Longitudine, di Dava Sobel (1995) – editore Rizzoli. Pagg. 153 euro 6,20.
Nota di copertina: Nel 1714 il Parlamento inglese offrì una ricompensa di 20.000 sterline d’oro (l’equivalente di 20 miliardi di lire attuali) a chi avesse scoperto come determinare la longitudine di una nave nell’oceano e questo perché astronomi famosi come Galileo, Cassini, Huygens, Newton e Halley avevano cercato invano una soluzione, rivolgendosi alla Luna e alle stelle. Stimolati dalla posta in palio, altri (scienziati, dilettanti, inventori) avanzarono proposte del tutto bizzarre. Fu un orologiaio autodidatta, l’inglese John Harrison, a trovare la soluzione: bastava che ogni nave fosse equipaggiata con un cronometro in grado di segnare sempre l’ora "esatta", quella di Londra ad esempio, e un semplice confronto con l’ora locale avrebbe istantaneamente fornito la longitudine della nave. Questo libro è la storia avventurosa di quarant’anni di sforzi che furono necessari ad Harrison non solo per costruire e perfezionare quel cronometro, ma per persuadere la comunità scientifica dell’efficacia del suo metodo.
Dava Sobel ha lavorato alla pagina scientifica del "New York Times" e ha scritto per numerosi giornali e riviste.
Nota di recensione:
Il giovane mosse il globo e Mazarino sorrise con mestizia: "Ahimè, questa distesa d'acque non è vuota a causa di una natura matrigna; è vuota perché noi sappiamo troppo poco della sua generosità. Eppure, dopo la scoperta di una rotta occidentale per le Molucche, è in gioco proprio questa vasta zona inesplorata che si stende tra le coste ovest del continente americano e le ultime propaggini orientali dell'Asia. Parlo dell'oceano detto Pacifico, come vollero chiamarlo i portoghesi, su cui certamente si stende la Terra Incognita Australe, della quale si conoscono poche isole e poche vaghe coste, ma abbastanza per saperla nutrice di favolose ricchezze. E su quelle acque corrono ora e da tempo troppi avventurieri che non parlano la nostra lingua. Il nostro amico Colbert, con quello che non ritengo solo giovanile ghiribizzo, accarezza l'idea di una presenza francese in quei mari. Tanto più che presumiamo che il primo a por piede su di una Terra Australe sia stato un francese, il signor di Gonneville, e sedici anni prima dell’impresa di Magellano. Eppure quel valoroso gentiluomo, o ecclesiastico che fosse, ha trascurato di registrare sulle carte il luogo a cui è approdato. Possiamo pensare che un bravo francese fosse così incauto? No di certo, è che in quell'epoca remota non sapeva come risolvere appieno un problema. Ma questo problema, e vi stupirete di sapere quale, rimane un mistero anche per noi."
Fece una pausa, e Roberto comprese che, poiché sia il cardinale che Colbert conoscevano, se non la soluzione, almeno il nome del mistero, la pausa era solo in suo onore. Credette bene di recitare la parte dello spettatore ammaliato, e chiese: "E qual è il mistero, di grazia?"
Mazarino guardò Colbert con aria d'intesa e disse: "E’ il mistero delle longitudini." Colbert assentì con gravità.
"Per la soluzione di questo problema del Punto Fijo," continuò il cardinale, "già settant'anni fa Filippo II di Spagna offriva una fortuna, e più tardi Filippo III prometteva seimila ducati di rendita perpetua e duemila di vitalizio, e gli Stati Generali d'Olanda trentamila fiorini. Né noi abbiamo lesinato aiuti in denaro a valenti astronomi... A proposito Colbert, quel dottor Morin, è otto anni che lo lasciamo in attesa..."
"Eminenza, voi stesso vi dite convinto che questa della parallasse lunare sia una chimera..."
"Sì, ma per sostenere la sua dubitosissima ipotesi egli ha efficacemente studiato e criticato le altre. Facciamolo partecipare a questo nuovo progetto, potrebbe dar lumi al signor di San Patrizio. Gli si offra una pensione, non v'è nulla come il danaro che stimoli le buone inclinazioni. Se la sua idea contenesse un grano di verità avremo modo di assicurarcene meglio e nel contempo eviteremo che, sentendosi abbandonato in patria, ceda alle sollecitazioni degli olandesi. Mi pare siano proprio gli olandesi che, visti esitanti gli spagnoli, hanno iniziato a trattare con quel Galilei, e noi faremmo bene a non rimaner fuori dall'affare..."
"Eminenza," disse Colbert esitante, "vi piacerà ricordare che il Galilei è morto all'inizio di quest'anno... "
"Davvero? Preghiamo Dio che sia felice, più di quanto non gli è accaduto in vita."
"E comunque anche la sua soluzione parve a lungo definitiva, ma non lo è..."
"Ci avete felicemente preceduto, Colbert. Ma supponiamo che anche la soluzione di Morin non valga un soldo bucato. Ebbene, sosteniamolo lo stesso, facciamo che si riaccenda la discussione intorno alle sue idee, stimoliamo la curiosità degli olandesi: facciano in modo che si lasci tentare, e avremo messo per qualche tempo gli avversari su una falsa pista. Saranno stati danari ben spesi in ogni caso. Ma di questo si è detto abbastanza. Continuate, vi prego, che mentre San Patrizio apprende apprenderò anch'io."
"Vostra eminenza mi ha appreso tutto quel che so," disse Colbert arrossendo, "ma la sua bontà mi incoraggia a esordire." Così dicendo doveva ormai sentirsi in territorio amico: alzò il capo, che aveva sempre tenuto chino, e si avvicinò con scioltezza al mappamondo. "Signori, nell'oceano - dove anche se s'incontra una terra non si sa quale sia, e se si va verso una terra nota si deve procedere per giorni e giorni in mezzo alla distesa delle acque - il navigante non ha altri punti di riferimento oltre agli astri. Con strumenti che già resero illustri gli antichi astronomi, di un astro si fissa l'altezza sull'orizzonte, se ne deduce la distanza dallo Zenit e, conoscendone la declinazione, dato che distanza zenitale più o meno declinazione danno la latitudine, si sa istantaneamente su quale parallelo si trovi, ovvero quanto a nord o a sud di un punto noto. Mi pare chiaro."
"Alla portata di un bambino," disse Mazarino.
"Dovrebbe ritenersi," continuò Colbert, "che similmente si possa determinare anche quanto si sia a oriente o a occidente dello stesso punto, e cioè a quale longitudine, ovvero su quale meridiano. Come dice il Sacrobosco, il meridiano è un circolo che passa per i poli del nostro mondo, e allo zenit del capo nostro. E si chiama meridiano perché, ovunque un uomo stia e in qualsiasi tempo dell'anno, quando il sole perviene al suo meridiano, ivi è per quell'uomo mezzogiorno. Ahimè, per un mistero della natura, qualsiasi mezzo escogitato per definire la longitudine, si è sempre rivelato fallace. Quanto importa, potrebbe domandare il profano? Assai."
Stava prendendo confidenza, fece girare il mappamondo mostrando i contorni dell'Europa: "Quindici gradi di meridiano, circa, separano Parigi da Praga, poco più di venti Parigi dalle Canarie. Che cosa direste del comandante di un esercito di terra che credesse di battersi alla Montagna Bianca e invece di ammazzare protestanti trucidasse i dottori della Sorbona alla Montagne Sainte-Geneviève?"
Mazarino sorrise ponendo le mani avanti, come per augurare che cose di quel genere avvenissero solo sul giusto meridiano.
"Ma il dramma," continuò Colbert, "è che errori di tal portata si fanno con i mezzi che ancora usiamo per determinare le longitudini. E così accade quel che è accaduto quasi un secolo fa a quello spagnolo Mendana, che ha scoperto le Isole di Salomone, terre benedette dal cielo per i frutti del suolo e l'oro del sottosuolo. Questo Mendana ha fissato la posizione della terra che aveva scoperto, è tornato in patria ad annunciare l'evento, in meno di vent'anni gli si sono apprestate quattro navi per tornarvi e instaurarvi definitivamente il dominio delle loro maestà cristianissime, come si dice laggiù, e che cosa è accaduto? Mendana non è più riuscito a trovare quella terra. Gli olandesi non sono rimasti inattivi, all'inizio di questo secolo costituivano la loro Compagnia delle Indie, creavano in Asia la città di Batavía come punto di partenza per molte spedizioni verso est e toccavano una Nuova Olanda, e altre terre probabilmente a oriente delle Isole di Salomone scoprivano frattanto i pirati inglesi, a cui la Corte di San Giacomo non ha esitato a conferire quarti di nobiltà. Ma delle Isole di Salomone nessuno troverà più traccia, e si comprende come alcuni ormai inclinino a ritenerle una leggenda. Ma, leggendarie o meno che fossero, Mendana le ha pur toccate, salvo che ne ha fissato propriamente la latitudine ma impropriamente la longitudine. E se pure, per aiuto celeste, l'avesse fissata secondo verità, gli altri navigatori che hanno cercato quella longitudine (e lui stesso al suo secondo viaggio) non sapevano con chiarezza quale fosse la loro. E quand'anche sapessimo dove sia Parigi, ma non riuscissimo a stabilire se siamo in Ispagna o tra i Persiani, vedete bene, signore, che ci muoveremmo come ciechi che conducono altri ciechi."
"Davvero," azzardò Roberto, "stento a credere, con tutto quel che ho udito dell'avanzamento del sapere in questo nostro secolo, che ancora sappiamo così poco."
"Non vi elenco i metodi proposti, signore, da quello basato sulle eclissi lunari a quello che considera le variazioni dell'ago magnetico, su cui si è ancora recentemente affannato il nostro Le Tellier, per non menzionare il metodo del loch, su cui tante garanzie ha promesso il nostro Champlain... Ma tutti si sono rivelati insufficienti, e lo saranno sino a che la Francia non avrà un osservatorio, nel quale mettere alla prova tante ipotesi. Naturalmente, un mezzo sicuro vi sarebbe: tenere a bordo un orologio che mantenga l'ora del meridiano di Parigi, determinare in mare l'ora del luogo, e dedurre dalla differenza lo scarto di longitudine. Questo è il globo sul quale viviamo, e potete vedere come la saggezza degli antichi lo abbia suddiviso in trecentosessanta gradi di longitudine, facendo di solito partire il computo dal meridiano che attraversa l'Isola del Ferro nelle Canarie. Nella sua corsa celeste il sole (e che sia esso a muoversi o, come si vuol oggi, la terra, poco importa a tal fine) percorre in un'ora quindici gradi di longitudine, e quando a Parigi è, come in questo momento, mezzanotte, a cento e ottanta gradi di meridiano da Parigi è mezzogiorno. Dunque, purché sappiate di certo che a Parigi gli orologi segnano, poniamo, mezzogiorno, determinate che nel luogo ove vi trovate sono le sei del pomeriggio, calcolate la differenza oraria, traducete ogni ora in quindici gradi, e saprete che siete a novanta gradi da Parigi, e dunque più o meno qui," e fece ruotare il globo indicando un punto del continente americano. "Ma se non è difficile determinare l'ora del luogo del rilievo, è assai difficile tenere a bordo un orologio che continui a dare l'ora giusta dopo mesi di navigazione su una nave scossa dai venti, il cui movimento induce all'errore anche i più ingegnosi tra gli strumenti moderni, per non dire degli orologi a sabbia e ad acqua, che per funzionare bene dovrebbero riposare su di un piano immobile."
Il cardinale lo interruppe: "Non crediamo che il signor di San Patrizio per ora debba saperne di più, Colbert. Farete in modo che abbia altri lumi durante il viaggio verso Amsterdam…".
[Dialogo tra il signore di San Patrizio, il cardinale di Francia Mazarino e il primo ministro Jean Colbert ne "L’isola del giorno prima di Umberto Eco", pagg. 175-179)].
Una notte sulla tolda guardavano le stelle e il dottore aveva osservato che doveva essere mezzanotte. Il cavaliere, istruito da Roberto poche ore prima, aveva detto: "Chissà che ora è in questo momento a Malta..."
"Facile," era sfuggito al dottore. Poi si era corretto: "Cioè, molto difficile, amico mio." Il cavaliere si era stupito che non si potesse dedurlo dal calcolo dei meridiani: "Il sole non impiega un'ora a percorrere quindici gradi di meridiano? Dunque basta dire che siamo a tanti gradi di meridiano dal Mediterraneo, dividere per quindici, conoscere come conosciamo la nostra ora, e sapere che ora è laggiù."
"Sembrate uno di quegli astronomi che hanno passato la vita a compulsare carte senza mai navigare. Altrimenti sapreste che è impossibile sapere su che meridiano ci si trova."
Byrd aveva più o meno ripetuto quello che Roberto già sapeva, ma il cavaliere ignorava. Su questo però Byrd si era mostrato loquace: "I nostri antichi pensavano di avere un metodo infallibile lavorando sulle eclissi lunari. Voi sapete che cosa sia un'eclisse: è un momento in cui il sole, la terra e la luna sono su una sola linea e l'ombra della terra si proietta sulla faccia della luna. Siccome è possibile prevedere il giorno e l'ora esatta delle eclissi future, e basta avere con sé le tavole del Regiomontano, supponete di sapere che una data eclissi dovrebbe prodursi a Gerusalemme a mezzanotte, e che voi l'osserviate alle dieci. Saprete allora che da Gerusalemme vi separano due ore di distanza e che quindi il vostro punto di osservazione è a trenta gradi di meridiano a est di Gerusalemme."
"Perfetto," disse Roberto, "sia lode agli antichi!"
"Già, ma questo calcolo funziona sino a un certo punto. Il grande Colombo, nel corso del suo secondo viaggio calcolò su un'eclisse mentre stava ancorato al largo di Hispaniola, e commise un errore di 23 gradi a ovest, vale a dire un'ora e mezza di differenza! E nel quarto viaggio, di nuovo con un'eclisse, sbagliò di due ore e mezzo!"
"Ha sbagliato lui o aveva sbagliato il Regiomontano?" chiese il cavaliere.
"Chissà! Su una nave, che muove sempre anche quando sta all'ancora, è sempre difficile fare rilevazioni perfette. O forse sapete che Colombo voleva dimostrare a tutti i costi che aveva raggiunto l'Asia, e quindi il suo desiderio lo portava a sbagliare, per dimostrare di essere arrivato ben più lontano di quanto non fosse... E le distanze lunari? Hanno avuto gran voga negli ultimi cent'anni. L'idea aveva (come posso dire?) del Wit. Durante il suo corso mensile la luna fa una completa rivoluzione da ovest a est contro il cammino delle stelle, e quindi è come la lancetta di un orologio celeste che percorra il quadrante dello Zodiaco. Le stelle muovono attraverso il cielo da est a ovest a circa 15 gradi all'ora, mentre nello stesso periodo la luna muove di 14 gradi e mezzo. Così la luna scarta, rispetto alle stelle, di mezzo grado all'ora. Ora gli antichi pensavano che la distanza tra la luna e una fixed sterre, come si dice, una stella fissa in un particolare istante, fosse la stessa per qualsiasi osservatore da qualsiasi punto della terra. Quindi bastava conoscere, grazie alle solite tavole o ephemerides, e osservando il cielo con la astronomers staffe, the Crosse..."
"La balestriglia?"
"Appunto, con questa cross uno calcola la distanza della luna da quella stella in una data ora del nostro meridiano d'origine, e sa che, all'ora della sua osservazione in mare, nella città tale è l'ora tale. Conosciuta la differenza, del tempo, la longitudine è trovata. Ma, ma..." e Byrd aveva fatto una pausa per avvincere ancor più i suoi interlocutori, "ma c'è la Parallaxes. E’ una cosa molto complessa che non oso spiegarvi, dovuta alla differenza di rifrazione dei corpi celesti a diverse altitudini sull'orizzonte. Or dunque con la parallaxes la distanza trovata qui non sarebbe la stessa che troverebbero i nostri astronomi laggiù in Europa."
Roberto si ricordava di aver ascoltato da Mazarino e Colbert una storia di parallassi, e di quel signor Morin che credeva di aver trovato un metodo per calcolarle. Per saggiare il sapere di Byrd aveva chiesto se gli astronomi non potevano calcolare le parallassi. Byrd aveva risposto che si poteva, ma era cosa difficilissima, e il rischio di errore grandissimo. "E poi," aveva aggiunto, "io sono un profano, e di queste cose so poco."
"Quindi non resta che cercare un metodo più sicuro," aveva allora suggerito Roberto.
"Sapete che cosa ha detto il vostro Vespucci? Ha detto: quanto alla longitudine è cosa assai ardua che poche persone intendono, tranne quelle che sanno astenersi dal sonno per osservare la congiunzione della luna e dei pianeti. E ha detto: è per la determinazione delle longitudini che ho sovente sacrificato il sonno e accorciato la mia vita di dieci anni... Tempo perduto, dico io. But now bebold tbe skie is over cast witb cloudes; wherfore let us haste to our lodging, and ende our talke."
Sere dopo aveva domandato al dottore di mostrargli la Stella Polare.
Quegli aveva sorriso: da quell'emisfero non la si poteva vedere,
e occorreva far riferimento ad altre stelle fisse. "Un'altra
sconfitta per i cercatori di longitudini," aveva commentato. "Così
non possono ricorrere neppure alle variazioni dell'ago magnetico."
Poi, sollecitato dai suoi amici, aveva spezzato ancora il pane del
suo sapere.
"L'ago della bussola dovrebbe puntare sempre a nord, e dunque in direzione della Stella Polare. Eppure, tranne che sul meridiano dell'Isola del Ferro, in tutti gli altri luoghi si discosta dal retto polo della Tramontana, piegandosi ora dalla parte di levante ora da quella di ponente, a seconda dei climi e delle latitudini. Se per esempio dalle Canarie vi inoltrate verso Gibilterra, qualsiasi marinaio sa che l'ago piega di più di sei gradi di rombo verso Maestrale, e da Malta a Tripoli di Barbaria vi è una variazione di due terzi di rombo alla sinistra - e sapete benissimo che il rombo è una quarta di vento. Ora queste deviazioni, si è detto, seguono delle regole fisse secondo le diverse longitudini. Dunque con una buona tavola delle deviazioni potreste sapere dove vi trovate. Ma..."
"Ancora un ma?"
"Purtroppo sì. Non esistono buone tavole delle declinazioni dell'ago magnetico, chi le ha tentate ha fallito, e ci sono buone ragioni di supporre che l'ago non vari in modo uniforme a seconda della longitudine. E inoltre queste variazioni sono molto lente, e per mare è difficile seguirle, quando poi la nave non beccheggi in modo tale da alterare l'equilibrio dell'ago. Chi si fida dell'ago è un pazzo."
Un'altra sera a cena il cavaliere, che rimuginava una mezza frase lasciata cadere senza parere da Roberto, aveva detto che forse Escondida era una delle Isole di Salomone, e aveva chiesto se vi fossero vicini.
Byrd aveva alzato le spalle: "Le Isole di Salomone! Ca n'existe pas!"
"Non c'è arrivato il capitano Draco?" chiedeva il cavaliere.
"Nonsenso! Drak ha scoperto New Albion, da tutt'altra parte."
"Gli spagnoli a Casale ne parlavano come di cosa nota, e dicevano di averle scoperte loro", disse Roberto.
"Lo ha detto quel Mendana settanta e passa anni fa. Ma ha detto che erano tra il settimo e l'undicesimo grado di latitudine sud. Come dire tra Parigi e Londra. Ma a quale longitudine? Queiros diceva che sono a millecinquecento leghe da Lima. Ridicolo. Basterebbe sputare dalle coste del Perù per colpirle. Recentemente uno spagnolo ha detto che sono settemilacinquecento miglia dallo stesso Perù. Troppo, forse. Ma abbiate la bontà di guardare queste mappe, alcune le hanno rifatte di recente, ma riproducendo quelle più antiche, e altre ci vengono proposte come l'ultima scoperta. Guardate, alcuni pongono le isole sul duecentodecimo meridiano, altri sul duecentoventesimo, altri ancora sul duecentotrentesimo, per non dire di chi le immagina sul centottantesimo. Se pure uno di costoro avesse ragione, altri giungerebbero a un errore di cinquanta gradi, che è a un dipresso la distanza tra Londra e le terre della Regina di Saba!"
"E’ veramente degno d'ammirazione quante cose sapete, dottore," aveva detto il cavaliere, colmando i voti di Roberto che stava per dirlo lui, "come se in vita vostra non aveste mai fatto altro che cercare la longitudine."
Il viso del dottor Byrd, cosparso di lentiggini albicce, si era di colpo arrossato. Si era riempito il boccale di birra, l'aveva tracannato senza prendere respiro. "Oh, curiosità di naturalista. In effetti non saprei da che parte cominciare se dovessi dirvi dove siamo."
"Ma," aveva ritenuto di poter azzardare Roberto, presso la barra del timone ho visto una tabella dove..."
"Oh sì," si era ricomposto subito il dottore, "certo una nave non va a caso. They pricke the Carde. Registrano il giorno, la direzione dell'ago e la sua declinazione, da dove spira il vento, l'ora dell'orologio di bordo, le miglia percorse, l'altezza del sole e delle stelle, e quindi la latitudine, e di lì traggono la longitudine che suppongono. Avrete visto qualche volta a poppa un marinaio che getta in acqua una fune con una tavoletta assicurata a un'estremità. E’ il locb o, come alcuni dicono, la navicella. Si fa scorrere la corda, la corda ha dei nodi la cui distanza esprime misure fisse, con un orologio accanto si può sapere in quanto tempo si sia coperta una data distanza. In tal modo, se tutto procedesse regolarmente, si saprebbe sempre a quante miglia si è dall'ultimo meridiano noto, e di nuovo con calcoli opportuni si conoscerebbe quello su cui si sta passando."
"Vedete che c'è un mezzo," aveva detto trionfante Roberto che già sapeva quel che gli avrebbe risposto il dottore. Che il loch è qualcosa che si usa se non c'è di meglio, visto che potrebbe davvero dirci quanta strada si è fatta solo se la nave andasse in linea retta. Ma siccome una nave va come vogliono i venti, quando i venti non sono favorevoli la nave deve muoversi per un tratto a dritta e per un tratto a sinistra.
"Sir Humphrey Gílbert," disse il dottore, "più o meno ai tempi di Mendana, dalle parti di Terranova, mentre voleva procedere lungo il quarantasettesimo parallelo, encoutered winde alwayes so scant, trovò venti - come dire - così pigri e avari, che si mosse a lungo e alternativamente tra il quarantunesimo e il cinquantunesimo, scorrendo per dieci gradi di latitudine, miei signori, il che sarebbe come se una immensa biscia andasse da Napoli al Portogallo, prima toccando Le Havre con la testa e Roma con la coda, e poi ritrovandosi con la coda a Parigi e la testa a Madrid! E dunque bisogna calcolare le deviazioni, far di conto, e stare molto attenti; ciò che un marinaio non fa mai, né può avere un astronomo accanto tutto il giorno. Certo, si possono fare delle congetture, specie se si va per una rotta conosciuta, e si mettono insieme i risultati trovati dagli altri. Per questo dalle coste europee sino alle coste americane le carte danno delle distanze meridiane abbastanza sicure. E poi da terra anche le rilevazioni sugli astri qualche buon risultato possono darlo, e quindi sappiamo su quale longitudine si trovi Lima. Ma anche in questo caso, amici miei," diceva allegramente il dottore, "che cosa accade?" E guardava con furberia gli altri due. "Accade che questo signore," e batteva il dito su una mappa, "pone Roma al trentesimo grado est dal meridiano dalle Canarie, ma quest'altro," e agitava il dito come per minacciare paternamente chi aveva disegnato l'altra carta, "quest'altro signore pone Roma al quarantesimo grado! E questo manoscritto contiene anche la relazione di un fiammingo che la sa lunga, il quale avverte il re di Spagna che non c'è mai stato accordo sulla distanza tra Roma e Toledo, por los errores tan enormes, como se conoce por esta línea, que muestra la diferencia de las distancias eccetera eccetera. Ed ecco la linea: se si fissa il primo meridiano a Toledo (gli spagnoli credono sempre di vivere al centro del mondo), per Mercatore Roma sarebbe venti gradi più a est, ma è ventidue per Ticho Brahe, quasi venticinque per Regiomontanus, ventisette per il Clavius, ventotto per il buon Tolomeo, e per l'Origanus trenta. E tanti errori solo per misurare la distanza tra Roma e Toledo. Immaginate allora quel che accade su rotte come queste, dove forse siamo stati i primi a toccare certe isole, e le relazioni degli altri viaggiatori sono assai vaghe. E aggiungete che se un olandese ha fatto dei rilievi giusti non lo dice agli inglesi, né questi agli spagnoli. Su questi mari conta il naso del capitano, che col suo povero loch arguisce, poniamo, di essere sul duecentoventesimo meridiano, e magari è a trenta gradi più in là o più in qua."
"Ma allora," intuì il cavaliere, "chi trovasse un modo per stabilire i meridiani sarebbe il signore degli oceani!"
Byrd arrossì nuovamente, lo fissò come per capire se parlava di proposito, poi sorrise come se volesse morderlo: "Provateci voi."
"Ahimè, io ci rinuncio," disse Roberto alzando le mani in segno di resa. E per quella sera la conversazione fini tra molte risate.
[Dialogo tra il sopranominato signore di San Patrizio, lo scienziato inglese dottor Byrd e un occasionale compagno di viaggio nominato "il cavaliere" a bordo del vascello Amarilli. Ibidem, pagg. 198-204)]
Ciò che precede è quanto, qualche anno fa – leggendo L’isola del giorno prima di Eco – m’accese di viva curiosità sul problema della esatta determinazione del punto dove si trovassero i velieri sul vasto mare. I libri di Eco oltre che istruttivi e dilettevoli a leggersi sono dei grandi stimolatori d’intelligenze. E così, da appassionato di cartografia, e pieno d’interesse per le vicende nautiche come sono, rinvenuto questo libretto sulla longitudine, l’ho preso.
Ben me ne incorso perché alla lettura è risultato essere buon libro, esauriente e chiaro anche alle menti più chiuse; scritto con una così amabile partecipazione che ne rende la lettura accattivante.
Questa gioiosa amabilità dell’autrice mi fa apparire un mero sproposito un megacommentone dei soliti miei, o se in qualche modo cercasi di surrogarne gli spunti. Dirò solo che chi ama la storia e la geografia può leggerlo senz’altro. A occhi chiusi.
26 marzo 02
Editio minor (per la pubblicazione in IBS):
Quando lessi L’isola del giorno prima di Eco m’accesi di viva curiosità sul problema dell’esatta determinazione del punto dove si trovassero i velieri sul vasto mare. I libri di Eco oltre che istruttivi e dilettevoli a leggersi sono dei grandi stimolatori d’intelligenze. E così, da appassionato di cartografia, e pieno d’interesse per le vicende nautiche come sono, rinvenuto questo libretto sulla longitudine, l’ho preso.
Ben me ne incorso perché alla lettura è risultato essere buon libro, esauriente e chiaro anche alle menti più chiuse; scritto con una così amabile partecipazione che ne rende la lettura accattivante.
Questa gioiosa amabilità dell’autrice mi fa apparire un mero sproposito un megacommentone dei soliti miei, o se in qualche modo cercassi di surrogarne gli spunti. Dirò solo che chi ama la storia e la geografia può leggerlo senz’altro. A occhi chiusi.
26 marzo 02