NOVANTATRE’ di Victor Hugo (1874) - Oscar Mondadori

Nota di copertina: Novantatré, il romanzo finale e più perfetto della vastissima produzione letteraria di Victor Hugo, conclude il dialogo che lo scrittore aveva intrattenuto per tutta la vita con la Rivoluzione: nuova barbarie o nuova età dell’oro? Alla domanda, quest’epos sull’anno del Terrore, il 1973, acme dell’epoca di ferro e piombo della Francia che ha tagliato la testa ai re, risponde: è il nuovo mito, destinato quanto prima a tradursi nell’ideologia che conquisterà il mondo. Pubblicato nel 1872, Novantatré, uno dei più alti e singolari romanzi dell’Ottocento, è probabilmente il più "moderno" di tutti, immenso affresco che è anche la storia di tre "caratteri" scolpiti con stupefacente maestria: Lantenac, l’uomo del re e dell’onore antico, Cimourdain, genio austero e implacabile della Rivoluzione, e Gauvain, aristocratico nipote di Lantenac, passato al popolo e che Cimourdain farà ghigliottinare per seguirlo subito nella morte. Sullo sfondo del grande dramma collettivo e personale, quella folla di "coscienze", di "spiriti in preda al vento" che hanno cambiato la Francia e il mondo. Ma è la Torgue, la fosca torre medievale presa d’assalto dall’esercito repubblicano inviato a schiacciare la rivolta vandeana, il perno di questa formidabile raffigurazione dalle tinte infuocate, in cui buoni e cattivi, torto e ragione sono mossi da qualcosa che li trascende, l’"enigma della Storia".

Nota di recensione: Narrano le cronache che Hugo dopo avere licenziato e dato alle stampe questo romanzo si concesse, per riprendersi dalla fatica, un viaggio in Africa. Da dove, ansioso dell’esito delle vendite, ad un certo punto si risolse a telegrafare a Parigi al suo editore. Il testo del telegramma in questione fu di una sinteticità unica: soltanto un punto interrogativo, e poi le sue iniziali (la risposta che ricevette ne fu pienamente all’altezza: solo un punto esclamativo).

Ultimata la lettura del romanzo in questione credo di comprendere le cause di tanta laconicità: avvenne perché certamente Hugo tutte le parole che il buon Dio pur gli aveva dato in abbondanza le aveva consumate scrivendo appunto questo libro. Mai vista una composizione più infarcita di parole di questa! Mai visto uno scritto ridondante, trasbordante e risonante di frasi come questo. Mai letto un campionario, una girandola, una baraonda di concetti per dire di una cosa sola.

Da far dolere la testa! Da una pagina qualsiasi un breve esempio: "Il grido era uscito da lei. Quella creatura non era più Michelle Fléchard, era Gorgone. I miserabili sono gli spaventosi. La contadina si era trasfigurata in Eumenide. Quella paesana qualsiasi, volgare, ignorante, inconsapevole, bruscamente assumeva le proporzioni epiche della disperazione. I grandi dolori sono una dilatazione gigantesca dell’anima; quella madre era la maternità; tutto quanto sintetizza la maternità è sovrumano; la donna levava lì, sull’orlo del borro, davanti al braciere, davanti al crimine, qualcosa come una sepolcrale potenza; aveva il grido della bestia e il gesto della dea; il suo viso, dal quale profluivano delle imprecazioni, pareva una maschera di fiamma. Nulla di sovrano quanto il lampo dei suoi occhi annegati nelle lacrime; il suo sguardo folgorava l’incendio".

Hugo quando trattò dell’anno più tragico e sublime della Grande Storia di Francia già si era elevato a Vate. Egli tutto conteneva e ormai riteneva che la Nazione dovesse parlare con la sua voce.

Così che io, nel mio piccolo, lo sospetto di pirandellismo ante litteram. Ecco cosa dice di Luisette, la ghigliottina, strumento simbolo di quegli anni tremendi: "Si intuiva che quella cosa era stata costruita da esseri umani, tanto era brutta, meschina e gretta; e che avrebbe meritato di essere collocata là da geni, tanto era formidabile". Cioé come dicevo, egli, nel suo vasto voler tutto contenere, finisce per comprendere salomonicamente tutto e il contrario di tutto. Spiega le ragioni della Vandea, atroce e maledetta, e si fa portavoce di quelle della Rivoluzione, feroce e assassina. Ama Gauvain e nello stesso tempo ammira Lantenac. Hugo doveva pensarla come White Whitman, che di sé ebbe a scrivere: "Mi contraddico? Benissimo, mi contraddico. Vuol dire che sono vasto. Che contengo moltitudini!" con la probabile, non lieve, differenza che Hugo non pensava affatto di contraddirsi. Sentiva solo d’essere la Voce della Storia, la Voce di Dio.

Grande Paese la Francia, vedete invece che scempio abbiamo fatto noi italiani della nostra guerra civile. D’altronde ogni popolo ha gli storici che si merita.

Hugo, meritatamente, riposa nel Pantheon. Il libro è bello, ne consiglio la lettura. A chi sa leggere.

11/5/1997