Mussolini, di Pierre Milza (2000). 1038 pagg., Carocci editore. €. 43,90.
 
Nota di copertina: Come ricostruire il percorso di una carriera cominciata all'ombra di Garibaldi e Mazzini, di Proudhon e Marx, e conclusasi con la terribile esperienza della Repubblica di Salò? Perché un figlio del popolo, militante operaio, si è trasformato in un ardente nazionalista? E per quale motivo un uomo da sempre ostile alla Germania e indifferente ai problemi razziali è divenuto l'alter ego di Hitler rendendosi complice del genocidio? Pierre Milza propone una biografia di Benito Mussolini che dà rilievo agli anni della formazione giovanile e alla ricostruzione della politica estera del fascismo.
 
Nota di recensione: Poche righe perché questo deve restare un giudizio sul libro non sul personaggio. Intanto si tratta d’una trattazione accuratissima, scrupolosissima e strapiena di dettagli e di riferimenti, ove io ho veduto però una sorta di latente e probabilmente non conscia schizofrenia. Poiché Milza non fa mistero d’ammirare il politico, lo statista e (sopra tutto) l’uomo Mussolini così come non fa mistero di condannarne i metodi quando questi furono, perché fondamentalmente lo furono, violenti e antidemocratici. Giusto, anzi giustissimo; chi è che non li condannerebbe, in specie oggi?  Ecco, il problema sta proprio in quell’ “in specie oggi”; perché la storia e i personaggi storici – non mi stancherò mai di ripeterlo – vanno giudicati con i metri e i parametri che camminavano con le gambe delle genti di quei tempi e di quei luoghi, con le loro medesime difficoltà, negli stessi limiti e con le stesse larghezze nei quali loro potevano muoversi, quando quei metri o parametri era ritenuto luogo comune usarli e non destava meraviglia ricorrervi. Noi venuti dopo dobbiamo resistere alla vertiginosa tentazione di fare dei giudizi etici su fatti e avvenimenti storicamente e geograficamente lontani da noi, noi dobbiamo dare solo dei giudizi relativi e non metterci a sentenziare, non siamo degli dei o dei sacerdoti, non è nostro compito condannare e assolvere. E’ troppo facile dire ora che l’alleanza con la Germania hitleriana fu un orrore e un tragico errore. Si sforzi per favore il lettore di immaginare – se ci riesce – quel che si pensava dell’esito del conflitto in Europa tra l’estate e l’autunno del 1940, quando anche la Francia era caduta quasi senza combattere, gli inglesi si erano dovuti precipitosamente reimbarcare a Dunkerque e della sciagurata operazione Barbarossa nulla si sospettava. Solo facendo così – allargo un momento il discorso - potremo comprendere storicamente (ho detto comprendere, non giustificare) gli assassinii perpetrati da un personaggio universalmente riverito come Ottaviano Augusto e i roghi che hanno illuminato il cammino della Chiesa nel medioevo; solo così potremo giustificare la violenza degli ebrei (col distinguo che trattandosi di un popolo che si ritiene ispirato da Dio qualunque giudizio nei loro confronti sarà però sempre un giudizio morale). Alla resa dei conti, pur con la sopradetta riserva di natura morale o moralistica, io mi sento creditore verso questo intellettuale francese. Pur se francese egli non si frena quando si tratta di addebitare alla ottusa insensibilità e agli smodati egoismi delle democrazie imperialistiche (e quindi alla stessa Francia e alla Inghilterra) molte delle ragioni che spinsero Mussolini a far lega con i tedeschi “per un nuovo assetto dell’Europa”. Dovevamo attendere che ci venisse dall’estero un libro che su Mussolini non sia, come il 99 per cento di quelli usciti in Italia, pieno solo di insulti e di una condanna prepotente e presuntuosa, totale e assoluta.
 
23/1/07.