Milano amore mio, di Gaetano Afeltra – Rizzoli 2000 – pagg. 241. 14,98 euro.

Nota di copertina: Un giovane meridionale parte alla "conquista di Milano" spinto da una passione divorante, tanto sicura del suo scopo ultimo quanto evanescente nei suoi confini: la passione della carta stampata, quella che si vede ogni giorno nelle mani della gente e che si rinnova tutte le mattine. Gaetano Afeltra riprende in questo libro un tema che gli è caro e che sta al fondo di altri suoi volumi, da Corriere primo amore a Famosi a modo loro, cioè il fascino esercitato su di lui dalla grande città del Nord in cui ha lavorato e vive da più di mezzo secolo. Ma in questa pagine, attraverso ricordi, immagini anche della memoria lontana, incontri con personaggi, Afeltra trasforma la storia di una vita vissuta al centro dell’ambiente giornalistico in una specie di favola personale, nel racconto di una educazione professionale al "Corriere della Sera", e anche culturale e sentimentale.

Milano, se qualche volta può sembrare inamabile, resta però sempre incantevole con i suoi teatri, i cinema, i locali illuminati, i bar allietati dal sorriso delle graziose cassiere, i tram rigurgitanti di folla nelle ore di punta, la Scala e il "Corriere": Milano che sta al centro vivo dell’Europa, ma mantiene ancora il profumo della realtà lombarda; città insostituibile per tanti milanesi e tanti che milanesi non sono, è viva in questa scrittura limpida e appassionante, nella quale il lettore riconoscerà – o scoprirà addirittura – luoghi, persone, tradizioni, frammenti di storia, raccontati da chi a Milano è venuto per restarne conquistato.

Nota di recensione: Avuto riguardo della biografia di Afeltra e stando alle dichiarazioni in premessa, questo suo libro di conclamato amore alla città di Milano avrebbe dovuto avere lo spessore lirico delle lettere di Abelardo.

Ne salutai con gioia l’uscita non perché negli scaffali delle librerie manchino libri d’amore per Milano, ma per il fatto che ogni volta che vi se ne aggiunge uno ci par sempre, a me e a mio cugino l’architetto (lo cito perché è stato lui a regalarmelo: la condivisione di questo amore è una delle nostre migliori intese) che s’assolva ad una sorta di obbligo morale. Per cui, presolo in mano con lo stesso piacere col quale il gallinaccio accetta il frumentone, in tre soli giorni l’ho fatto fuori. E dalle prime pagine, quelle dove l’autore narra del suo gran viaggio da Amalfi a Milano e del suo approdo nella città, nostalgicamente m’è venuto di comparare alle sue le mie personali vicende, giacché quando avevo diciannove anni anch’io compii il suo stesso percorso.

Come Afeltra e come quasi tutti allora vi arrivai col treno. Approdai in quella gran stazione dalle altissime volte che a chi vi arriva apre il cuore e lo chiude a chi la lascia. Le ventiquattr’ore del viaggio le avevo condiviso con un distinto signore di Catania che anche se di poche parole m’aveva detto essere un funzionario della Fiat di Milano (oh, per dio! il non plus ultra, nel mio romantico immaginario). E nel parlar con lui, nell’agitarmi, nel guardare e nel riguardare l’orologio, nella febbrile attesa d’arrivarvi, avevo fatto fuori senza accorgermene i due chili di biscotti di Natale che avrei dovuto far tenere ai parenti che m’avrebbero ospitato.

Assetato com’ero di assoluto, quel primo grande andare dalla Milano del sud a quella vera, quell’approdare nella Milano del gran calcio, della grande editoria, delle grandi opere, delle grandi industrie, nel cuore del Nord (nord come categoria dello spirito più che nella comune accezione del termine) fu per me un viaggio fantastico, e pertanto, agli effetti pratici, purtroppo di irreale astrattezza. L’esotico e il bello allora come ora esercitavano su di me un fascino surreale.

E con gli occhi sbarrati affinché tutto e subito vi si impressionasse, avido guardavo le vetrine dei negozi delle strade dove passavo; le sontuose dimore coi giardini dentro, e i portoni alti quattro metri e larghi due, dato che ci si entrava e ci si usciva con le Rolls.

Dilatate le narici del naso e quelle della mente, inebriato ne aspiravo gli odori e i profumi, per assorbire, la magia di quelle magnificenze e le fragranze.

Mi sforzavo di stipare nella mente i nomi dei posti che vedevo: le vie del centro, le insegne dei negozi più importanti (la Rinascente; di fronte a lei la Ricordi dove poteva trovarsi ogni disco che si cercasse. La banca Rasini che aveva gli uffici proprio all’interno della Galleria; il Biffi e il Savini, "dove un pranzo costava uno stipendio"; l’antica gioielleria Rocca; il ristorante al primo piano della Motta dove si entrava, si pagava un prezzo fisso come al cinema e poi ci si poteva abbuffare di tutto quel che voleva, pancia nostra fatti capanna! Il bar caffè dell’Alemagna in via Manzoni, proprio sotto la casa di don Lisander, che a guardar bene dalle vetrine era il più elegante della città e aveva delle commessine deliziose. E corso Buenos Aires che in fondo anche allora era solo una viazza commerciale come ce n’è in ogni grande città, ma che in quel lontano 1966 mi parve essere né più e né meno che il paese di Bengodi. In piazza San Babila, dietro le luccicanti vetrine dei saloni della Bepi Koelliker facevano bella mostra le sontuosissime Jaguar e i roadster della MG, quelli mitici con l’overdrive e le ruote coi raggi. La grandi librerie del centro avevano una fila incredibile di vetrine e dietro di esse di certi libri si facevano pile che il volume più alto quasi toccava il soffitto. Le banche sembravano chiese e i grandi alberghi delle cattedrali. In piazza della Repubblica c’erano gli uffici delle più importanti compagnie aeree, e io dai nomi (Varig, Sabena, Quantas) m’ingegnavo a salire alle nazionalità. In detta piazza si ergeva, alta più di 100 metri strana nella sua tozza forma, la torre Velasca "tutta piena d’uffici!", il cui nome m’acclarava più che l’intera lettura dei Promessi sposi della dominazione degli spagnoli a Milano nel ‘600.

Scendendo con l’autobus da Bresso, come per una forma di doverosa riverenza all’hotel Gallia dove la Juve e le altre squadre facevano il calciomercato spesso facevo capolinea nella gran piazza del Duca d’Aosta. Altre volte invece un paio di fermate dopo, in piazza della Repubblica. Per da lì avviarmi a piedi verso via Turati, via De Marchi e piazza Cavour. Da dove, passando sotto la piccola porta medievale di color marrone e gli intagli bianchi, accedevo, e ancora vi s’accede, in via Manzoni, nel cuore, proprio nel nucleo del commendator Carugati, quella "col coer in man!". Da dove col cuore di Alice e il passo di Rodomonte raggiungevo piazza della Scala, la Galleria, il Duomo.

Giunto qui, in genere o prendevo a destra per piazza Cordusio e via Dante e via Meravigli. Oppure prendevo a sinistra, nel giro di strade e di stradine ricche d’ogni antica e moderna ricchezza, cui facevano limite più in giù le vie Senato e Visconte di Modrone.

Per riprendere l’autobus per ritornare a Bresso, camminando sempre a piedi la stazione Centrale la raggiungevo per corso Venezia, corso Buenos Aires e via Vitruvio.

Una mattina sul marciapiede che dalla Galleria mena alla Rinascente, dove ci sono le bancarelle che vendono i biglietti delle lotterie, incrociai addirittura un calciatore del Milan. Era tale Rognoni, riserva del grande Rivera. Giocava poco e niente, ma io lo riconobbi lo stesso. Era il primo calciatore di serie A che vedevo in carne ed ossa fuori da un campo di calcio, ed è a tutt’oggi, insieme con lo juventino Porrini sul quale mi sarei imbattuto molti anni dopo in piazza san Carlo a Torino, l’unico giocatore di calcio che in vita mia abbia mai visto in abiti civili. Oggi si può dire che mi poteva andar meglio, ma allora con quel Rognoni mi parve quasi d’aver messo un piede nel vestibolo degli dei dell’Olimpo.

E anche m’accorsi, sempre casualmente, del famoso toro che è mosaicato sul pavimento sotto la cupola della Galleria. Al povero toro le palle quasi non gli si vedevano più con tutte le signorine che vanno a stropicciargliele colle scarpine, giacché, si dice, "aiuta a trovar marito".

Il Duomo lo trovai ancora più grande e più bello di quanto m’aspettassi. I suoi pinnacoli e le sue mille guglie mi colpirono e mi suggestionarono. E ossessivamente – ossessivamente ma piacevolmente - nel giradischi della mente si mise a suonarmi quella canzone sul Duomo, su Milano e sulla Lombardia che Herbert Pagani aveva tradotto da Brel.

Guardavo tutto, e di tutto mi innamoravo. Guardavo tutto, e di tutto, come una macchina fotografica il cui l’otturatore non potesse più chiudersi, m’impressionavo.

Però di molte cose anche importanti non m’accorsi. A piazza Cordusio non levai nemmeno un attimo gli occhi alla splendida facciata del palazzo della Borsa; d’altronde allora ero totalmente digiuno di cose bancarie. Non imboccai mai né via Brera né la contigua via Solferino. Trascurai il castello Sforzesco e non entrai – bestialità massima perché dentro è ancora più suggestivo e monumentale di fuori – dentro il Duomo. Ignorai tutti i parchi, i musei e le pinacoteche. In sostanza della vera Milano vidi poco o niente, cogliendo solo i bagliori più superficiali. Per cui quelle quattro o cinque strade del nucleo centrale dove girando come una trottola passavo e ripassavo mi parvero il massimo. Fesso e felice "conquistavo" via Gesù, via della Spiga, via Verri, via sant’Andrea, via Montenapoleone e corso Matteotti, senza assolutamente sapere cosa rappresentassero. Giravo senza un programma, senza una guida, senza lo straccio di una carta. Giravo alla cieca, felice di nulla. Invoco a mia parziale, molto parziale, discolpa l’attenuante della scarsa cultura, più che la giovane età.

Anche perché in fondo non ci pensavo affatto a conquistarla, Milano. La sentivo troppo al di sopra delle mie possibilità mentali. Nella mia ingenuità d’allora m’accontentavo di poter dare ai miei amici una prova inconfutabile che c’ero stato, che un rapporto con la città l’avevo avuto anch’io.

Non potendo conquistarla m’ero acconciato a farmi conquistare. Mi accontentavo del meno, come il paladino che non potendo ambire alla mano della figlia del re s’accontenta d’un suo sorriso.

Era un mondo troppo diverso da quello dove ero cresciuto, e lontano da esso in tutti i sensi. Anche il sole (allora, non più ora) era diverso dal nostro. La nebbia che ora non c’è più (chissà come avranno fatto i sindaci socialisti a farla scomparire), la sera rendeva opalescenti le luci, e di giorno, come se l’aria dentro di essa contenesse più ossigeno del giusto, mi dava, a respirarla, un piacere strano e inebriante.

Languido delle autovetture che veloci sfrecciavano sui viali, languido della variopinta gente che si muoveva sui marciapiede, languido dei lunghi filobus coi soffietti che quando curvavano s’allungavano a fisarmonica, e persino delle orribili Multipla Seicento verde-nero diffusissime tra i tassisti. Languido degli alberi ossuti, dei cani coi cardigan scozzesi che fanciulle in attillati blu jeans e vecchie damazze impellicciate tenevano al guinzaglio. Languido delle porte dei mille ristoranti e delle vetrine delle sontuose pasticcerie, languido dei negozi di penne stilografiche, languido di tutte le mie inadeguatezze e delle più impossibili speranze, la mattina prevista, salite con ginocchia molli le buie scale d’un antico palazzo, mi presentai alla Motta editore - ora non ricordo più in quale via o piazza si trovasse -, la quale nelle scuole superiori aveva fatto girare un volantino col quale facevano sapere che cercavano "giovani volenterosi, buone prospettive di carriera".

"Ma non cerchiamo gente che scrive" – mi disse subito, dopo avermi osservato in silenzio il breve tempo che avevo gli parlato, il tizio che m’aveva ricevuto, uno con i capelli a spazzola, la mascella quadrata e il nodo della cravatta grosso quanto un pugno. "Ne abbiamo troppi, che li gettiamo nei cestini", aggiunse con una amara smorfia. "Cerchiamo giovani ambiziosi che sappiano vendere". "Che non si pongano limiti", "tipi con le palle quadrate, non so se mi capisce".

Come se non capivo! Capii che senza tante cerimonie la metropoli mi respingeva. O, per dirla con più giustezza, mi respingevano il mio innato disagio a chiedere e la mia purtroppo radicata incapacità alle grandi bugie, quelle che da sempre fanno girare il mondo. E avendo appena finito di leggere La vita agra di Bianciardi, quel che mi disse quel tanghero (tanghero o no, sicuramente era uno che sapeva inquadrarle le persone) mi bastò. Me ne tornai in Sicilia abbastanza contento perché a quel poco cui potevo arrivare c’ero arrivato.

Però credo che se nel mio ardimentoso salire come Afeltra anch’io avessi potuto farmi forte della modesta sinecura d’un posto di scrivano all’Ente Risi, la mia vita avrebbe preso una piega diversa.

Ma era destino che ci reincontrassimo, Milano e io. Avvenne vent’anni dopo, che purtroppo eravamo ambedue sposati. Io avevo perduto la mia innocenza e lei che s’era messa con un tipo losco, uno alla Mackie Messer, s’era data al bere.

Comunque, a prescindere dalle mie personali vicende molto mi ha deluso il modo nel quale Afeltra assolve all’obbligo di cui sopra.

La Milano capitale morale del Paese, la Milano metropoli europea, la Milano che ancora conserva il retaggio d’una sua antica e aristocratica superiorità "etica", merita penne alate di nuovi Pindaro, non libercoli superficiali e frettolosi.

Numerose sono le omissioni e parecchie le superficialità. Basso mi pare il tono e dimesso lo stile di scrittura, anche quando questo suo grande amore Afeltra surrettiziamente lo grida. A mio vedere il vecchio Afeltra, che la generosa Milano ha nutrito come tanti suoi colleghi conterranei del suo latte migliore (quello del Corriere della sera, tanto che il lombardo Brera pel dispetto lo chiamava Partenope sera), non ha assolto ai suoi doveri di riconoscenza come avrebbe dovuto. La sua galleria di personaggi mi appare curata male e frettolosamente, gli elogi abbastanza rituali, scarsa l’aneddotica. Non si cala a scrutarla da vicino e non si eleva con lei. Non ce ne descrive i falansteri, le porte che menano alle periferie, gli agglomerati, le ondate immigrative, gli stili di vita.

Viene a raccontarci che Radetzky vi volle tornare per morirvi, ma, imperdonabile omissione, si scorda dei Navigli! Di quei navigli che milanesi lo sono, o lo furono, come mai altra cosa lo è stata, e dei quali purtroppo si è perduto il ricordo. Poco o nulla ci dice delle grandi fortune e di come vennero costruite (o, a volte, distrutte; capita anche questo), dei grandi nomi dell’operosa borghesia lombarda ci fa solo cinque o sei casi. Nulla ci dice dei luoghi storici, dei luoghi d’arte, dei grandi palazzi. Poco delle strade e nulla sui sontuosi alberghi. Delle grandi famiglie stranamente ignora i Crespi, suoi editori. Si dimentica dei suoi grandi cardinali e incomprensibilmente tace di Indro Montanelli.

La colta, civile e vitale Milano, se solo glie lo avesse chiesto, gli avrebbe fornito tanti di quegli spunti da poterci fare un poema di mille pagine.

Ricordo con piacere la descrizione che, quasi di scorcio nel suo breve romanzo Un amore, ci aveva fatto di certi suoi caratteristici angoli, del suo clima e della sua particolare "aria", il suo collega Buzzati. Essa aveva ingigantito in me, che avevo letto quel libriccino che non avevo ancora diciassett’anni, il desiderio di conoscerla e la predisposizione ad amarla. E a ulteriore scorno di Afeltra mi permetto di aggiungere che finanche nel Ragazzo della via Gluck di Celentano c’è più poesia di quanta ce n’è in questo suo grifagno volumetto.

Mi si potrà obiettare che Afeltra è giornalista e non scrittore, che il giornalista fotografa e non dipinge, guarda e non immagina, scrive e non vola. Per molte ragioni l’obiezione mi sembra infondata. La maggiore è che, come disse Ingrés, "la lode tiepida di una cosa bella è un'offesa".

11 marzo 2002

 

 

Editio minor (per la pubblicazione in IBS):

Avuto riguardo della biografia di Gaetano Afeltra e stando alle dichiarazioni in premessa, questo suo libro di conclamato amore alla città di Milano avrebbe dovuto avere lo spessore lirico delle lettere di Abelardo. Ne salutai con gioia l’uscita non perché negli scaffali delle librerie manchino libri d’amore per Milano, ma per il fatto che ogni volta che se ne aggiunge uno a me pare che si assolva ad una sorta di obbligo morale. Ma molto mi ha deluso il modo nel quale l’obbligo Afeltra lo assolve. La Milano capitale morale del Paese, la Milano metropoli europea, la Milano che ancora conserva il retaggio d’una sua antica e aristocratica superiorità "etica", merita penne alate di nuovi Pindaro, non libercoli superficiali e frettolosi.

Numerose sono le omissioni e parecchie le superficialità. Basso mi pare il tono e dimesso lo stile di scrittura, anche quando questo suo grande amore Afeltra surrettiziamente lo grida. A mio vedere il vecchio Afeltra, che la generosa Milano ha nutrito come tanti suoi colleghi conterranei del suo latte migliore (quello del Corriere della sera, tanto che il lombardo Brera pel dispetto lo chiamava Partenope sera), non ha assolto ai suoi doveri di riconoscenza come avrebbe dovuto. La sua galleria di personaggi mi appare curata male e frettolosamente, gli elogi abbastanza rituali, scarsa l’aneddotica. Non si cala a scrutarla da vicino e non si eleva con lei. Non ce ne descrive i falansteri, le porte che menano alle periferie, gli agglomerati, le ondate immigrative, gli stili di vita.

Viene a raccontarci che Radetzky vi volle tornare per morirvi, ma, imperdonabile omissione, si scorda dei navigli! Di quei navigli che milanesi lo sono, o lo furono, come mai altra cosa lo è stata, e dei quali purtroppo si è perduto il ricordo. Poco o nulla ci dice delle grandi fortune e di come vennero costruite (o, a volte, distrutte; capita anche questo), dei grandi nomi dell’operosa borghesia lombarda ci fa solo cinque o sei casi. Nulla ci dice dei luoghi storici, dei luoghi d’arte, dei grandi palazzi. Poco delle strade e nulla sui sontuosi alberghi. Delle grandi famiglie stranamente ignora i Crespi, suoi editori. Si dimentica dei suoi grandi cardinali e incomprensibilmente tace di Indro Montanelli.

La colta, civile e vitale Milano, se solo glie lo avesse chiesto, gli avrebbe fornito tanti di quegli spunti da poterci fare un poema di mille pagine.

Ricordo con piacere la descrizione che, quasi di scorcio nel suo breve romanzo Un amore, ci aveva fatto di certi suoi caratteristici angoli, del suo clima e della sua particolare "aria", il suo collega Buzzati. Essa aveva ingigantito in me, che avevo letto quel libriccino che non avevo ancora diciassett’anni, il desiderio di conoscerla e la predisposizione ad amarla. E a ulteriore scorno di Afeltra mi permetto di aggiungere che finanche nel Ragazzo della via Gluck di Celentano c’è più poesia di quanta ce n’è in questo suo grifagno volumetto.

Mi si potrà obiettare che Afeltra è giornalista e non scrittore, che il giornalista fotografa e non dipinge, guarda e non immagina, scrive e non vola. Per molte ragioni l’obiezione mi sembra infondata. La maggiore è che, come disse Ingrés, "la lode tiepida di una cosa bella è un'offesa".

11/3/02