LA GRANDE STORIA DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE di Martin Gilbert(1994) - Mondadori. 2 voll. pgg. 698.

Nota di copertina: La guerra del 1914-18 fu il primo conflitto bellico che coinvolse tutti i paesi d'Europa. Due possenti coalizioni, l'Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) e gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria), si misurarono militarmente in uno scontro tanto violento quanto logorante. In termini di costi economici ed umani - nove milioni di morti -, i quattro anni di combattimenti ebbero sulle potenze belligeranti un effetto disastroso. Così, sulle rovine del vecchio ordinamento politico sorsero nuovi Stati ed emersero altri motivi di disputa e di antagonismo: nei Balcani, nella Germania sconfitta, nella Russia. Ottant'anni dopo, Martin Gilbert, uno dei più autorevoli storici viventi, offre la prima opera completa e dettagliata su tutti i fronti di combattimento della Grande Guerra. E riesce a far parlare non soltanto le cifre (dei morti, dei feriti, dei prigionieri, dei proiettili sparati, delle vittime dei gas tossici e armi chimiche) ma anche le voci: di coloro che dalle trincee confidavano ai familiari o soltanto a se stessi il loro angosciato stupore di fronte ad un apocalittico spettacolo di orrore e crudeltà.

Nota di recensione: Sì, Gilbert è inglese e le cose del mondo le vede da inglese; però ce le racconta con una chiarezza che compiace. Non come fanno i nostri accademici che più che divulgatori sembrano massoni, tanto s'esprimono tortuosamente - "tra di loro si scrivono e tra di loro si leggono" - diceva Indro Montanelli. Questo libro lo si legge bene, a patto che gli si tolga un po', ma neanche molta però, ho visto di peggio, di tara.

Lo scenario iniziale vede che l'opulento impero coloniale della Gran Bretagna suscita l'invidia della Germania, i cui possedimenti d'oltremare (qualche atollo sul Pacifico, alcune regioni dell'Africa equatoriale) erano pochi, poveri e lontani. Per cui negli anni cavallo tra il XIX e il XX secolo i tedeschi si misero ad aumentare la loro forza navale, avendo il Kaiser Guglielmo II compreso che l'Inghilterra la si poteva battere solo contrastandola sul mare. Allarmati, gli inglesi nel 1912 proposero che i due paesi si accordassero per una tregua nel riarmo navale, ma il Kaiser respinse la proposta perché il congelamento della situazione avrebbe fatto aggio ancora all'Inghilterra, esistendo nella flottiglia bellica e mercantile dei due paesi un rapporto di forza di nove a uno, sicché la famosa battuta di Churchill che una flotta potente per la Gran Bretagna era una necessità mentre per la Germania era un lusso poté apparire congrua solo a chi aveva a cuore solo la salvaguardia della egemonia imperialistica britannica nel globo.

Era un momento di generali turbolenze in Europa e un po' tutti, fuor che gli inglesi, e Gilbert quando lo dice dice la verità, avevano voglia di menare le mani. Lo volevano i francesi, che, guerrafondai come sono, di giorno e di notte ardevano di vendicarsi dell'umiliazione patita nel 1870 quando i prussiani in quattro e quattr'otto erano arrivati a Parigi e si erano prese l'Alsazia e la Lorena, regioni di confine. Lo volevano i tedeschi che, stato unitario dal 1871, intendevano ridare al mondo un'altra abbagliante dimostrazione della loro forza e della loro volontà di potenza, desiderando anche loro essere considerati, come gli inglesi gli austriaci e i francesi, potenza mondiale. La loro canzone di guerra ("Deutschland uber alles")ammoniva il mondo che la Grande Germania avrebbe dovuto estendersi, problema colonie a parte, "dalla Mosella alla Memel, dall'Adige al Belt". La guerra la cercavano pure i russi, le cui mire espansionistiche sul continente erano fortemente incoraggiate dal ricordo delle imprese di Pietro il Grande e, più concretamente, da mezzo continente di slavi che mal sopportando il giogo pan-tedesco e magiaro guardava a loro. La voleva anche il decrepito impero asburgico, preoccupato del ruolo egemone e sobillatore che in quell'ambito, protetta dai russi, attivamente svolgeva la Serbia. Gli unici a volere che le cose restassero com'erano erano gli inglesi, gli inglesi dei cinque pasti al giorno: la loro opulenza imperialistica era all'apogeo ed era vitale che niente e nessuno venisse a turbarla.

Purtroppo per loro in quei primi anni del XX secolo della guerra si aveva una visione esaltante e romantica, c'era chi la definiva igiene del mondo e i giovani al fronte ci andavano cantando...

Gilbert a pag. 53 scrive: "La mattina del 4 agosto alcuni milioni di soldati, che costituivano l'avanguardia di diversi eserciti, si radunarono nelle caserme oppure si misero in marcia. A est le truppe russe, inviate alla frontiera con la Prussia orientale, avanzarono in direzione di Berlino. Alla frontiera con l'Alsazia-Lorena le truppe francesi sconfinarono in Germania fermamente convinte di poter riconquistare le province perdute e, riscattando le passate sconfitte e umiliazioni, arrivare fino al Reno. Più a nord, alla frontiera con il Belgio, erano i tedeschi ad avanzare a gran velocità, dando corpo alla minaccia di invadere con un'operazione lampo il paese e di penetrare in Francia da settentrione. Nel 1870 era stato un esercito prussiano, affiancato da reggimenti di Baviera, Sassonia e Wúrttemberg, a farsi strada combattendo fino a Parigi. Nel 1914, per la prima volta dall'unificazione della Germania, era un esercito tedesco a cercare di emulare il suo predecessore prussiano".

Ne venne fuori una guerra come non se ne erano viste mai prima di allora, sia per il numero dei paesi che vi parteciparono e sia per la entità dei danni, dei massacri e delle distruzioni che colpirono persone e territori.

Gilbert inizia il libro così: "Più di 9 milioni di uomini - soldati, marinai e aviatori - furono uccisi nella prima guerra mondiale. Altri 5 milioni di civili si ritiene siano morti a causa dell'occupazione nemica e dei bombardamenti, o di stenti e malattie. Il genocidio degli armeni nel 1915 e le epidemie di influenza che dilagarono quando ancora infuriava la guerra furono due dei devastanti effetti collaterali del conflitto. La fuga dei serbi dalla loro terra alla fine del 1915 fu un altro crudele episodio che seminò morte tra i civili; altrettanto crudele fu il blocco navale imposto dagli Alleati alla Germania, in conseguenza del quale morirono oltre 750.000 tedeschi.".

E così lo conclude: "Per quanto riguarda il numero di soldati uccisi, la distruttività della prima guerra mondiale fu superiore a quella di tutte le altre guerre che la storia abbia conosciuto. L'elenco che segue mostra le cifre degli uomini morti in combattimento o in seguito alle ferite riportate in battaglia. Queste cifre sono inevitabilmente approssimative e non comprendono tutte le vittime della guerra. Nel caso della Serbia, le vittime tra la popolazione civile (82.000) furono superiori a quelle fra i soldati. Nell'esercito statunitense furono più numerosi i soldati uccisi dall'influenza (62.000) che quelli caduti in battaglia. Gli armeni massacrati fra il 1914 e il 1919 superarono il milione. I civili tedeschi morti a causa del blocco alleato si ritiene siano stati più di 750.000. In base alle stime si considera che, per ognuno dei principali paesi belligeranti, il numero minimo di caduti in guerra sia stato il seguente: Germania 1.800.000, Russia 1.700.000, Francia 1.384.000, Austria-Ungheria 1.390.000, Gran Bretagna 743.000, Italia 615.000, Romania 335.000, Turchia 325.000, Bulgaria 90.000, Canada 60.000, Australia 59.000, India 49.000, Stati Uniti 48.000, Serbia 45.000, Belgio 44.000, Nuova Zelanda 16.000, Sud Africa 8000, Portogallo 7000, Grecia 5000, Montenegro 3000. Gli impero centrali che, persero la guerra, ebbero 3.500.000 morti sui campi di battaglia. Le potenze alleate, che la vinsero, ne ebbero 5.100.000. Ogni giorno di guerra morirono in media più di 5600 soldati. Si ricorda spesso con orrore che durante il primo giorno della battaglia della Somme persero la vita 20.000 inglesi, ma altrettanti ne morirono ogni quattro giorni nel corso di tutta la guerra."... "Tutte le guerre finiscono per essere ridotte a statistiche, strategie, discussioni sulle cause e sugli esiti. I dibattiti sulla guerra sono importanti, ma non come la storia umana di coloro che vi hanno combattuto".

Nelle 700 pagine che separano i due paragrafi, Gilbert compie una avvincente, esauriente e documentatissima ricostruzione (la bibliografia delle fonti consultate fa spavento) dei fatti politici e militari che sostennero quella smisurata mattanza, quei massacri senza fine, quell'abominio di sangue e di fango che furono le trincee e una guerra di posizione che durò quattro anni, mai dimenticando Gilbert, e questo gli fa onore, l'umana pietà per l'infinita inconsolabile tragedia del morire giovani.

Che considerazioni mi vengono di fare, conclusa la lettura?

Che per abnegazione, coraggio, determinazione a morire, crudeltà e ferocia nel combattere gli inglesi superarono tutti gli altri, seguiti dai francesi e dai turchi che però li sopravanzavano in ferocia. In questa speciale classifica dell'orrore la quarta posizione va ai tedeschi, la quinta agli italiani, la sesta ai russi. E l'ultima agli austriaci che si arrendevano a frotte e che come gli italiani nella II guerra mondiale furono ai tedeschi più di danno che di aiuto.

Che la guerra sostanzialmente si decise in soli tre giorni, dal 15 al 18 luglio del '18, come se nei cruentissimi quattro anni precedenti si fossero fatte solo delle esercitazioni. Le due parti erano letteralmente allo stremo e bastò un nonnulla perché finalmente le sorti della guerra volgessero da una delle due parti. Questo nonnulla fu l'intervento a fianco degli Alleati degli Stati Uniti d'America, intervento lieve, modesto, numericamente quasi irrilevante ma pesantissimo nell'economia generale delle forze antagoniste. I quali americani quasi col solo suono delle loro trombe (e con appena 48 mila morti in una guerra che di morti ne aveva fatti 9 milioni) fecero pendere la bilancia dalla parte dei loro alleati. Quel poco di nuovo fu determinante, così come a volte è determinante per uccidere un uomo fisicamente debilitato anche un refolo di vento.

Che con gran disperazione dei francesi e degli inglesi, gli Stati Uniti non ebbero mai fretta di entrare nell'agone. Pensavano di doverlo fare nell'estate del 1919, quando con 3 milioni di soldati bene equipaggiati ed istruiti avrebbero potuto sbaragliare il campo in poche battute. Farlo prima non gli conveniva; loro dicevano di non essere sufficientemente pronti ma la ragione vera secondo me stava nel fatto che il presidente Wilson faceva calcolo, come quel poveraccio di Mussolini nel '41, di poter vincere bellamente la guerra con soli 8 mila morti, assestando il colpo di grazia ad un nemico agonizzante. E così in effetti avvenne, anche se di forza dovette anticipare di 12 mesi il suo programma, perché nel mezzo dell'estate del '18 i tedeschi, finalmente con le spalle al coperto ad est, erano avanzati fino a 60 chilometri da Parigi e rischiavano seriamente di arrivarci. L'intervento americano, pur se misurato (si trattava all'incirca di 800 mila uomini), fece la differenza. Perché anche i tedeschi erano letteralmente allo stremo, ben più che di quanto pensavano di esserlo i francesi e gli inglesi. Perché a causa del blocco navale e commerciale che per quattro anni aveva strangolato la Germania, i tedeschi morivano letteralmente di fame e non avevano i mezzi per continuare la guerra.

Nel corso della tambureggiante avanzata del '14 fu per una di quelle inezie che senza volerlo determinano i grandi fatti della storia che i tedeschi non riuscirono a sfondare il fronte e a catapultarsi a Parigi, come gli era riuscito nel 1870 e come gli sarebbe di nuovo riuscito nel 1939. Accadde che nella battaglia di Le Chateau, a soli 13 chilometri da una Parigi che gran parte della cittadinanza e lo stesso governo avevano abbandonato, i soldati della 5^ armata francese, di nuovo sopraffatti, ruppero disordinatamente fuggendo verso sud, portandosi senza volerlo i tedeschi che altrettanto disordinatamente li inseguivano nella medesima direzione, e così, di fatto, allontanandoli di Parigi, davanti alla quale nel frattempo le residue forze alleate poterono rinserrarsi per l'ultimo inespugnabile blocco.

La guerra civile esplosa in Russia dopo la presa del potere da parte dei Soviet vide innaturalmente alleate le forze dell'Intesa e quelle degli Alleati. Giacché i turchi e i francesi a sud, i tedeschi e i polacchi ad est, gli inglesi nelle regioni baltiche, i francesi e i cechi (finanziati dagli americani) nella regione di Vladivostock, trovarono nella paura del bolscevismo una straordinaria cordialità d'intenti.

I tedeschi non ebbero nessuna pietà dei russi quando un Lenin disarmato e senza la forza e la voglia di guerreggiare chiese una tregua a fini di pace. La Russia distrutta dalla guerra, devastata dalla sconfitta, sconvolta dalla rivoluzione e paralizzata dalla guerra civile non era in grado di dettare condizioni e neanche di discuterle. I tedeschi spietatamente ne approfittarono e implacabilmente si presero tutto quel che poterono prendersi, comprese l'intera zona baltica e mezza Ucraina. I polacchi, i lituani, i bulgari e i rumeni non le furono da meno e maramaldeggiando indegnamente si divorarono le briciole. Lenin alle prese con una guerra civile che stava strangolando la neonata rivoluzione firmò senza neanche leggere le clausole vessatorie che i plenipotenziari tedeschi gli misero dinanzi.

Ai tedeschi la pariglia glie la resero pari pari i francesi quando furono loro ad arrendersi e ad invocare il cessate il fuoco. Dilazionando con mille pretesti prima la stesura delle norme armistiziali e poi la loro discussione, i francesi continuarono ad avanzare rapinando, uccidendo e recquisendo beni e territori, mentre il blocco navale britannico stringeva ancora più forte il cappio sul collo di uno sconfitto ormai disarmato e impotente.

Le condizioni di resa e di riparazione che gli alleati imposero agli sconfitti (la Russia che per tre dei quattro anni di guerra era stata loro alleata fu a tutti gli effetti trattata da paese sconfitto) contenevano in nuce le più perverse ragioni perché in un futuro non lontano scoppiasse quella nuova terribile guerra che vent'anni dopo difatti scoppiò. Dopo che i paesi sconfitti furono costretti ad accettare 'obtorto collo' il pericoloso precedente che si riconoscevano essere la incausata causa del conflitto e i soli responsabili dei danni di guerra, gli si imposero riparazioni in beni materiali e in denaro che definire ingenti è poco, nonché smisurate e ingiustificate mutilazioni territoriali. Cieca, bieca e irragionevole fu in particolare la sete di vendetta dei francesi, tanto che essa suscitò la riprovazione degli inglesi che dopo che si erano ben soddisfatti prendendosi tutte le colonie che erano state dei tedeschi e buona parte del territorio dell'impero ottomano (la parte restante se la aggiudicarono i francesi a discapito dei poveri italianuzzi cui non lasciarono neanche le briciole) s'erano messi a raccomandare moderazione. Non si stupisca di tanta continenza il lettore che conosce la perfidia di Albione. Essi, a differenza dei francesi che belluinamente, sul tavolo di pace, volevano sbranare e squartare la Germania, lungimirantemente temevano che in una Germania distrutta e umiliata il bolscevismo avrebbe potuto attecchire più facilmente. Non ebbero torto, come sa chi conosce la storia europea. Di fatto la Germania fu smembrata delle sue parti migliori, ad est della Slesia ricca di miniere di ferro e di industrie metallurgiche, che venne aggiudicata alla Polonia; ad ovest della Ruhr, ricca di miniere di carbone, e ovviamente l'Alsazia e la Lorena, che divennero territorio francese, mentre la Renania divenne protettorato francese e tale sarebbe rimasta fino a che i tedeschi non avessero estinto il debito di guerra nei loro confronti (in sostanza fino al 1° maggio del 1961). I Sudeti, fertile territorio agricolo ricco di miniere, furono escissi dal Reich e regalati al nascente stato cecoslovacco. A parte le notevoli mutilazioni territoriali appare evidente che alla Germania venivano tolte tutte le ricchezze.

Il Kaiser, il re d'Inghilterra, lo zar di tutte le Russie, il re del Belgio, la regina di Norvegia (e probabilmente anche il re o la regina d'Olanda, ma il libro non ne parla perché l'Olanda non fu coinvolta nel conflitto) erano tedeschi ed erano cugini tra di loro, venendo tutti dal gran ceppo sassone dei Gotha-Coburgo.

Infine, per amore di precisione, che quella che Gilbert per ben due volte chiama 'influenza' fu la terribilissima 'spagnola' che nel 1918 fece in Europa 22 milioni di vittime.

Non ho altro da aggiungere se non l'amara considerazione che, come disse Anatole France, si crede di morire per la patria (oggi che siamo politicamente corretti si muore 'per la pace') e invece si muore per gli industriali (oggi, correndo la globalizzazione, si va a morire per i petrolieri).

17 dic. '02