LA MORTE A VENEZIA, di Thomas Mann. 1912 Edizioni Newton-Compton.

Nota di copertina: La morte a Venezia è un'opera esemplare nella produzione narrativa di Thomas Mann: densa di allusioni autobiografiche, letterarie e mitologiche, essa condensa e conclude felicemente la ricerca tematica e stilistica del periodo giovanile e prelude significativi ai successivi romanzi di più ampio respiro. Da un soggiorno di Mann a Venezia nel 1911 nacque molto probabilmente l'idea di ambientare la vicenda nella città lagunare dove il protagonista, lo scrittore Gustav Aschenbach, decide di trascorrere un periodo di riposo. Trascinato immediatamente verso l'abisso fisico e psichico da un sentimento irrazionale e indefinibile nei confronti di un adolescente dalla bellezza inquietante, sempre più lacerato tra le voci di una coscienza che chiede ascolto e un istinto di abbandono e distruzione che si manifesta ossessivamente alla sua mente esausta e allucinata con immagini e finzioni mitiche, morirà di colera in una Venezia tristemente in declino, consumato nell'intimo dai suoi stessi deliranti fantasmi.

Nota di recensione: Aschenbach, celebre scrittore, sfinito dal lavoro, sempre legato alla ricerca degli artifici dell'arte, fà un viaggio a Venezia (città nello stesso tempo così umida e così solare, creatrice e nello stesso tempo distruggitrice di bellezze) per ritrovarvi, durante le vacanze, le forze necessarie. Nel suo albergo di lusso al Lido è colpito dalla bellezza di un ragazzo polacco, Tadzio, e nasce allora, senza che mai i due si parlino, una singolare intimità fra colui che crea con pena la bellezza, e colui che senza sforzo, quasi beffardamente, solo con la sua esistenza la rappresenta. Situazione oscura, quasi equivoca, dove, invece di guarire, la sua anima, già esaurita di forze, si indebolisce ancor più. Egli vorrebbe fuggire, tanto più che si mormora che a Venezia si siano verificati casi di colera, ma il caso vuole che il suo tentativo di fuga non riesca. Aschenbach, soffrendo sempre più dell'inconsistenza del suo essere, che dovrebbe sembrare rappresentativo ma è pieno di debolezza, dopo aver cercato, in un estremo tentativo, di riattingere le vigorie perdute in rievocazioni paganeggianti che cominciano quasi come visioni irriflesse (Tadzio-Diòniso che gli appare in riva al mare come un èfebo greco) e poi immiseriscono gradatamente fino ad esaurirsi in un'artificiosa giovinezza a base di cosmetici e di tinture, perde ogni resistenza vitale e rimane vittima del terribile contagio che lo finisce rapidamente.

Quest'opera, breve ma intensa, composta, come un mosaico, da mille pietre giustapposte in uno stile sovraccarico di preziosismi è, come spesso in questo autore, un miscuglio di estetismo voluttuoso e raffinato e di una coscienza morale che teme anche la minima decadenza e fà colpa all'artista di tutto il suo essere e perfino del suo innocente giuoco con le apparenze.

Appare lacerante in questa breve opera, forse più che in tutte le altre, ove comunque è sempre presente, il perenne peculiare motivo dell'estetica manniana, quel suo essere diviso tra saviezza e follia, tra concretezza e fantasia, secondo i precipui caratteri biologici derivantigli dall'essere figlio di due mondi completamente diversi per non dire contrapposti (il padre era un tedesco di Lubecca e la madre una creola brasiliana). Nelle sue vene gorgogliavano, si urtavano, cercavano spazio, miscele strepitose e quanto altre mai esplosive.

16 ott. 1994