L’EUROPA TRA LE DUE GUERRE (1919 - 1939) di Ralph Schor (1993) T.E.Newton

Nota di copertina: All’indomani della prima guerra mondiale, la democrazia parlamentare e liberale, forte di indiscusso prestigio, ispirò la carta costituzionale di molti dei Paesi edificati sulle rovine dei vecchi Imperi autocratici. Ma nel volgere di pochi anni, più della metà dei nuovi Stati europei venne travolta e sfigurata da dittature di estrema destra.

Ralph Schor risponde in queste pagine a una doppia serie di domande: come è stato possibile che un sistema politico apparentemente ben consolidato sia potuto crollare con tanta faciltà e quali caratteristiche abbiano posseduto i giovani regimi autoritari instauratisi sulle macerie della democrazia. Le risposte - elementi concreti, date e dati, ipotesi, argomentazioni e suggerimenti ideologici o storiografici - vanno ricercate tutte all’interno della crisi generale che investì l’Europa fra le due guerre e certamente fu la causa prima del sorgere delle dittature.

Nota di recensione: Affamati come siamo di libri a poco prezzo (questo è così economico che di più lo si dovrebbe regalare) vistolo in vetrina entrammo e senz’altro lo acquistammo, senza indagare (cosa che invece dovrebbe sempre farsi, e massimamente per i libri di storia) su chi fosse colui che l’aveva scritto, a noi del tutto sconosciuto, nella speranza, in considerazione delle caratteristiche del nome e del cognome, che fosse tedesco. Giacché, stanchi come siamo di libri scritti dai vincitori, una volta vorremmo leggerne uno che l’avesse scritto uno degli sconfitti, anche se magari poi costui avrebbe potuto risultar d’idee socialdemocratiche. Al di là dei pregi e dei difetti del libercolo, di cui dopo diremo, vorremmo precisare che le note di copertina nulla dicono al riguardo di ciò, se non che l’autore insegna storia contemporanea nel nizzardo, il che, nel riguardo di ciò che ci occupa, non vuol dire molto. Nè abbiamo avuto più fortuna compulsando la Treccani e i suoi più recenti aggiornamenti.

Leggendo ci ha pervaso tuttavia il sospetto che fosse francese, o inglese. Comunque, indubitabilmente, uno di quelli che le guerre le hanno vinte. Giacché il nostro le cose le considera più o meno in questo modo: l’Europa d’inizio secolo era formata da paesi di consolidata tradizione democratica (le nazioni ricche, o direbbe Camus, quelle dove il sionismo aveva meglio attecchito quali la Francia e la Gran Bretagna) e dai paesi che solo allora faticosamente cercavano di darsi un’identità (la ex Prussia divenuta Germania e l’ex Stato di Savoia divenuto l’Italia, per non dire di quella miriade di staterelli sorti sulle rovine dell’Impero Asburgico). L’Autore diligentemente ci spiega le incomparabili differenze tra l’uno e l’altro dei due sistemi, quasi che si trattasse di caratteristiche genetiche, o d’una sorta di grazia di Dio, non ritenendo di spendere una sola parola sulla forte travatura che queste consolidate ricchezze sosteneva, e cioé l’imperialismo, giacché, com’è noto al riguardo, Francia e Gran Bretagna s’erano diviso il mondo, la prendendosi l’Africa e l’estremo oriente e la seconda tutto il resto. In effetti la prima guerra mondiale fu una guerra del tutto diversa dalle precedenti, che impose a tutti oneri pesantissimi, e non soltanto di sangue, impoverendo le economie dei paesi che vi parteciparono. Le campagne si svuotarono, la produzione industriale civile fu quasi totalmente convertita ai fini bellici, e anche le banche centrali, chi più e chi meno, ad un certo punto dovettero mettersi a stampare più carta moneta di quella che avrebbero dovuto. Egli sostiene che Francia e Gran Bretagna, paesi civili perché di consolidata democrazia, sopportarono ciò con grande coraggio e senso civico, e la solidità delle istituzioni non ne risentì. Mentre i paesi straccioni (così non dice, ma così intende gli altri), di scarso senso civico e politicamente instabili, soccombettero alla buriana. Il popolino, duramente colpito dai sacrifici, indignato dalle scandalose speculazioni che l’affaire guerre aveva consentito ai cosidetti pescicane, affascinato dal marxismo leninismo che proprio allora si affermava nella semiselvaggia Russia, vuol diventare comunista e minaccioso rumoreggia. Gli agrari e i capitalisti, allarmati, a loro volta armano e foraggiano, in funzione anticomunista, forze reazionarie di destra. Avviene lo scontro sociale che radicalizza le posizioni; in Italia, in Germania e negli starerelli tra questa e la Russia si rischia l’affermazione del Trockijsmo, ma per fortuna la reazione, sostenuta dal denaro dei ricchi, dai grandi centri di potere e invariabilmente dai partiti socialdemocratici, si afferma e nel giro di pochi anni in ben sedici paesi si affermano dittature di destra (mentre il bolscevismo alla fine rimane confinato nei soli territori dell’Unione Sovietica). L’autore fa una ricostruzione degli avvenimenti storicamente molto corretta, la sua disanima dei fatti risulta attenta e, nonostante la brevità del testo, sufficientemente esauriente. Non altrettanto può dirsi invece, e appunto per quel che si diceva, dell’analisi politica, che in vero risulta alquanto partigiana. Non una parola, per esempio, egli dice - nell’esaminare le cause dell’affermazione del fondamentale movimento hitleriano in Germania - del gravame dei risarcimenti di guerra che la Gran Bretagna e la Francia con miope ingordigia avevano imposto alla Germania. Ne vogliamo dare un breve cenno, con ciò concludendo la recensione di quest’operina che mostra tante piccole virtù e pochi (grossi) vizi nascosti.

Le imposero un indennizzo di 132 miliardi di marchi-oro, cioé l’equivalente di 400 miliardi di dollari di adesso (pari a seicentomilamiliardi di lire che è una cifra cifra gigantesca e impossibile da pagare ma che, tanto perché lo si sappia, è solo un quarto del nostro debito pubblico!) da corrispondere in (sole) 42 rate. In biglietti da 100 marchi, si è calcolato, con la somma pretesa si potrebbe formare una cintura che avvolgerebbe duecento volte la terra. E nulla diciamo degli espropri territoriali (la Saar, la Rhur, l’Alsazia, la Lorena e parte della Renania dalla parte della Francia, più qualcosa che, dall’altra parte, si diede alla Polonia (i territori di Poznan e di Danzica), né del sequestro dei mezzi bellici fino all’ultima rivoltella, e neppure della proibizione a riarmarsi.

27.7.96