José Saramago: La Caverna (2000) - Editore Einaudi, pagg. 335 euro 17,56.

Nota di copertina: La caverna dovrebbe concludere la trilogia iniziata con Cecità e proseguita con Tutti i nomi. Saramago aveva affermato di voler "scavare" dentro la pietra con la quale sono costruite le sue statue-libro, andare a fondo dell'animo umano, sondarne i segreti, le sensazioni provate e non dette. E infatti, con questo suo nuovo romanzo cerca di mettere cerca di mettere a confronto i suoi personaggi "infrastorici" con un universo orwelliano.

Così, come in altri suoi libri, abbiamo due storie parallele e allo stesso tempo convergenti. Da una parte i protagonisti. Gente normalissima, antieroi per eccellenza, che non faranno mai la Storia, ma che ne rifiutano la ineluttabilità (come il Signor José di Tutti i nomi o i ciechi di Cecità). Dall'altra una costruzione quasi infinita e maligna (come la Biblioteca di Borges, come il manicomio-lager di Cecità, come l'Archivio del Signor José): il Centro, sorta di città nella città che divora la città, di universo in espansione, di espressione fisica di una folle globalizzazione. Dentro al Centro "non manca niente": abitazioni, negozi, luoghi di svago, ospedali, come pure il cimitero, aria purificata e temperatura costante e ottimale. E tutto è controllato, sorvegliato-spiato. E' il "meglio" che si possa desiderare, contrapposto ad un "fuori" di traffico, di pericoli, di delinquenza, di inquinamento.

I protagonisti del romanzo sono tre: un vasaio, sua figlia e il marito, che lavora nel Centro come guardiano; cui si devono aggiungere un'altra donna, segretamente innamorata del vasaio e, ancora una volta in un romanzo di Saramago, un cane molto, molto sensibile. La storia ha inizio il giorno in cui al vasaio viene rifiutata la solita fornitura di piatti e stoviglie che il Centro gli comprava da sempre. L'artigiano si trova così costretto ad inventarsi un altro prodotto e, soprattutto, a confrontarsi con il Centro, a frequentarlo e a cercare di scoprirne il terribile, spaventoso segreto racchiuso nelle sue profonde viscere.

Nota di recensione: Sarà che troppo spesso m'entusiasmo di quel che leggo (e quando non me ne entusiasmo m'infoio a distruggere), ma questo libro, se lo intendiamo come opera letteraria, dico come prodotto della mano e della mente, io l'ho trovato bello e significativo quanto pochi. Innanzitutto per la capacità che ha l'autore di cogliere e rendere efficacemente l'umano e il canino sentire. Poi per lo stile, piano e descrittivo. Nonché originale nei suoi lunghissimi periodi che una quasi totale mancanza di punteggiatura, e quella totale del virgolettato e degli "a capo", rendono quasi infiniti, anche se mai la logica ordinativa e la disciplina del racconto ne risentono. Il così detto "messaggio", giacché ora si pretende che con la letteratura debba educarsi il popolo, tra i motivi di compiacimento io lo pongo a terzo posto. Perché questo del messaggio, che con ogni probabilità è il punto di più forte penetrazione del libro, è, secondo me e per un mio molto complesso ragionamento, il suo punto debole. Vedrò di spiegarmi.

Io che nacqui nella prima metà del secolo scorso, mi vedo, al riguardo di come stanno andando le cose del mondo, - ma forse ho già avuto modo di raccontarlo - come uno che abbia una gamba radicata sopra una zolla e l'altra sopra di un'altra, le quali due zolle il fiume del tempo che vi passa in mezzo ogni giorno impercettibilmente ma inesorabilmente divarica, con le conseguenze che potranno derivarne.

Una di queste due zolle è quella delle antiche tradizioni della Sicilia contadina, o - se si vuole - dell'Italietta lieta e frugale di dopo la guerra, dove nacqui e vissi i primi anni della mia vita. Quella Sicilia e quell'Italia nella quale si nasceva e si moriva in casa, le case erano piene di bambini e di animali, il pane lo facevano le nostre mamme, ai bambini si passavano gli indumenti dei più grandi, e i grandi i loro se li si rivoltavano e se li adattavano, e il clima, il clima, lo si indovinava fiutando il vento.

L'altra mia gamba invece è cementificata in un modernismo votato ad una globalizzazione made in USA che ci ha reso tutti uguali, gli eschimesi come i nigeriani, i birmani come i brasiliani, dentro la quale tutti moriremo nello stesso modo.

Per cui gioca in casa José Saramago, sottile e smaliziato narratore, nel confezionarci questa tragedia idilliaca, idilliaca e ingannatrice.

Questa tragicommedia dove ad uno povero ed onesto vasaio che confezionava brocche capaci di tenere l'acqua fredda anche d'estate, alla sua saggia figlia che amorevolmente lo rispetta, ad una vedova costumata e piene di ritegno è contrapposta una negativissima Società della Plastica e dei Consumi mi persuade ma non mi convince. E meno ancora mi convince il finale che Saramago ha dato alla storia, in quanto onirico e perciò non plausibile. Detto lieto fine viene inopinatamente a sollevarci dopo che per tutto il tempo abbiamo temuto che i nostri eroi impazzissero per la disperazione. Questa splendidamente ordita trama manichea secondo me è troppo bella per riuscire credibile.

Mi richiama alla mente il famoso film dei primi anni sessanta "Indovina chi viene a cena…?", che al suo apparire molto scalpore suscitò in America. Per chi non lo conosca o non lo ricordi dirò che si tratta di quel film dove ad una vivace pulzellina di una delle più esclusive famiglie bostoniane salta in mente il ticchio di fidanzarsi con un negro.

Guardando il film beceramente tutti si fa il tifo per l'inedita coppietta sperando con tutto il cuore che il padre della ragazza, un vecchio avvocato pieno di pregiudizi (Spencer Tracy), alla fine si convinca e consenta alla innaturale congiunzione. La storia finisce che il vecchio non solo s'arrende ma commosso mette anche mano al pingue portafoglio. Rimarchevole, anzi lodevole. Però sicuramente un buon aiuto glie lo diede il fatto che il futuro genero (nel film un atletico Sidney Poitiers appena trentenne) era bellissimo, educatissimo, coltissimo, si fregiava di due o tre lauree e lavorava in uno dei più affermati e prestigiosi studi legali di New York. E nero lo era modicamente.

Si trattava di una operazione commerciale smaccata e bugiarda: negri così non ne sono mai venuti al mondo e mai ne verranno.

Parimenti qui, nel libro dico, tutti - e per primo io che in certi passi mi sono commosso quasi fino alle lacrime - palpitiamo per l'orgoglioso vecchio, per la sua generosissima figlia, per il suo virtuosissimo marito e anche per il cane Trovato, ché cani così non se ne esistono al mondo tanto è intelligente e bene educato. Né mai ci siamo dimenticati di augurarci, leggendo, che in quella altalena di speranze e di delusioni, in quel confronto (impari) tra poveri umili e ricchi arroganti, almeno l'inconfessato amore tra il vecchio e timido don Cipriano e l'ardente quanto discreta vicina, alla fine - la storia finisse pure come voleva finire! - trionfasse.

Io sono un ultralancinato "laudator temporis acti", ma intendo confessare che non sono del tutto persuaso che la sorte che i grandi cuochi e i mestatori del pianeta Terra stanno preparandoci sia - al di là delle loro stesse intenzioni - la sorte peggiore che poteva capitarci.

Quel che Saramago ci racconta a proposito del gran Centro è assolutamente vero, vero dalla prima all'ultima parola. Nessuno può negarlo e nessuno lo nega. Stanno addormentandoci, stanno facendo di noi quel che vogliono: riescono a farci pensare, desiderare, scegliere e rifiutare di scegliere esattamente le cose che vogliono che pensiamo, desideriamo, scegliamo e rifiutiamo di scegliere. Ci fanno andare nei luoghi che vogliono loro per starci il tempo che loro vogliono. Con una mano ci danno gli stessi soldi che con l'altra ci levano. Il Verbo del nostro tempo è la televisione e gli spot pubblicitari sono le stelle che illuminano questo cielo. Chi ancora, tra alcune migliaia d'anni, studierà la storia del pianeta terra certamente dividerà l'evolversi della civiltà umana in due parti nette: quella prima dell'avvento della televisione e quella dopo l'avvento della televisione.

Dal grembo alla bara e dalla culla alla tomba si prenderanno cura di noi, orientandoci a pensare ortodossamente, ad agire correttamente. I renitenti, gli inadatti e gli inaffidabili (in senso creditizio) verranno emarginati e messi in condizione di non nuocere.

"Il segreto dei segreti non esiste, ma noi lo conosciamo! - confida a Cipriano Alves uno dei capi dell'Ufficio Vendite - Questo segreto consiste nel far desiderare alle persone esattamente le cose che NOI vogliono che desiderino".

Mi viene in mente un famoso film degli anni settanta, un capolavoro uscito dalla testa di quel geniale artigiano della cinepresa che è stato Don Siegel, "L'invasione degli ultracorpi". In una piccola città della provincia americana (e contemporaneamente in tutte le altre) avviene che degli alieni mano a mano privano gli uomini e le donne delle capacità non razionali, cioè di quelle sentimentali e istintive. Un intrepido medico cerca in tutti i modi di fermare il diffondersi di questo fenomeno che in tutti coloro che ne sono presi allorquando si risvegliano dal sonno inibitore (è proprio nel dormire che avviene la mutazione) suscita la più normale delle reazioni: il sollievo di essere rinsaviti. Rinsaviti nel senso che non sentono più né odio e né amore, né piacere e né disgusto, non la fretta e neanche la fatica.

E non era questo - questo ora lo dico io - l'ideale classico dello stoicismo e della atarassia?

Mi viene anche in mente che qualche anno fa la catena degli Ipercoop commissionò a Woody Allen - dico a Woody Allen non ad un guitto qualsiasi - uno spot pubblicitario. E cosa escogitò quel genio? Escogitò - non so se qualcuno se ne ricorda - che c'era un omino che entrato in uno di quei Centri non voleva più uscirne, trovandovisi protetto e a suo agio come nel grembo materno. Lì dentro crebbe, si sposò, ebbe dei figli che a sua volta crebbe, e tutti vissero sempre felici e contenti.

A Biella la Esselunga ha fatto chiudere quasi tutti i negozi che s'aprivano nel raggio d'un chilometro e mezzo, compresa la Standa del cavalier Berlusconi. Quando mi trovo a Biella se posso ci vado tutti i giorni, e mi piace un mondo andarci. I parcheggi sotterranei sono comodi e sicuri, e da essi con i tapis roulants si ascende ai piani superiori. Approdato in essi subito mi indirizzo a dare un'occhiata ai quotidiani e poi, novella Alice, mi sperdo nel suo sterminato labirinto. Dove in un'aria purificata e a temperatura costante e ottimale, c'è tutto quel che può servire o che si può desiderare, o che può incuriosirci. Tutto ci viene offerto con le stesse lusinghe con le quali nel paradiso terrestre il demonio sotto la forma di serpente offrì ad Eva la prima mela, basta allungare il braccio e deporre nel carrello. Dinanzi ai miei occhi turbinano promozioni e sconti d'ogni genere, clamorosissimi richiami e le più rimarchevoli comodità, balocchi e attrattive atti a corrompere ogni innocenza, e, in fine o soprattutto, tutte le specialità gastronomiche che un povero disgraziato come me perennemente avido di leccornie e di golosaggini può desiderare. Insomma tutto il ben di Dio che i maghi del marketing possono escogitare perché noi giocondamente ci si spogli di ogni autodifesa e, a poco a poco ma non con troppo comodo, di tutto il nostro denaro, di quello che possiamo spendere e di quello che non possiamo, il tutto in un'aria di festa perenne e tra i più maliziosi ammiccamenti e le più smaliziate lusinghe.

Suggestionato come l'omino di Woody Allen io vengo a dirvi (non inorridite, vi prego): Se non ci fosse la Esselunga quanto dovrei penare tutte le volte per trovare un parcheggio? Se non ci fosse la Esselunga dove mai potrei guardarmi in pace, tutti i giorni, le prime pagine dei quotidiani e le copertine delle riviste? Se non ci fosse la Esselunga quanti negozi e negozietti dovrei girarmi ogni volta per trovare e comprare le cose che devo necessariamente comprare? E dove potrei andare se devo fare la pipi', o per svagarmi un poco, oppure per sedermi se mi sento stanco?

Però io lì compro solo quel poco che realmente mi serve. A quel mondo di stelle filanti e di offerte speciali, io resisto obliquo e tetragono, essendomi fatto stoico e atarattico più e meglio di quanto loro potevano augurarsi.

Questa è la mia posizione personale: abbiamo perduto l'innocenza e la libertà ma abbiamo trovato chi si prende cura di noi. E siccome il loro interesse (almeno fino a quando avremo la forza di muoverci e carte di credito da usare) coincide col nostro, io mi fido. Tuttavia al lettore che voglia accingersi a leggerlo, io gli garantisco che si tratta d'un libro stupendo, voglia giudicarla la storia una tragedia, una tragicommedia o una commedia. Perché il lusitano Samarago per il modo che ha nel rendere la psicologia e i sentimenti umani (i buoni quanto i cattivi) m'ha richiamato alla mente il verso dell'albionico Shakespeare (e, sinceramente, è questa quella che a me pare essere la più straniante delle globalizzazioni).

Raccomando i seguenti "passaggi":

- L'approccio mentale all'amplesso e il lungo percorso psicologico per il quale i due sposi ci arrivano (pagg. 105/106);

- Il compassionevole mito della creazione dell'uomo (non ne ricordo la o le pagine);

- L'incontro di Cipriano Algor con Isaùra Estudiosa (pag. 204);

- I pesci del Centro (pag. 219/220);

- Il colloquio di Cipriano Algor con il vice capo dell'ufficio Acquisti sulle logiche commerciali del Centro (da pag. 225);

- Quando "essendo andato un giorno all'ufficio acquisti del Centro a fare la più semplice delle domande Cipriano Alves ne era tornato con la più complessa e oscura delle risposte" (non ne ricordo la o le pagine);

- "Il segreto dei segreti non esiste. Ma noi lo conosciamo!". Questo segreto consiste nel far comprare alla gente proprio quel che noi vogliamo che comprino (non ne ricordo la o le pagine);

- Il parlar preciso e quasi meccanico del capo ufficio acquisti.

15 luglio 2002