Enzo Russo: Nato in Sicilia (1992) - Editore Mondadori, pagg. 347 euro 16,53.

Nota di copertina: A sette anni, il giorno stesso del funerale della madre, Pietro Lanza viene condotto a Milano da uno zio scapolo, lontano dalla Sicilia, dal padre e da tutto quello che aveva lasciato laggiù. Troppo piccolo per capire, senza nessuno che lo aiuti a ricordare, Lanza rinuncia alla memoria, perde progressivamente interesse a tutto ciò che non sia un presente tranquillo, privo di emozioni. Ventisette anni più tardi, il telegramma che gli annuncia la morte del padre lo costringe ad un imprevisto viaggio invernale verso un mondo di cui non sa nulla. Quella che gli viene prepotentemente incontro è una Sicilia omerica, carica di contrasti, di enigmi, di suggestioni, temibile, oscuramente diversa. Lanza scopre la posizione sociale della sua famiglia, conosce la Catania frenetica del dopoguerra e, all'interno dell'isola, l'aspra realtà del feudo e la sua silenziosa barbarie. Deve affrontare donne per lui troppo semplici o troppo complesse, e fin dai primi giorni viene folgorato dalla figura di una madre per lui ignota. Dal racconto di chi l'ha conosciuta e amata, emerge una donna straordinaria, protagonista di una tragedia gelosamente custodita da amici e nemici.

Oggi che la Sicilia è diventata la metafora più drammatica ed evidente della crisi di civiltà che scuote l'intero paese, questo romanzo ci aiuta a capirla dal di dentro, senza prevenzioni e senza indulgenze, nei meccanismi della sua mentalità, nei gesti concreti del lavoro e nei riti della vita sociale, nelle sue passioni e nelle sue violenze. Condotto con il ritmo di un thriller, animato da una conoscenza profonda di uomini e cose, Nato in Sicilia può anche essere letto come un album di famiglia che attraverso le sue immagini inedite racconta un intreccio di storie pubbliche e private cariche di destino e di premonizioni, perentorie come gli incubi e i sogni, in cui è già scritto il presente.

Nota di recensione: Con un distico sulla quarta di copertina l'autore esprime l'auspicio che, dopo aver letto il libro, chi non ama la Sicilia cominci ad amarla e, al contrario, chi la ama si raffreni un po'. Suggestivo proposito, che per quel che mi riguarda, nel merito della seconda parte si è realizzato effettivamente.

Da sempre affascinato di quella Sicilia povera e frugale che quando nacqui s'apprestava a morire ("quando - la frase l'ho tratta dal libro e mi è piaciuta moltissimo - la miseria materiale stava per chiudere il suo regno millennario per lasciare il posto alla miseria morale"), di frequente mi capita di sollecitare mio zio Liborio (il mio zio più vecchio, l'ultimo che m'è rimasto) a parlarmene, a confrontare la miseria morale che c'è oggi con gli austeri costumi d'una volta, per poter levare al cielo alti lai di quanto sia sconcia e schifosa questa. Al che il povero vecchio (ah, quanto brutta e crudele è la vecchiaia; al tempo dei fatti narrati dal libro lui aveva trent'anni), che dal magro frutto di quella terra fu nutrito e con l'aiuto di Dio sopra di essa crebbe, dopo essere stato per un certo tempo al gioco, regolarmente ad un certo punto, mi interrompe e mi fa': "Ah, caro nipote, è bello e comodo fare il laudator temporis acti quando si hanno la pancia piena e le spalle al coperto! Sì, la verecondia, il rispetto, la rassegnazione, il timore di Dio, le donne che non uscivano di casa e tutto quello che vuoi son virtù teologali, e non posso certo essere io a non rimpiangerle. Però io che quei tempi li ho vissuti realmente non posso dimenticare la fame, la miseria, la sporcizia, l'umiliazione dei poveri che erano trattati come le bestie e non avevano difesa dall'arbitrio della sorte e dalla prepotenza dei ricchi, il fatto che a cinquant'anni gli uomini e le donne, distrutti dalla fatica, erano già vecchi e che dei bambini nati i due terzi non superavano il secondo anno di età. Come la tua sorellina Lidduzza che morì perché il dottore I. le aveva fatto un'iniezione con un ago infetto".

Così parla ogni volta il caro e vecchio zio, che poi tace e per un po' non parla più. E penso che leggere questo libro potrebbe piacergli molto, se leggere non lo stancasse troppo.

Molto umanamente sentite, e molto umanamente esposte, tutte queste cose, questo dolore, questa rassegnazione, questa violenza, questa impotenza, in Nato in Sicilia io ve le ho trovate. E inequivocabilmente gli danno ragione.

In verità questa ferace e feroce terra mai è stata quell'Arcadia felix che aedi con la pancia piena, nostalgici schifiltosi e rivoluzionari da salotto sogliono immaginarsi per trarre forza d'odio verso questa specie di ibrido sconnesso che è la Sicilia d'oggi.

La trama, ricca di complesse visioni e palpitante di oneste incertezze, narra del viaggio a ritroso che un giovane siciliano interamente cresciuto a Milano (verosimilmente lo stesso Russo, giacché i riferimenti biografici principali coincidono) - un tipo all'inizio alquanto arido e frastornato - nel '49, per una di quelle vicende che in realtà nella vita non capitano mai, viene a compiere nella sua terra d'origine e nel buio dei ricordi più lontani.

L'impatto è difficile e lento il coinvolgimento (ma parallelamente, via via, il tizio - il marziano - va diventando più umano e più espressivo, persino più caldo e finanche simpatico alla fine). Le vicende del protagonista si dipanano tra la frenetica Catania dell'immediato dopoguerra e la feudale Mazzarino, nel cui ambito la trattazione si fa centrale.

Alla fine del racconto e al termine della sua odissea (Odissea appunto nel significato classico di ritorno alle origini), al culmine del processo di rifondazione ideologica e fattuale, Pietro Lanza (è lo pseudonimo che Russo dà al suo alter ego, se alter ego lo si può chiamare), per sancire la piena assimilazione del nuovo ruolo compie una scelta dall'alto valore simbolico, che mi è parsa geniale per inventiva, coerente dal punto di vista ideologico, pregnante nell'economia del progetto e massimamente edificante per i semplici di spirito.

I fatti narrati sono veridici, lo garantisce uno che ad un tiro di schioppo da Mazzarino purtroppo c'è nato, e la narrazione coinvolge continuativamente. Colpisce che queste cose "il milanese" Russo le abbia concepite e scritte a soli 36 anni (egli è nato nel '55, la prima edizione del libro è del '91; 91 meno 55 fa appunto 36) o, più verosimilmente, a 34, se non a 35 se consideriamo che un libro così intenso non lo si scrive in sei mesi e, credo, neppure in un anno.

E stupisce che abbia fatto una scelta editoriale così coraggiosa, perché va sicuramente controcorrente la vicenda di un giovane (per una persona anziana sarebbe diverso, giacché il pensiero della morte prima o poi ci riconduce sempre alle radici) che ha avuto la fortuna di ben milanesizzarsi, che volontariamente disveli - oggi che il meridione è solo la brutta copia e non riuscita del settentrione - quarti lombari marchiati di sicilianità.

E se Russo è innanzitutto giornalista - dico questo perché in tale veste non l'ho mai incontrato -, egli non è - qui mi rifaccio alla sagace definizione che il sommo Brera dava di sé quando parlava del suo (unico) romanzo - l'imbianchino che dopo tant'anni di fare l'imbianchino un bel giorno si picca di dipingere una madonna.

E' scrittore, scrittore "duplice", il giovane Russo. Duplice perché nel "romanzare" s'avvale con profitto delle qualità proprie del giornalista di mestiere (l'occhio osservatore, l'abilità descrittiva, la capacità di raccogliere informazioni, una profondità non esaustiva), fermo che dello scrittore di professione egli possiede - cosa che i giornalisti non possiedono - la capacità di "capire" il dolore.

Non sto dicendo che il giovane Russo valga il Verga o Brancati; ancora non possiede l'acutezza del primo né la rotondità del secondo. Ma è giusto attenderlo con interesse a nuove prove di narrativa, magari su tematiche più astratte.

Ci sono passi bellissimi nel libro, e quella sicilianità di una volta che (a ragione o, come dice mio zio, a torto) io rimpiango (l'uso del dialetto, il significato nascosto di certi gesti, la categoria mentale dell'apparire che sovrasta tutte le altre, il culto dell'ospitalità e il rito della tavola, il mistero di un matriarcato che mai si rivela, il culto dell'onore e il tabù delle corna, e verità antiche come quella che vuole che sian segni di potenza le terre, gli animali e un onorevole a tavola) vi traspare tutta intera. E io, che potevo riconoscerla, l'ho riconosciuta.

Il suo ritorno alle origini il protagonista lo conclude in un modo che Russo ci adombra appena, ma che, se saputo cogliere, assume un grande valore simbolico. Lo conclude con la scelta, probabilmente la più importante di tutte, che il protagonista compie nel finale.

Quando - liberatosi delle soggezioni, delle remore mentali, dei dubbi, delle incertezze, dei condizionamenti e, nel frattempo, delle due vogliose cugine (chiara e aperta la prima, fosca e suggestiva la seconda, diversissima l'una dall'altra, ma ambedue ognuna a modo suo determinate, intraprendenti e discretamente puttane - metafora, la prima, di quella milanesità che il protagonista andava a lasciare, e che se lo avesse voluto avrebbe potuto ancora recuperare, e la seconda di quella sicilianità ancora non del tutto compresa ma alla quale si avviava -), trovato anche il quadrupede giusto - fa sua, come se fosse una candida ostia, quella parte di Sicilia che - guarda caso, perbacco! - è proprio quella timida e innocente, vereconda e frugale, rispettosa e timorata che io nella mia mente ho preteso che esistesse. E così - signori - il mio cerchio si è chiuso.

Ognuno si scelga la parte di Sicilia che di più gli aggrada. Qui, come nell'inferno di Dante, c'è tutto e il contrario di tutto.

8 agosto '02