OPERETTE MORALI di Giacomo Leopardi (1824) - Mondadori Editore (pagg. 252)

Nota di copertina: "Cosa filosofica, benché scritta con leggerezza apparente" le Operette morali rappresentano il romantico approdo del Leopardi a una favolosa antichità; in essa si sente fremere uno sdegnoso disprezzo per il tempo presente e, come opportunamente rilevava Croce, "un’antipatia pel nuovo e pel vivente". Sotto forma di elaborati dialoghi, o immaginando di riesumare testi di antichi scrittori, il Poeta presenta le sue tesi che si possono ricondurre ad un’accorata visione dell’infelicità umana, trasparente anche nel frizzo della polemica, nello sfoggio erudito e nel sorriso indulgente verso la presunzione degli uomini. Evocando l’origine del mondo e dell’amore, i fenomeni della natura, il dolore, la noia, la vanità della gloria, il Leopardi ha cristallizzato in veste prosastica i motivi lirici essenziali del suo mondo poetico, quegli stessi che si esprimono nella mirabile bellezza dei Canti. "Poesie in prosa" dunque, come l’Autore stesso la definì in una lettera al padre, attualissima nella corrosiva critica ai pregiudizi e alle illusioni fallaci della mente umana. Ciascun frammento di questi scritti, anche il più arido e meno trasfigurato, reca l’impronta della grande anima dello Scrittore, della sua implacabile coerenza col proprio mondo.

Nota di recensione: Ho da dare di questa opera così illustre e così ben considerata un giudizio schizofrenico, e molto sofferto, e infine negativo che quasi mi pare un sacrilegio farlo. Per cui ritengo doveroso non tacere a chi capiti a leggere ciò che sto scrivendo che la ragione di codesta mia freddezza possa anche risiedere in una mia più che possibile, probabile anzi, "inadeguatezza a capire". Giacché non posso non tenere presente il giudizio di quanti invece la ritengono opera di incomparabile bellezza.

L’approccio mi entusiasmò: mi sorpresero la freschezza del pensiero, l’originalità degli appunti, la verve del ragionare, la malizia del tessuto discorsivo e in fondo anche, in quanto sostenuta da un lirismo quasi idilliaco, la fondamentale benevolenza del tratto. Ma erano i primi apologhi; vi ricorreva l’aura degli antichi miti, e il Leopardi, lì ancora ventiseienne e quindi ancora non mortalmente ferito dal disamore e dalla rassegnazione, piuttosto rimproverava ai suoi simili l’accanimento col quale essi, inseguendo vanità e ambizioni, s’industriavano a complicarsi i giorni. E nel leggere La storia del genere umano, e poi Il dialogo della moda e della morte e Il dialogo di un folletto e di uno gnomo, dove felicemente la filosofia si discioglie e si fa’ rapita poesia, mi trovavo a considerare con rammarico qual gran commediografo – da stare senz’altro al pari d’un Moliére e d’uno Goldoni – egli avrebbe potuto essere, in vece. E soprattutto qual diverso e più godibile approccio alla vita n’avrebbe tratto (al punto magari di perdersi come poeta, e io da lettore il prezzo, a suo esclusivo beneficio, l’avrei felicemente pagato) se sulle odorose e compiacenti tavole dei teatri di Napoli, tout c’èst plus facile, tra soubrettes fatali e compiacenti donnine di "piccola virtù", avesse intrapreso la carriera del teatrante.

Ma poi, ritornando alle Operette, già a cominciare col Dialogo di Malambruno e Farfarello che un po’ m’agghiacciò, e poi col Dialogo della natura e di un’anima e quindi, più ancora, col Dialogo della terra e della luna dove il suo sguardo dalla terra si volge disperato al cielo e da lì si tinge di buio, le cose cambiano. Ad iniziare dallo stile di scrittura che va perdendo l’iniziale levità per farsi arcaico anche pel suo tempo, e a volte persino retrivo.

Perché è qui che purtroppo al poeta, o, se lo preferite, al commediografo, subentra il filosofo. E mi pare che, nonostante che illustri esegeti del Leopardi ve la scorgano, non ci sia nessuna consustanzialità tra il suo essere poeta e il suo essere filosofo.

Giacché egli si incarica di dimostrare agli uomini, coi sillogismi di una ragione che egli ha dichiarato inoperosa e inetta alla vita, l’infelicità del vivere; s’incarica cioè di togliere lui dagli occhi umani quel velo che – illusoriamente o no, ma che importa? – abbellisce le cose. Si attenta, vorrei dire (ma è, ripeto, il voler dire di uno che purtroppo sa poco del Leopardi), di negare la ragione più verde d’ogni sua poesia, e la vita stessa dei suoi Canti.

L’espressione si irrigidisce, gli apologhi che ora vengono in litania si fanno più lunghi, più volte non sono più neanche dialoghi bensì mere elucubrazioni, e toltine taluni in ragione delle felici (?) formulazioni e trovate espressive (la scommessa di Prometeo, il quasi baudelariano dialogo di Torquato Tasso e l’originalissimo ma non sfavillante Dialogo delle mummie) perdendo morbidezza e acutezza generano un tono qua e là greve, che mi ha fatto sentire un non so che senso d’incubo. Per dirla col Flora "qualcosa di vecchio e di malato s’è rappreso in quei periodi".

Dopo il cupissimo Dialogo della natura e di un islandese ho proseguito con uggia, quasi con tedio. E controvoglia mi sono trascinato per i dodici capitoli del Parini ovvero della gloria, insostenibile, anche se in vero alquanto profetico per come poi sono degenerate le tendenze, monumento al pessimismo letterario. Così come mi è successo con gli altrettanto lunghi Detti memorabili di Filippo Ottonieri dove il L. s’apparenta a Socrate, senza con ciò riuscire credibile, difettandogli per sua fortuna a Socrate, piuttosto che l’arguzia la cosmica disperazione. Il resto ve lo regalo, anche Il cantino del gallo silvestre, autentico ìmne à la mort.

Noi delle Operette cercheremo quelle in cui sormontano l’invenzione lirica e la tenerezza umana: quei potenti e gloriosi motivi di mito: la sostanza poetica, che è certo più ricca, sebbene non più pura, di quella dei Canti.

3/3/2002