La Cripta dei Cappuccini, di Joseph Roth (1938), Adelphi. Pagg. 195 lit. 12.000

Nota di copertina: Fra i grandi scrittori di questo secolo, Joseph Roth è forse quello che più di ogni altro ha conservato il gusto inconfondibile del narratore – quel favoloso personaggio che racconta storie senza fine ed è quasi l’ombra di tutta la letteratura. Con frasi nitide e lineari, scandite da un perfetto respiro, Joseph Roth ha raccontato in molti romanzi, e sotto le più diverse luci, il grande evento dell’inabissarsi del suo mondo, che era al tempo stesso l’Impero absburgico e la singolarissima civiltà ebraica dell’Europa orientale, entrambi condannati alla rovina e alla dispersione. Ma se c’è un libro che è l’emblema intatto di questo avvenimento e anche di tutto il destino del suo autore è proprio La Cripta del Cappuccini, lucidissimo, accorato epicedio scritto da Roth esule e disperato nel 1938.

Nota di recensione: Qui, lentamente, dolcemente, mestamente si affonda. Si affonda come affonderebbe uno dei non sopravvissuti del Titanic che con quella superba nave affondasse, lentamente affondasse, dolcemente affondasse, mestamente affondasse, e sotto la superficie del grande Oceano sprofondasse, conservando il privilegio di poter tenere gli occhi aperti, e di farsi pertanto tutti e quattro i chilometri di discesa osservando, vedendo e accorgendosi di tutto: posti e situazioni nuove e mai viste prima, pesci nuovi e spaventosi, i colori che a poco a poco si abbuiano, il gelo che cresce. Si declina e si cade, anzi si decade, crudelmente, ingiustamente, ma si decade, ed egli, il viaggiatore nella superba nave, il conte von trotta, senza un grido di protesta (come potrebbe?), consapevole e rassegnato morirà più per le cose nuove e mostruose che nel cadere ha visto, che per il colpo e le ferite riportate.

E’ il canto d’amore che accompagna la morte a quell’Austria reale, imperiale e asburgica che fu definita Felix, l’Austria pacifica e operosa di Maria Teresa, quell’Austria della buona amministrazione e della buona musica, quell’Austria cosmopolita, multietnica e poliglotta che per secoli, severamente e nello stesso tempo serenamente era stata la sollecita nutrice di genti e popoli diversi tra di loro; che aveva protetto, che aveva cullato, che aveva nutrito e che aveva istruito facendone dei sudditi civili, anche se un poco corrivi. Prima che subentrasse la crudele miopia dei nazionalismi, che avrebbe contraddistinto, e insanguinato, il nuovo secolo.

2/9/2001