Lev N. Tolstoj: La morte di Ivan Il'ic (1886) - Editore Rizzoli Corriere delle sera, pagg. 93 euro 4.90.

Nota di copertina: Scritto tra il 1884 e il 1886, La morte di Ivan Il'ic è un piccolo capolavoro per il messaggio drammatico ci trasmette e per l'efficacia descrittiva di alcune scene. La trama è tanto semplice quanto tragica. Ivan Il'ic è un uomo perbene, consigliere di Corte d'Appello a San Pietroburgo. La vita è stata generosa con lui: è riuscito a soddisfare ogni ambizione ed è al vertice della sua carriera. Tutto sembra andare per il meglio, quando l'uomo si trova improvvisamente catapultato in un incubo: una banale caduta da una scala gli provoca infatti un dolore a un fianco dapprima quasi inavvertibile, ma via via sempre più sordo e insistente, che né i medici più illustri, né i farmaci da essi prescritti riescono a curare. Ivan Il'ic comincia a prendere coscienza di essere ormai condannato, ma è costretto a tirare avanti penosamente, giorno dopo giorno, circondato dall'ipocrisia dei suoi familiari, per i quali è diventato un peso. L'unica persona di cui apprezza la compagnia è il giovane servo Gerasim che lo soccorre con affetto sincero. Nelle lunghe ore trascorse all'ombra della morte Ivan Il'ic si rende conto che la sua vita è stata un cumulo di menzogne, nella famiglia come nella carriera, ma alla fine gli si affaccia nella mente un pensiero consolante: proprio la morte sarà presto una liberazione, per lui stesso e per gli altri, dalla sofferenza.

Nota di recensione: Tanto di cappello alla maestria narrativa di Tolstoj, essa non ha bisogno né di propagandisti e né di banditori, e meno che mai di ciarlatani che la decantino esprimendo concetti falsi. Dico questo perché, per esclusivi fini mercantili, di questo libro - e qui, lo ripeto, Tolstoj non c'entra perché non può entrarci - s'è fatta una impudica opera di mistificazione. A meno che il signor Matteo Collura non sappia la differenza passa tra la morte e il morire.

Ecco cosa scrive costui che ne è il prefattore: "La morte, il morire, non è esperienza che possiamo fare e conseguentemente trasmettere, perché nel momento in cui si muore irreversibilmente cessa il nostro stato di essere umani. Ci si può avvicinare alla morte, al morire, ma la soglia che segna il punto di non ritorno non è attraversabile se non dopo la vita. Un mistero irrisolvibile e il più terrificante tra quelli che ci è dato subire. […] Tanti scrittori, con esiti diversi, hanno preteso di raccontare la morte, il morire. […] Tanti scrittori, ma uno solo, spinto dal genio tormentato, spinto dalla straziante ispirazione che si fece delirio profetico, si è accostato alla verità della morte, del morire: Lev Nikolaevic Tolstoj […]. "E' così che parlerebbe la vita se parlasse" scrisse di Guerra e Pace Charles du Bos; frase, questa, che a Carlo Bo ne ispirò un'altra di uguale precisione ed efficacia, a proposito del racconto che ha per protagonista Ivan Il'ic: "Se la morte parlasse questa sarebbe la sua voce". E non ci pare di poter dire di più e meglio…" eccetera eccetera eccetera.

Ecco, il punto è esattamente questo: io mi attendevo che il grande Tolstoj ci descrivesse come si muore, l'atto del morire, il trapasso, l'avvicinarsi allo spirare e lo spirare. Occorre possedere, per poterlo fare, una grande immaginazione, oltre che una forte spiritualità. Perché chiunque ci sia passato, per quella porta, se possiamo chiamarla porta, non ha mai potuto tornare indietro per darcene conto. Io pensavo che Tolstoj, il grande Tolstoj, uno degli uomini di più forte spiritualità e di più grande magistero letterario che sia apparsi al mondo, avesse saputo farlo. Invece no: in questo breve racconto Tolstoj ci ha narrato (probabilmente per non essersi posto altro problema che questo) la vicenda d'un uomo comune che a 45 anni viene colpito da un male incurabile e nel breve giro di tre mesi decede. Una storia comune, di come ne succedono ovunque, per non dire a chiunque. Raccontata magistralmente, con grande pathos e molta verosimiglianza - ci tengo a sottolinearlo. Ma raccontata in terza persona e quasi cinematograficamente. Chi invece vuole realmente sapere come si muore e cosa sia mai il morire dovrà attendere di farsela da sé e da solo quest'esperienza. Personalmente mi immagino il morire, cui a lunghi passi mi avvicino, come il dover scalare a mani nude e penosamente una montagna asperrima (oppure il cadervi rovinosamente, rotolando dolorosamente: sono alquanto indeciso su queste due raffigurazioni). In ogni caso è una vicenda molto molto umiliante, e per moltissime ragioni. A meno che uno non abbia la fortuna, o la possibilità, di aggirare l'ostacolo tramite un morire repentino. O con la così detta Dolce Morte.

22 luglio 2002