L’ISOLA DEL GIORNO PRIMA, di Umberto Eco (1994), editore Bompiani.

Recensioni sulla quarta di copertina: "Ogni epoca ha i classici che si merita. Spero che noi meritiamo L’isola del giorno prima. Se così sarà non solo conosceremo i piaceri di una storia profonda e ingegnosa, abilmente raccontata ... ritroveremo la speranza perenne di conferire un senso a ciò che ci accade ... Questo romanzo appartiene alla grande tradizione dei contes filosofici come I viaggi di Gulliver di Swift, Rasselas di Johnson e Candide di Voltaire": Robert Kelly, The New York Times. "I combattimenti, le astuzie, gli intrighi, le peripezie, le cavalcate, i trabocchetti, gli assalti, i tradimenti, le fellonie sono legione, ma si situano nel paesaggio delle idee. Eco sembra davvero l’inventore - un poco distante e ironico - di una nuova forma di romanzo storico che trova i propri fondamenti nella storia culturale piuttosto che nelle tragedie politiche e nelle alcove principesche": Pierre Lepape, Le Monde. "Il modo in cui Eco racconta il naufragio, il diluvio, la visione dell’inferno, oppure la scena in cui Roberto immagina la morte e il deperimento del suo corpo - per questo non basta uno scrittore intelligente, così scrive soltanto un grande scrittore": Martin Ebel, Badische Zeitung.

Nota di recensione: E’ velleità, è superbia cercar di recensire un romanzo di Eco. N’est pas possible, il aurait comme le chercher di conferire corporeità all’arte della fuga di Bach o di descrivere il gusto al palato d’un "bordolese" d’alto lignaggio. Eco, al solito, osannato e blandito da tutti sui novedecimi dei brani pensosamente recensori, alla fine, sull’ultimo capoverso, immancabilmente si beccava - almeno quì in Italia, ché per esempio nella douce France, paese dove la narrativa può vantare un ben maggiore lignaggio - la stilettata venefica. Da destra difatti puntualmente gli è arrivata la critica che il suo de la Grive era un personaggio perdente, e pertanto non utile a nessuno, mentre da sinistra gli arrivava l’immancabile accusa di non servire, nello scrivere, causa alcuna. E io che lo difenderò, allora, che sarei, di centro? Passi pure questo, se non si riesce ad uscire dai sillogismi, ma io a leggerlo ci ho provato un gusto quasi sensuale. Il piacere di leggere le pagine, di capire o cercare di capire il significato delle parole, d’appareggiare le similitudini, di scoprire i significati delle parabole, l’avvincenza nel seguire gli sviluppi delle trame, il cercar d’anticipare gli eventi a venire per me è stato piacevole come potrebbe esserlo il mangiare a un desco principesco o il poter spogliare pian piano la figlia del re.

Per rifarci a quello che dicevamo in premessa riporteremo il giudizio di un critico di destra (il facondo Marcello Veneziani), quello di un critico di sinistra (il livido Luca Canali), nonché, avendolo per fortuna trovato, il giudizio d’un critico onesto (Roberto Cotroneo, già Namurio Lancillotto):

1: "Il suo viaggio intellettuale è la metafora di un Masturbatore Colto. Anche sul fatto. Grande, acuto, ma irrimediabilmente masturbatore" (Marcello Veneziani, su L’Italia settimanale del 13.10.94).

2: "Lo trovo di medio livello letterario, di gradevole lettura, sopratutto se si intrattenga con l’Autore un rapporto di strizzatine d’occhio su un certo lessico aulico che qualche sprovveduto potrà prendere sul serio" (Luca Canali su L’Unità del 23.10).

3: "Il Dio di questo romanzo è il Dio di Spinoza, è il Dio panteista, un Dio di atomi, aria, terra, sole. Di tutto quello che accade in questo libro rimane alla fine una malinconia profonda, una colomba color arancio che non si riesce a scorgere, una donna amata che sta sull’isola del giorno prima, irraggiungibile. E’ il romanzo dell’impossibilità di trovare un codice del mondo" (Roberto Cotroneo, L’Espresso del 7.10).

Noi continuiamo la nostra dicendo, intanto, che abbiano trovato la trama originalissima, anche perché acuto pretesto per una dottissima lezione (sempre rigorosamente non utile a nessuno, ma chi poteva dire di sapere qualcosa sulle diatribre secentesche, che certamente ci furono, ed accanite, sul punto fijo utile a fissare sulla vasta acqua le linee meridiane?). E avvincentissima, come un vero romanzo d’avventura, genere del quale in Italia non si sparse purtroppo mai il seme (il primo romanzo giallo d’autore Italiano, a parte quelli dozzinali di Scerbanenco, fu il suo Il nome della rosa). Ma i sughi, le salse e i sapori migliori sono quelli che escono mescolati alle parole. La mai abbastanza laudata ars scribendi. Pare che egli non abbia messo in bocca ai suoi personaggi nessuna espressione che non fosse in uso anche nel periodo nel quale è ambientata la vicenda. Sono parole oggi inusuali e il lettore intelligente si divertirà nell’indovinarne il senso: atramento per dire inchiostro e atredine per significare, presumo, uno scuro sentire, boleto nel significato traslato di boccone amaro, attoscare per avvelenare o intossicare, apotecario per droghiere o speziale, notomista per anatomista, amenza per pazzia, scombuiare per confondere, soppiattare per celare furtivamente, ustolare per guardare con occhio bramoso, cervogia per dire bevanda alcolica e nepente per dire bevanda dolce, o come si dice oggi elisir, colliquare per rendere liquido, oriolo per orologio, ferlocchi, asfesibena, maiulare, oricalco, burchio, risipola, esaninare, paranomasie, marcidaglia, balestriglia, anastomosi, inferire, narvalo, tecnasma, filacicca, pituita, schidionare ed altre ancora.

Noi ancora non sappiamo se siamo di destra o di sinistra, o se di centro, però crediamo che, assegnato in un pubblico pacifico certame un tema, definita col concorso di tutti i partecipanti una trama, stabilitine i personaggi, niuno, nessuno, su qualsivoglia tema potrebbe uguagliare i risultati che lui, Eco, raggiungerebbe.

Non soltanto per la immensa sapienza e per l’amore per la cultura, ma perché, presa dai romanzieri del Gran Secolo, egli ha il gusto di divertirsi a raccontare tante storie insieme, che a un certo punto ci si deve ingegnare a non perdervisi. Come ne’ suoi due precedenti romanzi, ove, nel primo - il lettore se ne ricorderà - le lotte tra i papisti e gli imperialisti, e dentro di esse le vicende degli eretici si mischiavano alle faccende dei monaci nel monastero, e nel secondo, il pendolo, dove le trame dei cavalieri Templari si dipanano per quattro secoli e su due o tre continenti. Nell’Isola del giorno prima (gode di questa singolare ma pertinente definizione una immaginaria isoletta del sud Pacifico, molto vicina alla Salomone, attraversata dal 180° meridiano, dove a destra è giovedi e a sinistra è venerdi). Quì, nella narrazione, le vicende del protagonista si mischiano con uno scampolo della guerra dei trentanni, con le trame alla corte di Versaglia e con gli intrighi che geografi e sciamani ordivano al fine di potersi persuadere nel gran mare senza confini. E le visioni, e le allucinazioni dello sventurato Roberto, la sua paranoia costituiscono, come si suol dire, film nel film.

Quando si ama la cucina si preparano molti piatti, quando si è ghiotti si vorrebbe mangiare molto, e bene. Eco è un grand gourmier, è un pasticciere di altissima classe, è il Brillat Savarin della narrativa. Chi tiene in mano un suo libro non si chiede se è di destra o di sinistra: lo centellina, lo succhia, lo gusta, lo divora. E poi si lecca le dita!

22/9/1996