La marcia di Radetzky, di Joseph Roth (1932) – Adeplhi editore. pagg. 424.
Nota di copertina: Il capolavoro di Joseph Roth, il romanzo in cui si elabora e si orchestra la fine dell’impero asburgico. Attraverso le vicende di tre generazioni della famiglia Trotta, uscita dall’oscurità con il gesto di un sottotenente che salva l’Imperatore sul campo di Solferino, percorriamo l’immenso corpo fantomatico che l’aquila bicipite custodiva.
"Allora, prima della Grande Guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto" <Joseph Roth>.
Nota di recensione: Di Roth, prima di questo romanzo, avevamo letto La cripta dei Cappuccini che molto ci piacque. Ma sbagliammo a prenderlo in mano per primo, giacché per l’ispirazione, la struttura e i tempi, per il suo più ampio respiro - e non soltanto perché scritto dopo - la Marcia lo precede. Tant’è che, pur con tutti i suoi pregi, ora nel confronto la Cripta ci appare essere poco più d’un sommesso idillio, quasi una prece o un requiescat, uno di quei brevi e accorati sospiri che si emettono quando ci si ricorda dei cari morti.
La marcia di Radetzky è un’opera impegnativa e robusta, oltre che un capolavoro assoluto. E’ un affresco storico di grande e forte respiro, e secondo noi sta a Guerra e pace come la sconfitta sta alla vittoria, o come la salute e la vita stanno alla malattia e alla morte. Un’aura di sfacelo e di morte spira in ogni sua pagina, un’oscura potenza grava statica e inesorabile sui personaggi e sugli eventi narrati. Roth con uno stile sobrio, controllato e moderno, eppure non privo di una non distaccata pietà, ci conduce a osservare il lento dissolvimento (un disfacimento mentale, contemporaneamente che fisico) dell’impero asburgico nel corso di quelle che furono le sue ultime fasi, e ci fa vedere come quelle supreme istanze, tragicamente vecchie, inesorabilmente sorpassate, pietosamente fuori dai tempi, pur se sole, pur se deboli, s’opponessero, o cercassero d’opporsi, a quel feroce mutare dei costumi che prepotentemente bussava alle porte e che sarebbe stato, anche al di là dei fatti personalmente vissuti dall’autore, foriero di eventi interminabilmente tragici che chissà se mai finiranno.
La narrazione copre un ampio arco di tempo, andando dal 1859 (la data della battaglia di Solferino, dove impercettibilissimo s’avverte - ma naturalmente nessuno lo avvertì - il primo scricchiolio di cedimento di quella possente struttura che affondava le sue radici e la sua gloria nel Sacro Romano Impero di Carlomagno), per arrestarsi nel 1917, l’anno nel quale il vecchio apostolico sovrano Francesco Giuseppe, che proprio in quella battaglia, diciottenne, aveva avuto il suo battesimo del fuoco, e il suo fatiscente impero, che ormai con lui e con la sua decrepita vecchiaia si confonde, fatalmente e finalmente decedono.
Decedeva la vecchia Austria convenzionale e bigotta della più pura nobiltà terriera, decedeva la mai abbastanza lodata Austria della buona conservazione e della buona amministrazione che tuttora in Lombardia che c’è ancora chi la rimpiange, decedeva l’Austria elegante e spensierata dei valzer e delle operette, decedeva infine quell’Austria Felix dai modi gentili che nella devota ubbidienza e nella incondizionata fiducia al sovrano aveva trovato per secoli il collante per unire in un civile convivere genti di razze molto diverse, e che ora s’illudeva che il ricordo e la nostalgia potessero fare argine alle montanti istanze nazionalistiche. L’epoca era in preda al dissolvimento, e la monarchia che si dissolveva traeva nel suo cono d’ombra la sorte di tutti i sudditi e dei personaggi del romanzo. Dal punto di vista artistico erano i tempi di Malher e di Thomas Mann e noi avremmo rilevato molte affinità con la Montagna Incantata se solo Roth avesse potuto trovare ai suoi personaggi una loro Davos. Tra questi quasi titanica si staglia la figura di Franz von Trotta, che a nostro vedere ne è il vero protagonista, anche se da un punto di vista strettamente volumetrico questo titolo spetterebbe a suo figlio Carl Joseph.
Fuorviati dalla estetica hollywoodiana, che in questa parte di mondo è diventata quasi l’unica misura delle cose, siamo soliti pensare che tutti gli eroi debbano essere rivoluzionari, progressisti e quasi sempre vincitori. Non è del tutto vero, giacché esisterebbe, esiste (o esisteva?), e meriterebbe senz’altro il riconoscimento di una pari dignità, anche un diverso, opposto, tipo di eroe, che potremmo chiamare "della conservazione". Sono parimenti virtuosi, la differenza ristà nel fatto che a differenza dei primi, questi eroi combattono in silenzio e alla fine soccombono. E certamente più encomiabile è il loro coraggio, giacché esso non è sostenuto dalla speranza.
Il capitano distrettuale Franz von Trotta è uno di questi campioni. Egli incarna la quintessenza di quel funzionario "integro e fedele" che adesso si definirebbe gretto, ma che, nel solco di una intransigente fedeltà allo stato e al suo sovrano, voleva rappresentare, e rappresentava, la coerenza ai valori antichi. Ma i tempi cambiavano, e purtroppo cambiando peggioravano.
Così titanica e disperata appare l’impresa del vecchio capitano distrettuale che da un lato deve vedersela con un figlio friabile al massimo, debole e inquieto, generoso e ingenuo, ostinato e insicuro. E dall’altro con la incoercibile, massiccia, perennemente incombente ombra del padre – l’Eroe di Solferino - il quale, anni prima, avendo salvato la vita al sovrano, aveva guadagnato ai suoi discendenti "un fardello di eccellenza" troppo gravoso da portare. E così il povero capitano distrettuale, come chi sia legato a due cavalli che vengano lanciati nelle direzioni opposte, deve "trasferire" l’aura possente dell’eroe di Solferino, della quale è il severissimo custode come anticamente i patrii Lari lo erano delle migliori tradizioni della gens, sul figlio che, intrapresa quasi per obbligo la carriera militare, per i limiti caratteriali avanti detti, non se ne mostra all’altezza.
Muore il figlio, subito trovando in un inutile gesto d’eroe una facile scappatoia ai suoi sensi di colpa e al cumulo delle sue inadeguatezze, e per il dolore vorrebbe morire anche lui, il vecchio padre, e, come tutto ciò che lo circonda, un po’ muore anche se non del tutto. Non osa farlo compiutamente perché è il 1917 e la guerra volge al peggio, e la sua defezione potrebbe apparire una diserzione, un gesto non degno della fiducia del suo sovrano e della memoria dell’eroe di Solferino che dal ritratto appeso sopra la finestra sotto il soffitto severamente lo guarda. Lo farà, finalmente potrà farlo, quando finalmente poco dopo Francesco Giuseppe chiuderà i suoi vecchi occhi, e con essi un secolo lungo mille anni.
15/9/01