vento, ma scherza allegramente sul suo vecchio mezzadro che cammina ad angolo retto, colla testa all'altezza del sedere, appesa all'estremità del dorso, come una lanterna all'estremità di una trave orizzontale, sicché i suoi occhi precedono di un metro i piedi e, se guardano in basso, non vedono nessun segno della persona cui appartengono, come se vagassero librati in aria... dipinti su un palloncino... " Via via che le immagini andavano scoppiando l'una dall'altra, gli occhi di Michele si accendevano come quelli di un uomo brillo. "Se i reumi ai fianchi non lo avvertissero che la sua persona segue fedelmente a un metro di distanza, quel galantuono avrebbe una buona esperienza di cosa voglia dire non esistere. Sarebbe veramente spersonalizzato... E tuo nonno si diverte a posargli tutte e due le mani aperte sul dorso come sulla tastiera di un pianoforte. L'immagine non è mia. E' sua. 'Don Giovanni', gli dice altre volte usando una seconda immagine più conforme all'appetito da cui sempre è afflitto, 'se vi stendono una tovaglia sopra, avete posto per quattro coperti.' E ride senza malizia. E il mezzadro ride anche lui, sussultando come un'asinello... Quest'ultima immagine non è di mio padre, è mia, perché tutti i membri della famiglia Castorini dobbiamo esecitare le nostre capacità poetiche su questo vecchio che ci appartiene. E anche tu, se andrai a Lentini, dirai la tua."

Si fermò, come tirato indietro da una briglia, prestò attenzione a qualche cosa, e continuò con un sorriso: "Sono riuscito ad accelerare le mie pulsazioni. Un bel successo... Magari battesse sempre così!" Quando il verbo era senza soggetto si riferiva sempre al cuore. "Non avrei tempo, fra un battito e l'altro, di pensare che s'è fermato per sempre. Non credere però che abbia paura della morte. Mi danno soltanto fastidio questi lunghi minuti di silenzio dentro il petto... Leopardi, lo so", aggiunse mentre le sue dita, percorrendo uno scaffale, capitavano sul dorso delle Operette Morali , "era pallido come me, soffriva più di me. Ma ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa, altre invece, come le mie, assorbono tutta l'attenzione e incantano l'intelligenza... Un uomo rimane chiuso nel cerchio del suo corpo, e non produce che sbadigli o silenzio... Però", aggiunse ancora con voce energica, voltandosi verso Paolo, "torno a ripetere che io solo fra di voi ho un'idea chiara della felicità. Il mio mal di testa è meno sordo della stanchezza che vi prende, te, tuo zio e tuo nonno dopo che avete fatto certe cose."

Si sedette dietro la scrivania.

"Perdonami ancora una volta. Io ti parlo con astio. Volevo invece darti dei consigli. Ricordati che la salute ha una dolcezza senza pari quando diviene meditazione. Quando il respiro è profondo, il fegato soffice, i reni elastici; torci il collo ai sensi che sono sempre lì, pronti, come serpenti, a bere un sangue così pulito: sentirai allora nel tuo corpo un battito d'ali, un angelo che spicca il volo: è la mente che comincia a pensare in tutta la sua pienezza. Noi, caro Paolo, pensiamo con un terzo del nostro cervello, perché gli altri due rimangono sempre al buio. Pensare, figlio mio! Cosa c'è di più bello? Pensare significa anche amare, credimi. Io tutto mi perdono, tranne che non sono riuscito ad amarvi bene, né te, né mio padre, né mio fratello. Ho notato soltanto i vostri difetti. Bisognava andare più in là: capirvi. E non capire i vostri punti deboli, e sapere che nominare l'Inghilterra vi fa torcere dalla rabbia, perché l'Inghilterra significa esame di coscienza, libertà e freddezza. Ma capirvi interamente. Invece ho avuto accessi di antipatia in cui il solo rumore del vostro passo mi rendeva sgradevole la vita. Te lo dico perché tu, sia pure per un momento, me la ricambi con tutte le tue forze.

Capitava male con la sua esortazione. Proprio in quel momento Paolo si accorgeva che il magro e piccolo padre era addirittura bello. "Mio padre si crede antipatico, poveretto, e invece è tanto simpatico."

Questa simpatia del figlio agì inavvertitamente su Michele e lo rese ancora più amabile, lo rese amabile in un modo turbante, quasi che sulle sue labbra ripassasse, dopo vent'anni, il sorriso con cui aveva teneramente invitato la moglie a qualcosa che poi sarebbe stato Paolo. Le foglie lunghe del nespolo che, in quel pomeriggio d'agosto, riempivano la finestra come le penne di un grande uccello accovacciato sul davanzale, riapparvero nella memoria di Michele.

"Ecco quello che dovevo dirti", continuò egli, commosso; "mi dispiace di averti addolorato, ma non potevo farne a meno. E ora va a divertirti e lascia fare alla tua natura che fra poco avrà passato la spugna su tutte le mie parole."

"Ti sbagli", disse Paolo alzandosi.

"Non credo... In ogni modo, va a divertirti e lasciami solo. Fra le quattro e le cinque, mi capita spesso di star bene per dieci minuti... Hai abbastanza soldi?"

Paolo, che aveva già messo la mano sulla maniglia della porta, sporse il labbro inferiore, sorridendo.

"Ho capito", disse il padre, "vuoi un pò di soldi... Ecco quì..."

E gli diede alcune monete d'argento, scoppiando a ridere, come un ragazzo.

Sicché Paolo uscì dallo studio, col sospetto che il padre, sotto le sue apparenze malinconiche, fosse un uomo estramamente felice.

 


A Paolo dallo zio Edmondo:

 

Edmondo e Paolo passeggiavano per il viale Regina Margherita, vestiti ambedue di seta nera, ambedue con la testa coperta di un panama delicato, tremolante e sensitivo. Il nonno era passato un minuto prima, sul suo nero cabriolet dai fanali bianchi, la frusta nella mano destra guantata di giallo, le redini nella sinistra, la sigaretta in bocca e la gioia di vivere nel torace dilatato dal respiro. Al di sopra dei tetti, si vedevano terrazze con alti paralumi, nella cui luce verde o rosa si disegnavano sagome di grasse signore e di uomini panciuti o profili delicati e saltanti di bambine con le trecce.

"Hai fatto bene", diceva Edmondo, "io ti approvo pienamente. Non potrà chiamarti avaro se le hai pagato il viaggio in vagone letto fino a Torino."

"Le ho anche regalato un bracciale d'oro."

"Be', questo potevi risparmiartelo. Glie lo avevo già regalato io, col nome Rodriga impresso nell'interno... In ogni modo, quello che è fatto è fatto. Approvo, approvo incondizionatamente. Non approvo invece la tua intenzione di sposare la figlia del professor Berselli. Spero anzi che sia uno scherzo."

"Non è uno scherzo", disse Paolo.

I due camminarono in silenzio per un lungo tratto. Edmondo comprò da un ragazzo pallido, che trascinava con le gambe stecchite due pesanti scarponi da uomo, un mazzo di gelsomini d'Arabia, e cominciò a fiutarlo con un piacere così evidente, che il nipote evitava di guardarlo, quasi temendo di compiere un atto indiscreto.

"Quella ragazza mi piace molto", riprese Paolo.

"Ah, sì? ti piace molto? E allora baciala, stringila, accarezzala, fa' quello che puoi, sebbene mi renda conto ch'è un'impresa difficile con la figlia di un uomo così all'antica... Ma insomma un bel bacio puoi riuscire a darglielo... E poi lascia che il piatto si raffreddi e cambialo con un altro più caldo."

"L'ho baciata."

"Ah, sì? Benissimo. Allora asciugati il muso col fazzoletto e prosegui oltre."

"Zio, ti ripeto che mi piace molto."

Lo zio buttò per terra il mazzo di gelsomini: "Ah, ti piace molto? Ed è questa una ragione per sposarla? E poi lo sai perché ti piace molto? Te lo spiego io: perché una notte sei entrato nella sua farmacia per acquistare un oggetto che serviva a certi affari tuoi, e invece di trovare un uomo, come ti aspettavi, hai trovato una donna, con un bel camice bianco che metteva in rilievo, diciamo così, il torace, e un sorriso grazioso e pieno di sonno... Imbarazzo. Turbamento. 'Chieda pure senza esitazione quello che vuole', ha detto lei, con quel tanto di maternità che occorre per condire una situazione già piccante per se stessa. Tu ti sei avvicinato al banco, e con un furbo sorriso, credendo di avere ormai nella ragazza una complice per il tuo ultimo misfatto, le hai rivolto la tua richiesta. Ma la ragazza non ha assolutamente ricambiato il tuo sorriso. La sua materna solidarietà non andava al di là del primo incoraggiamento. Seria seria ti ha dato la bustina, ha preso il tuo denaro, ti ha restituito il resto, e rivolgendosi subito a una donnetta semicieca le ha tolto di mano la ricetta per leggerla ed eseguirla prontamente. Amore. Quel volto che ti volgeva il profilo, senz'alcuna promessa di tornare a guardarti, ti si è impressa nel cuore. Tu sarai mia moglie. E via, con la bustina in tasca, e naturalmente, nonostante l'amore puro nato da cinque minuti, con nessuna intenzione di rinunziare all'ingresso in una certa posticina a vetri illuminata sino alle due del mattino."

"Come sai tutte queste cose?"

"Le hai raccontate tu stesso a Vincenzo Torrisi che ha messo tutto sulla carta e l'ha pubblicato nel giornale romano di cui è redattore."

"Ma come? Col mio nome?"

"No, nel racconto tu ti chiami Pietro Castolino. Non ha compiuto un grande sforzo per allontanarsi dal tuo vero nome, ma, insomma, puoi contentarti. Il racconto è molto grazioso. Se vuoi leggerlo, ho una copia del giornale a casa."

"Preferirei andare a Roma da lui e stampargli un ceffone in viso. 'Tu stampi le cose che ti confido e io ti stampo questo in faccia!'"

Lo zio sorrise: "Non sei un uomo di spirito, ma un viaggetto a Roma, forse, non ti farebbe male. Io sarei per qualcosa di più: vorrei che tu frequentassi la facoltà di legge dell'università di Roma, dato che veramente vuoi diventare avvocato. Un chiacchierone laureato a Roma vale qualche lira di più di un chiacchierone laureato a Catania. Però, se fossi in te, lascerei gli studi..."

"Per dedicarmi a che cosa?"

"All'ozio, mio caro, all'ozio più completo. La cosa più bella della vita è non far nulla. E libertà significa poter vivere senza far nulla. Questa è la vera libertà. Il resto è menzogne dei moralisti. Si son messi tutti d'accordo, possidenti, preti, generali e comunisti che ai popoli bisogna raccontare che il lavoro nobilita la vita, e ai soldati che morire è bello. E io mi rendo conto che alle masse è utile dire questo, perché altrimenti nessuno vorrà lavorare e nessuno farsi uccidere. Ma fra di noi, diciamo la verità: bello è vivere e non morire, bello è disporre a completo piacimento della propria giornata e non lavorare. Un uomo morto, per qualunque ragione sia morto, è una carogna che puzza, e un uomo che lavora è uno schiavo. I comunisti vogliono liberare i contadini e gli operai. Come? facendoli lavorare per sé. Ma la vera liberazione è di non farli liberare. Comprendo che questo non è possibile per tutti. D'accordo. E allora quei pochi che siamo liberi godiamoci la nostra libertà. Al mondo ci divertiremo ancora per pochi anni, poi comincerà un eterno servizio militare di lavoro. Si vedranno file di schiavi col sorriso sulla bocca, perché dovranno testimoniare che è vero quello che hanno detto i moralisti loro padroni, cioé che il lavoro è la gioia della vita... Guardami bene: sono forse l'ultimo uomo libero che morirà libero. Tu... non so se da vecchio sarai costretto a renderti utile, vale a dire a vivere per gli altri e morire per te stesso. Ma oggi come oggi sei padrone della tua giornata. La sola erba dei nostri possedimenti di Castrogiovanni ti permette di vivere da signore. Poi ci sono i giardini di Lentini, le case di Catania, i terreni edificabili, i boschi di Nicosia... Perché dunque un uomo libero come te vuole sposare una ragazza rovinata dagli studi e dal lavoro notturno in farmacia?"

"Non la farò lavorare."

"Troppo tardi. Quella ragazza ha le radici compromesse. ha trascorso la fanciullezza, l'adolescenza, e parte della giovinezza fra gli stenti e la fatica. Quale felicità vuoi che attinga a radici che non sanno più filtrare dalla vita tutti i piaceri che vi sono sparsi?"

"Oh, s'impara presto ad essere felici."

"T'inganni. E' un'arte che ha bisogno di un lungo tirocinio, specialmente nel periodo di formazione dell'organismo."

"Anch'io ho studiato da bambino."

"In altro modo, mio caro, in modo completamente diverso. Senza l'assillo del bisogno e i tristi progetti di un avvenire fondato sul lavoro. E' una sfumatura straordinariamente importante. Te ne accorgerai dopo, alla mia età, quando operai, contadini e piccoli borghesi ti susciteranno la ripugnanza che provo io, al solo sentirli nominare. Può darsi che domani questi esseri inferiori s'impadroniscano del timone. Ma vorrà dire che l'epoca dell'umanità è finita e comincia quella delle termiti. Non sempre d'altronde la terra è stata la sede degli uomini: per milioni di anni vi hanno regnato i rettili, o i cervi, o gli insetti... Torneranno a regnare gli insetti... Ma l'umanità siamo noi, gli uomini completamente liberi. Guarda per esempio questo disgraziato sarto che siede davanti al suo guscio, e si riposa al buio come un animale che teme la luce... No, fermati, ti prego di osservarlo... Si sa che una respirazione larga e profonda è il modo migliore per procurarsi pensieri sereni ed evitare i malanni della vecchiaia... Guarda un pò come respira lui!... No, non temere, non ti ha visto... Nota la cortezza del suo respiro: sù e subito giù... sù e giù... e una pausa di un minuto tra un respiro e l'altro... Come vedo non è una questione di denaro... L'aria è a disposizione di tutti, il municipio non l'ha sottoposta a un contatore, e lui potrebbe nutrirsene abbondantemente, se volesse o sapesse. Ma non sa. Non conosce il segreto del vivere bene. E forse non bisogna rivelarglielo. Sarebbe come rivelare il segreto della felicità a un ebreo. Non lo capirebbe, e una volta compreso, lo rifiuterebbe, perché il suo cervello vive solo nell'angoscia, come gli infusori nei liquidi intestinali. Ora vuoi che un uomo, che respira appena un quinto dell'aria che respiro io, possa domani comandarmi o soltanto dirigermi?"

"Ma che discorsi sono questi?" fece Paolo, notando improvvisamente che l'alito dello zio puzzava di cognac.

"Sono discorsi sennatissimi... E tu devi ascoltarli. Scusa un momento."

Lo zio entrò in un bar, bevve un altro cognac e tornò subito sulla strada al fianco del nipote:

"Devi ascoltarmi. Io me ne infischio di questi lavoratori del braccio, e anche dei lavoratori del cervello, perché costringere il cervello, lo strumento più delicato dell'ozio, a lavorare è un peccato contro natura. Non somiglio al giovane avvocato Berselli fratello della tua signorina farmacista, che si scoglie in broda quando può parlare affettuosamente con un cameriere; se lo stagnaro lo tratta con confidenza muore di gioia, come all'annunzio della pace in mezzo ad un attacco alla baionetta. La pace possono benissimo farla tra di loro, lavoratori del braccio e lavoratori del cervello, ma io, al loro tavolo della pace, non mi siederò di certo. E cosa vuoi che significhi per me che facciano pace tra di loro, o anche che si facciano guerra? La cosa non interessa... Scusami un momento!"

Edmondo entrò in un altro bar e bevve due cognac. Uscì vacillando leggermente.

"... La cosa non interessa noi. Ieri, ho visto il figlio di Peppino Arena, quel ragazzo che ha sotto il naso un paio di baffi grossi come un sorcio, saltare il muro del giardino Bellini con una rivoltella in mano. Gridava di avere sparato sui comunisti e voleva essere ringraziato e osannato. Dopo di lui altri ragazzacci inebriati di pistolettate, ma in realtà mezzi morti dalla paura. Si chiamano fascisti e dicono che salveranno il Paese dal comunismo. Io li farei subito arrestare. Non desidero essere salvato da questi scavezzacolli che, se arrivano al potere, finiranno col credersi veramente i padroni della barca. Per i comunisti è più che sufficiente la regia guardia. Tre squilli di tromba e poi, se non si sciolgono, fuoco! fuoco, perdio, senza esitazione! Ieri l'altro, cinque disgraziati, di questi che vogliono fare la rivoluzione senz'avere ancora imparato a respirare bene, sono stati stesi davanti al teatro Sangiorgi, vicino al cancello della chiesa. Non abbiamo bisogno di fascisti! Bastano le leggi e una polizia bene armata. Scusami un momento..."

"No", disse Paolo, "hai bevuto troppo."

"Voglio prendere un caffé per snebbiarmi la testa."

"Lo prendo anch'io."

Entrarono in un piccolo bar dalle pareti rivestite di specchietti rettangolari incassati l'uno accanto all'altro come le piastrelle di un pavimento. Videro così le loro facce frantumante in mille riflessi. Lo zio bevve un caffè doppio, scuoté la testa come un cane uscito dall'acqua, fece brrr, e ne ordinò un secondo, che bevve più lentamente. "Mi sento meglio."

Uscirono.

"Che bella serata!" fece Edmondo con altra voce. "Parliamo di donne. Non ci avveleniamo il sangue con la politica. Ti racconto una mia avventura... Quindici giorni fà, al ballo di San Domenico di Taormina, me ne stavo in un angolo, annoiato e scuro come un gufo. D'un tratto mi si avvicina una signora inglese con gli occhi lucidi e tutta eretta sulla persona nello sforzo di non vacillare. 'Come with me!' mi dice in tono imperativo accennando allo scalone. Il tono di comando mi dispiace in ogni caso nelle donne, anche se lo usano per dirmi di picchiarle. In ogni caso per il rispetto che uso verso l'ubbriachezza, la seguii per lo scalone e in un giro di corridoi. Forse -pensavo- vuole essere aiutata ad aprire la porta perché non è sicura d'indovinare il buco della serratura con la sua mano di ubriaca. Ma arrivati davanti alla sua camera, ella girò la maniglia della porta, che evidentemente non era chiusa a chiave, e dopo avermi imposto, con una violenta girata d'occhi, di entrare per primo, richiuse il battente dietro di sé e fece scorrere il lucchetto."

"Era bella?" domandò Paolo.

"Forse dalla mia descrizione, alterata dalla collera, è venuta fuori una vecchia lady. Invece sto parlando di una giovane bellissima, con le pupille color viola, di quel viola vellutato e denso che dà anche una sensazione di profumo. E nelle mani poi, cos'aveva? una bacchetta magica? Con un solo gesto fu nuda, nuda come una statua di marmo. 'Spogliati!' ordinò e poi, aprendo la porta del bagno, m'indicò la doccia, perché evidentemente mi scambiava per uno di quei siciliani che non si lavano spesso."

"Fece la doccia anche lei?"

"Lei no, perché diceva di averla fatta tre volte quel giorno stesso."

Da questo punto il racconto scomparve nel silenzio. Riemerse cinque minuti dopo.

"Insomma", disse Edmondo, "gridò come se partorisse, sgretolò i denti, sbatté la testa cento volte contro la spalliera a rischio di buscarsi una commozione cerebrale, e infine rimase mezzo morta, con gli occhi chiusi, il naso pallido e il respiro lento. Quando riaprì gli occhi e mi rivide, afferrò subito il campanello come se avesse sorpreso un topo d'albergo, e mi ordinò di filar via, minacciando di chiamare il cameriere se avessi tardato un solo minuto. L'indomani la incontro per le scale, mi guarda come si guarda un muro e passa oltre senza notare minimamente che la salutavo. Ma come -pensavo- dopo quello ch'è accaduto fra di noi? Ma io con un ceffone ti faccio girare la testa sul collo come una ruota! Ero offeso, esasperato, e un tantino innamorato. Quando, tre giorni dopo, la rincontro in un ricevimento del duca di Formia, le vengo presentato con tutti i miei titoli. Subito questa bella donna diventa un'altra: si rischiara, si ammorbidisce, mi colma di cortesie, mi accompagna a casa con la sua macchina. Davanti al portone, dentro la macchina ferma, col pericolo d'esser visti dai monelli che giocavano tutt'intorno, mi bagna di baci il viso e i capelli. Mi lascia pieno del suo profumo, con la cravatta fuori dal panciotto. Sfortunatamente, tornava in patria quella notte stessa. Ma giunta a Parigi, cosa fa? Ordina un orologio a Patek, e lo fa montare in oro da Cartier. Ieri mattina ricevo questo meraviglioso regalo, accompagnato da una lettera con la semplice parola: aprirlo. Apro infatti la cassa e nell'interno del coperchio trovo impressi il mio nome e la data della notte di Taormina. Non siamo più né inglesi né italiani, ma due grandi signori del mondo, due persone veramente libere. Evidentemente a Taormina ella mi aveva scambiato per un piccolo borghese, per un avvocatuccio che porta in giro la borsa di cuoio o un impiegato dello Stato con la busta del ventisette in tasca... Scusami", disse d'un tratto cambiando tono, "quanti anni ha la farmacista?"

"Ventidue."

"E tu vorresti sposare una donna che ha tre anni più di te? Ma sei ammattito? Se veramente ti piace il tipo fisico della famiglia Berselli, aspetta ancora vent'anni, e sposa la figlia di questa giovane farmacista, avendo cura di salvare la futura moglie dalle macchie del lavoro."

"Questa figlia avrà vent'anni meno di me, ammesso che la ragazza sposi subito qualcuno e diventi madre fra un anno."

"Vent'anni è la giusta differenza di età tra un uomo e una donna. A me personalmente non basta più. Ho quarantasei anni e le donne di ventisei mi sembrano troppo mature. In questo momento posseggo due amanti: una diciottenne e una ventenne. E la lady, quanti anni credi che abbia? Ventuno! Ascolta il mio consiglio: parti per Roma; fra vent'anni, sposa la figlia della farmacista. Come nonno, il professore Berselli, umanista, poeta dialettale, uomo scrupoloso e onestissimo, sarà più sopportabile che come papà."

13 nov. 1994


 

il 26 giugno 2003, scrivendone ad Alessia:

ho invece letto, con pienissima soddisfazione, una diecina di anni fà, "paolo il caldo" che per me è un capolavoro assoluto. e guarda che si tratta di un'opera incompiuta, nel senso che vitaliano brancati, per la morte arrivatagli purtroppo troppo presto, non poté compiere quella seconda, e terza, e quarta - dipende dal costume dello scrittore - stesura che si riprometteva di compiere. ma il racconto non è incompleto perché gli manchi il finale o qualcosa; è incompleto perché non è stato revisionato, riletto, rivisto. Ma ha tutte intere le stigmate del capolavoro, ed è uno di quei libri che dovrò assolutamente riprendere in mano.

ricco di preziosissime metafore (ogni capitolo, come ora non s’usa più, inizia con un ardito, ispirato, conturbante, fluorescente "così come…"), e di una sensualità calda e disperata, l’opera incompiuta di vitaliano brancati mi appare come un frutto d’una mortalità - anziché d’una vitalità - esausta e malata, così come esausta e malata era allora la sicilianità, allora che eravamo ancora degli isolani.

come già nel "bell’antonio" i personaggi vi sono disegnati in maniera efficacissima, ondeggianti, baroccheschi e preni dei vizi della ferace terra che li sostiene e del cielo che feroce gli alita sopra.

ma forse, Alessia cara, forse - mi permetto di opinare - sei troppo giovane per un romanzo come questo. non ti dico di non leggerlo, ti ritengo matura e intelligente quanto ne avanza per sorbirlo e gustarlo quasi come si deve, anche se mi sembrerebbe ardito cominciare con l’ultima opera di brancati, come di mann, e non dalla prima o dalla più famosa tra le prime.

vorrei solo dirti che temo che, leggendolo ora, così giovane come sei, tu possa fartene un’idea incompiuta, perché ti manca del tutto – e non per colpa tua – il retroterra – stavo per dire retrogusto – di quella sicilia che non hai fatto in tempo a vedere. fanne allora una prima lettura, rimandando la immancabile seconda a quando sarai grande. fai come si fa col vino nuovo che lo si assaggia (volentieri) a san martino ma si sa che quello veramente buono verrà fuori sotto il carnevale.

sei giovane e poco o nulla sai purtroppo della sicilia di quaranta o cinquant'anni fà, per questo ti dico che hai bisogno d’un approccio più meditato per apprezzare in pieno non soltanto lo stile narrativo, carico oltremisura, anzi caduco, ma le figure che brancati con inarrivabile talento ci dipinge.

per fartene un esempio: ne hai mai visti di umilissimi e timidissimi uomini (sì, c’erano anche loro, una volta in sicilia; d’altronde come potevano esistere i forti se non esistevano i deboli?) che, momentaneamente isolati in un contesto relazionale più grande di loro, solevano, ogni volta che profferivano una battuta, scoppiare subito a ridere? sono almeno quarant'anni che non ne ho più visto uno.

con quella buffa e inopportuna risata, loro, poveracci, volevano significare, come per mettere le rustiche mani in avanti: "signori, egregi signori, non arrabbiatevi se vi pare che stia dicendo uno sproposito. non lo vedete che io stesso ci rido sopra?".

brancati questo tipo lo descrive alla perfezione, e non è facile. ed è una pittura tragica, come tragico e niente affatto comico è l’intero libro. è una delle tante speci da tempo scomparse, quella del villano che ride in modo così disperato. perché non ce ne sono più persone timide o timorate. e meno ancora di quelle che voglian dire, anche per finta, "non abbiatevela a male perché di sicuro sto dicendo una sciocchezza".