La coscienza di Zeno, di Italo Svevo (pseudonimo di Errore Schmitz) – 1923. Editore Bompiani, pagg. 367, lire 18.000 (preso in biblioteca).
Nota di copertina: Nel 1923, quando apparve, ad oltre vent’anni dal precedente romanzo di Svevo, La coscienza di Zeno fu salutata dagli ambienti più aperti come la rivelazione del maggior narratore italiano contemporaneo, al livello di un Proust, di un Musil, di un Joyce. Lungo diario in prima persona di un "uomo senza qualità", Zeno Cosini che racconta la propria vita – si immagina – per ordine del suo medico, il romanzo scruta, con spietata lucidità, nei più oscuri recessi di un animo complicato e malato. Abulico, passivo, incapace di agire, Zeno non sa tradurre in fatti il malessere che lo domina: la "coscienza" della sua inettitudine a vivere costituisce perciò un’ulteriore ragione di sofferenza. "Eroe" inetto ed annoiato, il protagonista de La coscienza di Zeno rompe verticalmente con gli stereotipi romantici e immette un’inedita e sofferta verità nella rappresentazione dell’uomo moderno.
Nota di recensione: Il romanzo s’apre con un artifizio che è la variante moderna del manoscritto ritrovato, nel senso che uno psicanalista cui Zeno dieci lustri dopo lo svolgimento dei fatti narrati aveva diretto la confessione dei suoi disagi come preludio all’analisi vera e propria, si decide di rendere pubbliche quelle note al fine di operare un grossolano ricatto nei confronti del paziente che si era poi sottratto all’analisi, così come nella vita si era sottratto a ogni impegno e ad ogni scelta. E’, Zeno Cosini, studente fallito e commerciante inadatto a commerciare, un uomo debole e bugiardo, non incline al bene se non a quel poco che può rendergli più comoda la vita e inadatto al male quando esso può fare veramente male; un uomo che inclina a scelte sentimentali deboli e ostinate, malato immaginario per non pagare il dazio, pronto sempre a rammaricarsi dei suoi vizi ma mai ad abbandonarli, pronto sempre a pentirsi, ma cominciando domani, non oggi.
Galleggia nella vita pratica, la sua vita non è fatta di preoccupazioni materiali, cui non è versato e dalle quali si tiene e viene tenuto lontano, il futuro per lui non esiste, vive - come dice di se stesso con ironia - in mezzo a "traslati mastodontici",. Ma la coscienza della sua insufficienza, le sue perpetue indecisioni, relegano in una ambigua sfera ogni tentativo di autoanalisi, la quale pur se favorita dall’inazione risulta frenata da una sorta di instabilità mentale che – come nota acutamente Mario De Micheli – "sposta gli avvenimenti di quel tanto che basta a dar loro un’aria di eccitazione e di assurdità, così su queste premesse leggermente viziate dispone i suoi gesti, le sue azioni che non intervengono mai in coincidenze tempestive, ma per lo più anticipate o con un ritardo smanioso e pieno di ansie. In questo modo Zeno non appare mai padrone di una situazione ma quasi sempre si sente trascinato dalle circostanze. Egli non è che un sentimentale con strani furori e subitanee dolcezze, indotto ad una ironia che sorge dal suo spasimo e propenso a lacrimare sulla sua sorte, sulle sue sventure che egli ingrandisce con sogni chiusi, solitari: sogni di purezza, di espiazione". Ma siccome è inattivo, finisce che spegne la sua volontà di agire in questo fervore fantastico, questo è il motivo per cui i pochissimi gesti che uscendo da questa smania segreta ed avendo questa genesi irrequieta riesce ad attuare, si concludono con una esecuzione allarmata e ricca di pentimenti.
Zeno come tutti i personaggio a cavallo di due epoche si porta addosso le malattie di un’umanità che ha scordato il vecchio e vedendo il nuovo non sa capirlo, e quindi non sapendo come sia meglio mostrarsi si svela disorientata e insicura.
La vita una volta era più bella e più terribile, quantomeno da un punto di vista letterario, della sua raccontabilità, dell’impressione delle figure, della forza del destino. Oggi invece ci consumiamo a chiederci quale sia il nostro posto nel mondo, e quasi mai riusciamo a trovarlo. E’ finita l’era che s’andava dritti di prua: la psicanalisi ci ha scoperti inermi, non siamo né sempre buoni e né sempre cattivi, o meglio siamo buoni quando dovremmo essere cattivi e cattivi quando dovremmo essere buoni. La vita è un palcoscenico dove, come dice Pirandello, si recita a soggetto.
Per l’ambiguità della parola mi viene d’accostare Svevo proprio a Pirandello, e per il celeberrimo invito a letteraturizzare la vita, "sottraendo tempo alla vita orrida e vera", a Proust ("chi sono io? non colui che visse, ma colui che descrissi"), perché "ognuno leggerà se stesso, e la propria vita risulterà più chiara e più oscura, ma si ripeterà, si correggerà, si cristallizzerà sulla pagina scritta".
La struttura narrativa del romanzo si dipana in cinque episodi a tema: il fumo, la morte, il matrimonio, l’amore, il lavoro, nei quali i fatti che si intrecciano senza ordine cronologico ma anzi con anticipazioni e riprese, sono tappe che lungi dal seguire il progresso del protagonista ne confermano l’inadeguatezza rispetto all’ordine sociale. La grafia di Svevo è chiara e scorrevole, non priva di ricercatezze stilistiche utili a conferirle senza che l’appesantiscano quella precisione necessaria a indagini così difficili. La modernità del romanzo sta nel fatto che vi si rappresenta quell’atteggiamento sottile e mesto dell’indagine di sentimenti complessi e contraddittori, in un personalità abulica e inattiva, che è rappresentativa dell’uomo comune.
La Coscienza è il libro che dopo Il Mulino di Bacchelli più mi è piaciuto negli ultimi anni. Tuttavia sono opere del tutto differenti, perché Bacchelli, narratore poderoso quanto Tolstoj, non possiede la "modernità" di Svevo. Bacchelli affonda le sue poderose braccia nel grasso terreno della storia e le ritrae nere e sporche di sangue perché nera e sporca di sangue è la storia, Svevo invece guarda ai meandri della psiche e non giunge ad alcuna conclusione, egli non condanna né assolve Zeno. Zeno Cosini non è colpevole perché non si rende conto; egli non ha una bussola e se l’avesse dubito che saprebbe usarla, l’esaltazione e la depressione sono lo Zenith e l’Azimuth del suo come del nostro vivere quotidiano.
21 nov. 03