Margaret Mazzantini: Non ti muovere. (2001) 295 pagg. Mondadori editore. Prezzo 16,53 euro.

Nota di copertina: Una giornata di pioggia e di uccelli che sporcano le strade, una ragazza di quindici anni che scivola e cade dal motorino. Una corsa in ambulanza verso l'ospedale. Lo stesso dove il padre lavora come chirurgo. È lui che racconta in presa diretta l'accerchiamento terribile e minuzioso del destino.

È lo sgretolamento totale, il disfacimento della maschera di fermezza e cinismo, è lo strappo del pianto davanti al collega neurochirurgo che si assume la responsabilità dell'operazione.

Timoteo, il padre, rimane in attesa, immobile nella sua casacca verde, in un salotto attiguo alla camera operatoria. E proprio in questa attesa, gelata dal terrore di un evento estremo, quest'uomo, che da anni sembra essersi accomodato nella sua quieta esistenza di stimato professionista, di tiepido marito di una brillante giornalista, di padre distratto di un'adolescente come tante, è di colpo messo a nudo, scorticato, costretto a raccontarsi una verità che gli restituisce un'immagine di sé straniata e violenta. Quasi che nel tepore ovattato delle nostre vite la vera verità possa essere spremuta soltanto dal dolore.

Parla a sua figlia Angela, parla a se stesso nel silenzio che lo circonda. Rivela un segreto doloroso, che sembrava sbiadito dal tempo, e che invece torna vivido, lancinante di luoghi, di odori, di oscuri richiami. Ecco apparire un'estate arroventata di tanti anni prima, una squallida periferia urbana, una donna docile e derelitta, con un nome spropositato, Italia. Ecco l'agguato delle viscere nell'esistenza sterile e ponderata del medico. Con precisione chirurgica Timoteo rivela ora alla figlia gli scompensi della sua vita, del suo cuore, in un viaggio all'indietro nelle stazioni interiori di una passione amorosa che lo ha trascinato lontano dalla propria identità borghese, verso un altro se stesso disarmato e osceno. E il racconto diventa quello di un padre che scaraventa la sua giovane figlia in coma nel proprio inconscio di uomo, di maschio. Da una parte l'intervento chirurgico reale, i ferri, i monitor, l'anestetico. Dall'altra un bisturi invisibile che penetra nella carne viva dei ricordi, insanguinandoli.

Non ti muovere racconta, con una scrittura che prima di farsi leggere si fa vedere, la storia di molte storie d'amore, il viaggio di un uomo dentro una donna, di un uomo dentro le donne; ma anche il viaggio di una figlia verso un padre disintegrato dal dolore. Timoteo implora sua figlia di non morire, di non muoversi, di posare i suoi passi sulle orme di questo amore miserabile e gigante, di questa donna umile e grandiosa, per barattare la morte con la vita. Le parole contro un coma di silenzio. È una liberazione.

Nota di recensione: La scrittrice Margaret Mazzantini - recita la noterella in terza di copertina - è nata a Dublino e vive a Roma. Aggiungo io che è sposata con l'attore Sergio Castellitto, ha un bel nome, un bel cognome, lo sguardo intelligente e un viso interessante. Gode nell'ambiente letterario di buona considerazione e, per buona misura, suo marito non soltanto è un bravo e simpatico attore, ma ha dato sempre la sensazione d'essere una persona seria. Ce n'era quanto bastava perché desiderassi conoscerla. Per cui, dopo che ho riposto nella scansia quel Quel che resta del giorno che con albionica misura s'era fatto portavoce del muto soffrire del molto dignitoso mister Stevens, mi sono accinto con l'animo (il più possibile) sgombro da pregiudizi a questo Non ti muovere sul quale in IBS avevo contato ben 35 recensioni (su 39) del tutto favorevoli se non encomiastiche.

Ma il libro non mi è piaciuto, non l'ho finito, m'ha molto deluso. Perché alle pagine 11, 12, 13 e 14 (poco dopo mi sono fermato) ho trovato delle situazioni che ho reputato molto pregiudizievoli in senso negativo.

A pagina 11, là dove il protagonista ci parla della dottoressa Ada, anestesista rianimatrice nell'ospedale dove gli hanno portato la figlioletta in fin di vita, la Mazzantini ha scritto: "Prima di passare in rianimazione è stata una delle migliori anestesiste dell'ospedale, ha soffiato il protossito di azoto dentro molti miei pazienti".

Sì, "ha soffiato il protossito di azoto dentro molti miei pazienti". Non so se chi mi legge ne converrà, ma a me l'espressione è sembrata estremamente inelegante, e volgare l'aver voluto ridurre tutta la decantata perizia della dottoressa in un fatto pneumomeccanico.

Volto pagina e leggo del protagonista, che sta lasciando la sala chirurgica e ad un collega il paziente che stava ricucendo, che dice: "Finisci tu - ho detto ad un mio assistente. La ferrista gli ha passato il portaghi. Ho sentito il rumore del ferro che sbatteva sulla mano inguantata, un suono sordo che è risalito nelle mie orecchie amplificato".

A parte i termini "ferrista" e "portaghi" (e non porta aghi) che ho trovato alquanto bizzarri, io francamente sapevo di silenzi assordanti, non ancora che guanti di lattice e sottilissimi aghi per suture chirurgiche potessero produrre così tanto fragore.

A pagina 13 il protagonista, che disperato sta correndo dalla figlia moribonda, in un certo punto del percorso vede che "C'è una scatola per terra con scritto sopra rifiuti pericolosi, prendo l'uomo e lo butto lì dentro".

Ohibò, si prende e si (auto)butta lì dentro, dunque! Sì, in senso metaforico, è ovvio. Ma si converrà che si tratta di una immagine che per improbabilità e ineleganza fa senz'altro il paio con le precedenti.

A pagina 14, il protagonista, a proposito del neurochirurgo che s'accingeva ad operargli la figlia, dice: "Alfredo è il migliore della sua divisione, eppure non gode di grande considerazione da parte di nessuno" - non bastava scrivere solo "non gode di grande considerazione", senza aggiungere quel "da parte di nessuno" che è una oziosa ripetizione? - "è incerto nei modi, spesso scontante, senza meriti visibili; opera all'ombra del primario, si spompa mentre quello lo sta a guardare".

Alla faccia del caciocavallo!. Se questo è Alfredo, che "è il migliore della sua divisione", come saranno gli altri????!!!

Basta, lo chiudo e ci metto sopra una pietra. E poi tutta questa angoscia, questo dolore, questa disperazione, l'urlarsi dentro senza ritegno e il gridare fuori senza misura psicologicamente non li reggo.

Penso al mai abbastanza lodato mister Stevens quando in una stanzetta della mansarda stava morendogli il padre e lui non poteva salirci perché in quei momenti era sconveniente che lasciasse il servizio

(cfr. Quel che resta del giorno, pag. 129):

"Sentii qualcosa toccarmi il gomito, mi girai e vidi Lord Darlington.

- Stevens, stai bene?

- Sì, signore. Perfettamente.

- Dalla faccia si direbbe che stai piangendo.

Sorrisi e dopo avere tratto dalla tasca un fazzoletto, mi asciugai rapidamente il viso. - Mi dispiace tanto, signore. E' la fatica di una giornata pesante.

- Sì, c'è stato davvero molto lavoro.

Ve bene che gli irlandesi sono dei maledetti papisti, ma da una scrittrice nata a Dublino è lecito, secondo me, pretendere una minore enfasi e una maggiore "misura".

19 agosto '02