NERONE di Roberto Gervaso (1978) - Editore Rusconi.
Nota di copertina: Nerone (Lucio Domizio Enobarbo), imperatore romano, nato nel 37 e morto nel 68 d.C., fu anche un mostro, ma per cinque anni, consigliato da Seneca, governò con saggezza. Ebbe la sventura di cadere sotto la penna di Svetonio e di Tacito, che ne hanno tramandato un’immagine perfida e viziosa. Non che Nerone vada assolto dei delitti che commise e dai misfatti che perpetrò. Qassassinò la madre, che stava congiurando per assassinare lui, spense col veleno il fratellastro, aspirante alla porpora, fece "suicidare" Seneca, suo ex precettore e ministro, di cui per anni era stato succubo pupillo. Crimini che non meritano alcuna indulgenza, ma dai quali non furono scevri altri sovrani. Fu protagonista e vittima dei suoi tempi. Tra i più foschi e sanguinosi dell’età imperiale.
Di Nerone Roberto Gervaso, storico di affascinanti doti narrative, ci offre un ritratto disincantato, malizioso e preciso, che emerge da un grande affresco scenico dell’antica Roma.
Nota di recensione: Gervasetto nel fondo mi lascia sempre deluso; anche quì egli non è più di quel solito accattivante assemblatore del quale pur sapevo. Inoltre quanto esposto in questo libro riecheggia in maniera quasi sinottica quanto da lui stesso e dal suo maestro Montanelli pubblicato una quindicina d’anni fà in una Storia di Roma avente le identiche, precise connotazioni, se non, forse, qualcosa in più (quà e là la sapiente mano dell’Indro). Di Nerone ricordo nitidamente, fin dai tempi dell’Università, una documentata esplicazione ed un circostanziato giudizio sul Levi-Meloni (L’Impero Romano) che, imprestatolo, ho perduto, e che altrove non trovo. Mi innamorai così tanto di quel ritratto che per anni cullai il progetto di lavorarci sopra con metodo ed applicazione, fino a portarlo, il progetto d’una seria rivalutazione di Nerone, ai fasti d’una tesi di laurea. Il progetto naufragò per carenza d’applicazione, ma non era velleitario, né, credo, gratuito.
La morte di Nerone lasciò nel popolino un rimpianto che il tempo non estinse e più generazioni ne attesero il ritorno. Ciò perché egli molto tolse ai ricchi, dàndolo ai poveri; perché fu sempre attento e sollecito ai loro bisogni (copiose elargizioni di grano come mai prima né dopo) e ai loro umori (il gioco, il circo, i ludi: c’è poco da irridere, poco è cambiato!). Promosse e condusse opere di bonifica utili quanto ardite con una spiccata voglia di cambiare il vecchio e fatiscente in nuovo e funzionale (per esempio il risanamento del suburbio, miserabile bidonville di quei tempi; la bonifica della palude pontina; il taglio dell’istmo di Corinto, su cui buoni giudizi si trovano pure quì). La riforma fiscale e, avanzatissima e meritoria, quella monetaria, che ebbero il solo torto di essere troppo "giuste" e progredite in una società sempre troppo oligarchica ove la vita e i bisogni del popolo contavano quanto quelli di un animale.
Tanto bastò per alienargli per sempre la simpatia di chi solitamente scrive e fa scrivere la storia, cioé dei ricchi e dei ceti dominanti in genere (i quali hanno sempre visto nel popolo affamato un irriducibile nemico di classe); dell’odio e del rancore dei cristiani dei quali qualcuno ne fece pur bruciare in quanto i cristiani cominciavano allora ad essere quel tumore che nel giro di appena duecento anni avrebbe divorato e distrutto cotanto Impero, in quanto giudaicamente Stato nello Stato (almeno fino a quando non se ne impossessano), spina piantata in ogni fianco che voglia respirare laicamente.
Permeati come siamo di plutocratismo capitalistico e di cattolicesimo controriformista come può sperare il povero Enobarbo di potere avere resa un po' di giustizia? I suoi innumerevoli detrattori molto parlarono dei suoi delitti, bollandoli di sempiterna infamia, ma essi non furono nè maggiori nè diversi di quelli che commette ognuno che abbia comando (principi della Chiesa compresi), ma non dice mai abbastanza chiaramente che egli non volle mai essere un guerrafondaio, preferendo sempre, insieme col bene dei suoi sudditi, la loro vita, giacché erano sempre loro che nelle guerre andavano a morire.
Fù un sovrano assoluto, questo sì, ma erano i tempi, e questo la gente lo trovava non solo del tutto naturale (almeno fino alla fine del ‘700) ma lo voleva. Fù debole e facilmente condizionabile, e semmai fù questo il suo limite, che pagò caro. Non ebbe colpe, diciamo così, sociali, giacché chi lo denigrò e lo combatte non aveva e non ha certo più a cuore di lui il bene del popolo e dello Stato, e nessunissimo amore per l’arte.
6/1/1986