Marcello Staglieno: Montanelli, novant'anni controcorrente (2002) - Editore Mondadori, pagg. 495 euro 18,59.

Nota di copertina: Elegante e provocatorio, epigrammatico e capace di delineare fatti e personaggi con stringente e ironica evidenza, nella breve perfezione d'un articolo o nella più distesa chiarezza di divulgatore storico, chi fu davvero Indro Montanelli? Senza dubbio un "principe" del giornalismo, con riconoscimenti e successi che mai nessuno ottenne, pur tra discussioni e polemiche che si protraggono a tutt'oggi, per il suo coraggio nell'affrontare in modo eterodosso, come "eretico della destra italiana", sia la quotidianità sia i temi più controversi della Storia. Soprattutto del Novecento: di cui resta, insieme, appassionato testimone e protagonista.

In quest'accurata biografia - frutto di una trentennale consuetudine e della conoscenza degli scritti montanelliani e di quanti l'intervistarono e conobbero -, anche attraverso precisi riferimenti testuali e una fiorita aneddotica, Marcello Staglieno ripercorre ogni vicenda pubblica e privata del grande giornalista e scrittore. Anno dopo anno, anzi quasi giorno dopo giorno, da queste pagine emerge altresì come 1'anarco-conservatore post-risorgimentale Montanelli -frondeur da fascista e poi da antifascista - seppe valutare, misurandosi non di rado con essi, i protagonisti del giornalismo, della cultura e della politica (da Giolitti a Mussolini, da De Gasperi a Berlusconi) del suo secolo, sino all'alba del Terzo Millennio. All'insegna ogni volta di una profonda passione per la verità, mai disgiunta dal disinteresse personale e dal gusto tutto toscano di porsi controcorrente.

Lo fu sempre: dall'"Universale" di Berto Ricci al "Borghese" di Leo Longanesi, dagli eccellenti reportage (nel contlitto etiopico e nella spagnola Guerra civil, nei "cento giorni della Finlandia" e nella rivolta ungherese del 1956) agli smalti beffardi degli Incontri, dall'abbandono del "Corriere della Sera" alla fondazione del "Giornale" (tra un'ostilità culminata nell'attentato brigatista nel 1977) e a quella della "Voce", sino al ritorno in via Solferino. C'è, in questo libro, "tutto" Montanelli, animato dal "pessimismo della ragione" del suo maestro Giuseppe Prezzolini ma anche dell'"ottimismo della volontà" di Piero Gobetti: i poli opposti della sua contraddittoria coerenza. Il Montanelli che al di là di qualsiasi polemica, i lettori di ogni generazione continuano ad amare.

Nota di recensione: Ho letto moltissimo di Indro Montanelli e pagherei una cifra al di sopra delle mie possibilità per avere un suo bustino di bronzo da tenere sulla scrivania (lui, anticomunista incoercibile sulla sua ne teneva uno di Stalin e a chi incuriosito gli chiedeva ragione rispondeva "Lui sì che sapeva come trattarli i comunisti…"). Ho letto quasi tutti i suoi libri e tutti i suoi articoli, facendone talmente tesoro da poter sostenere con orgoglio che il mio modo di intendere la storia e di vedere la società italiana sono figli esclusivi del suo insegnamento.

Ma ora non so se debbo dire di lui oppure del libro. Dirò poco o niente di lui, giacché su Montanelli gravano dei pregiudizi così pesanti che solo una temeraria e lunghissima frequentazione con i suoi scritti - un tu per tu quasi iniziatico, e che duri tutta la vita - possono dissipare, e certamente non io con i miei giuramenti.

M'avvarrò, per dir di Lui, delle stesse parole ch'egli, pensando a se stesso, usò nello scrivere del suo maestro Longanesi: "Quei pochi che, quasi sino all'ultimo, riuscirono a stare insieme a questo cannibale vegetariano in cerca di amici da consumare ma che invece consumò soltanto se stesso, che cosa avevano difeso? S'erano illusi di difendere un Ottocento che nemmeno nell'Ottocento era esistito. Fu una battaglia in difesa d'un bellissimo mondo, come tutti quelli che si sognano soltanto. Vogliamo dire, per semplificare, che Longanesi fu l'ultimo vero grande difensore della "Destra"? Diciamolo pure, forse anche perché lui avrebbe desiderato questa definizione. Ma la verità è che Leo non si sognò mai di difendere una classe in cui al fondo non credeva, consapevole com'era che alle spalle non aveva nulla, e che quella "tradizione" in nome della quale faceva la sua polemica se l'era inventata lui. Fosse nato in Francia, Leo avrebbe probabilmente trovato interessi reali a cui partecipare, e persino un partito in cui inserirsi […]. Ma a chi gli rimprovera di avere inventato una borghesia, un costume, un gusto ch'erano soltanto suoi, cioè di avere regnato su un reame senza territorio, senza esercito, senza nulla, e di averlo fatto contare, invece di diminuirlo ne esalta il valore".

E il libro? Il libro è onesto, e bisogna riconoscere che Staglieno, amico di vecchia data di Montanelli e, politicamente, seguace di Berlusconi, ha fatto tutto quel che poteva farsi per tagliare la verità in due e con giustezza.

E gli do anche il merito, a Staglieno, di una intuizione "particolare", e cioè quella di avere rassemblato Indro Montanelli al suo (suo, di Montanelli) compaesano illustrissimo e insigne maestro ser Niccolò Machiavelli. Giacché i due straordinariamente si somigliavano nel pessimismo lucido, nella generosità delle visioni, negli slanci e nella timidezza. E nel fatto che come Niccolò, Indro fu ispirato e spinto un'ambizione che coltivò sempre al massimo grado, cioè quella di determinare la politica del paese, la politica con la P maiuscola. Nei tempi fortunati quale consigliere del "Principe" e nel prosieguo, col mutare degli scenari e il restringersi delle possibilità, tramite la voce e lo scrivere. Non vi è riuscito l'uno come non vi riuscì l'altro. Non poteva riuscirvi né l'uno e né l'altro giacché la Destra prima e più che un'antologia è un'etica, una morale e una regola di condotta. E perché gli italiani, da sempre, cercano i pupari non i grandi uomini.

8/7/02