LA CERTOSA DI PARMA: di Stendhal (1839), editore Garzanti
Nota di copertina: Con la Certosa Stendhal riprende il tema fondamentale delle sue opere maggiori: il conflitto tra reazione e rivoluzione nella società del suo tempo. Dopo la Francia postnapoleonica (Il rosso e il nero) e quella di Luigi Filippo (Lucien Leuwen) è ora la volta dell'Italia smembrata e oppressa dai governi dispotici restaurati dalla Santa Alleanza... Per molti aspetti Fabrizio del Dongo sembra una replica di Julien: entrambi entusiasti di Napoleone, entrambi devono rinunciare alla divisa rossa, all'azione, per il nero abito ecclesiastico: entrambi soli, senza famiglia, bastardi. Ma la diversa classe sociale dei due eroi determina delle differenze molto più significative delle indubbie analogie. Il bonapartismo di Julien è necessario, nasce dai suoi veri bisogni, esprime i suoi ideali, ma sopratutto le sue concrete possibilità di ascesa sociale. Dopo l'avventura di Waterloo, Fabrizio guarisce rapidamente dalla sua infatuazione. Anche il conte Mosca, che ha combattuto con Napoleone in Spagna, passa senza apparenti conflitti di coscienza al servizio della tirannia (pur non privandosi del gusto della trasgressione, come quando darà la sua collaborazione all'evasione di Fabrizio: "Ebbro di gioia si diceva: <Eccomi reo d'alto tradimento!>". E la Sanseverina, dopo aver patito l'indigenza per coerenza con le sue idee, dopo aver ispirato le scelte generose di Fabrizio, diventa la sua maestra di machiavellismo: "<Che tu creda o che non creda a ciò che ti verrà insegnato, non fare mai obiezioni di sorta. Figurati che quello che ti insegnano siano le regole del gioco del whist: alle regole del gioco del whist ti verrebbe in mente di fare delle obiezioni?>". La novità, rispetto a Julien, è che Fabrizio, che gode dell'appoggio appassionato, incondizionato, della potentissima zia, non riesce a sfruttare le sue opportunità. Mentre le ambizioni di Julien vengono frustrate, a Fabrizio mancano la volontà (che deriva dal bisogno) e la convinzione sufficienti per concepire delle ambizioni. Tra il Rosso e la Certosa c'è stata la "rivoluzione di luglio", l'avvento di Luigi Filippo realizza alcuni degli obiettivi per cui Stendhal s'era battuto ma ne uccide le speranze più generose e ne fa un complice del nuovo ordine.... La delusione politica e la cattiva coscienza spingono a cercare un compenso nella sfera intima. L'amore diventa il riscatto del fallimento e della degradazione. Ma non si dà vera vita nella falsa. Anche l'amore non è realizzabile che a metà, e i personaggi della Certosa dovranno venire a un compromesso anche su questo terreno.... Stendhal, che prova per Fabrizio i sentimenti di amore, invidia e nostalgia della Sanseverina e del conte Mosca, l'ha dotato di tutto ciò che occorre per essere felice, la gioventù, la bellezza, la nobiltà, il coraggio, ma sopratutto l'innocenza, l'assenza di tensione morale (un'altra differenza decisiva rispetto a Julien). Ma il sogno di Stendhal resta tale. Anche l'inconsapevole Fabrizio deve pagare il prezzo che il sistema della menzogna esige..., l'innocente Fabrizio non accetta di autoreprimersi e, nel tentativo di forzare le regole che limitano e deformano la sua felicità, perderà tutto. (Piergiorgio Bellocchio).
Nota di recensione: La Certosa è un romanzo meno duro e meno aspro deI Rosso, se quello era un romanzo pietoso questo è un romanzo malinconico; opera quasi senile, Stendhal segue con affetto le dolorose vicende del suo protagonista che sa che pur senza colpe (egli non ha, rispetto a Julien, nemmeno la colpa dell'ambizione) non si salverà. Sul confronto tra le vicende del protagonista del Rosso e il protagonista della Certosa, ambedue dei vinti, qualcosa dice la nota di copertina; sullo stile il lettore può rifarsi alle impressioni riferite in sede di recensione del Rosso. E' lo stesso: rapido ed incisivo, anche se nel finale diviene eccessivamente sbrigativo. Vigorose, nitide, e tutte interamente godibili, le pennellate che dipingono la vita e le costumanze di corte.
Gli eroi di Stendhal, vinti per quanto si voglia, godono comunque di una felice costante: sono amati da donne sempre straordinarie. Il nostro irrisoluto abatino, quì, poteva, avrebbe potuto, scegliere, o, beatamente, scegliere di non scegliere, tra una Sanseverina, donna di eccezionale vigore e di indomita passione, direttamente riconducibile a Matilde de la Mole, e una Clelia Conti, timida, romantica e devota, nei cui rossori e nelle cui tumultuose incertezze riappare il ritratto della dolcissima, indimenticabile, signora di Renal.
6 aprile 1995