LA CASA DEGLI SPIRITI, di Isabel Allende (1982), editore Feltrinelli.
Note di copertina: Una saga familiare del nostro secolo in cui si rispecchiano la storia e il destino di tutto un popolo. Un grande affresco che per fascino ed emozione può ricordare al lettore, nell’ambito della narrativa sudamericana, soltanto Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez.
Recensioni spicciole (assunte per lo più da fonti di piccolo respiro):
"...un’affascinante architettura di fantasia e realtà..." La Repubblica
"Un’opera che segna l’esordio di una scrittrice con tutte le carte in regola per oscurare la fama di romanzieri più celebrati." Il Giornale
"Un vero e proprio caso letterario." L’Avanti!
"Un libro che si inserisce a buon diritto nella tradizione del grande romanzo latinoamericano." Amica
"E’ molto più di un bestseller, è una sorta di Buddenbrook latinoamericano." L’Ora
"Una grossa sorpresa, un talento davvero originale, anzi straordinario..." La Nuova Sardegna
"Le ragioni di questo strepitoso successo vanno semplicemente ricercate nella storia narrata e sopratutto nel modo in cui è narrata..." La Gazzetta di Parma
Nota di recensione: La lettura di questo libro m’ha provocato quell’ineffabile godimento sensuale che la migliore letteratura latino-americana nel lettore viziato propriamente suscita. Ottimo di pasta e di sugo, ne gustavo vivamente sostanza e condimento quando la confezione cinematografica inopinatamente assaggiata quasi mi confuse palato e idee, come accadrebbe a chi da un qualche mister mc-donald pretendesse di farsi servire dei bucatini all’amatriciana. Non che la trasposizione del contenuto del libro nella pellicola fosse stata malfatta: tuttaltro! Si tratta del solito buon prodotto made in Hollywood, ove la dovizia di mezzi e la buona professionalità degli americani ha dato il suo meglio. E anche gli interpreti, scelti fra quelli di maggiore nome, hanno retto magnificamente la parte (anche se personalmente non ho trovato del tutto adeguata, nella parte di Chiara, la figura della pur brava Meryl Streep; perfetto invece l’Esteban Trueba datoci da Jeremy Irons). Perché - sempre per restare nella gastronomia - essa, la trasposizione cinematografica, per bene che sia fatta, in genere sta al buon libro come le uova di lompo stanno al caviale.
Il cinema, disponendo d’un linguaggio che è del tutto differente da quello di cui può giovarsi la letteratura, può privilegiare l’estetica (pictures, dicono gli americani: una donna bella in carne ed ossa, vista cogli occhi, è sempre più bella d’una bella donna lasciata immaginare) e le rappresentazioni dinamiche (movie, dicono ancora loro), conseguentemente discapitando, per ovvie ragioni, l’introspezione, sia mentale che sentimentale, i percorsi psicologici e il reticolo dei concetti che generano e sostengono i fatti.
Questo libro è tutto intessuto di percorsi psicologici; la narrazione somiglia ad un incantevole ricamo fiabesco dove fatti reali e surreali stupendamente s’intersecano. La scrittrice è una meravigliosa merlettaia che al posto del fuso ha usato la penna. E le stesse immagini dinamiche prettamente descrittive (quei movies dei quali si diceva) ha saputo renderle, trovando parole ed espressioni di straordinario vigore evocativo, assai meglio di quanto il cinema - che in queste cose dovrebbe essere ed è insuperabile - sia stato capace di fare
Parliamo per esempio del terremoto. Per descrivere un terremoto il cinema in genere fà cadere tutte le case e tutti i palazzi, fà aprire mille e più di mille voragini, riunisce nugoli di comparse e le fà correre all’impazzata di quà e di là. Nel libro del quale stiamo trattando, invece, l’autrice per dare forza evocativa al suo terremoto ricorre ad un’iperbole di tremendissima suggestione che, a mio parere, fa impressione più che un chilometro di pellicola. Scrive: "...anche il mare si era ritirato per varie miglia ed era tornato in un’unica gigantesca onda che aveva scagliato le navi sulle colline, molto lontane dalla costa ...", la qual cosa negli occhi della mente evoca una terribile gigantesca mano che afferra i piroscafi come se fossero dei fuscelli e li scaraventa con forza.
Coincidentalmente, quasi nel mentre che scriviamo, ci capita di leggere su un periodico di cultura varia, un saggio dal titolo "Un libro o un film, cosa è meglio?". Le opinioni dell’esperto non sempre coincidono con le mie, ma al proposito de "La casa degli spiriti", di cui pure tratta, egli scrive: "Un grande cast, un impegno grandissimo, fedeltà al copione non bastano per rendere vedibile, godibile, credibile, la grande letteratura sudamericana, i suoi miti, la sua magia. Per questo non è paragonabile il film al romanzo saga di Isabel Allende".
Incidentalmente ancora soffermandomi sul saggio, desidero aggiungere che, a mio parere e a prescindere dalla loro maggiore o minore godibilità, solo due film, che io abbia visto e dei quali abbia anche letto il libro di derivazione, sono risultati superiori al libro.
Essi - a mio vedere - sono Il Padrino (parte prima) di Francis Ford Coppola e Il giorno dello sciacallo di Fred Zinneman. Ma è da ritenere, per ambedue i casi, che sia stato il particolare genere trattato (scene di movimento, di azione) a consentire l’eccezione.
Tornando al libro di Isabel Allende è da dire che in esso non ci sono solo tragedia e dolore. C’è di tutto. Il racconto, di vicende e umanità varia, è costantemente sostenuto da un èsprit di sorniona complicità, da cui sortisce un contrappunto di riferimenti che danno alla narrazione leggerezza e simpatia. La narratrice usa - m’è parso di vedere - il tempo del valzer, che, come si sa, consta di tre movimenti: due a battere e uno a levare. Nel senso che ella sapientemente usa chiuder le frasi elevandone il tono, cioé coll’ultimo aggettivo, coll’ultimo concetto, con un’arguta pennellata a fine periodo, alleggerendole.
Al riguardo potranno bastare due brevi esempi: ...(Chiara e le sorelle Mora) "dal loro primo contatto telepatico avevano immediatamente compreso di essere sorelle astrali ...divennero amiche intime e a partire da quel giorno fecero in modo di riunirsi tutti i venerdi per evocare gli spiriti, scambiarsi cabale e ricette di cucina". Quel "ricette di cucina" da solo e senza darlo a vedere toglie seriosità all’intero assunto, ridimensionando senza rimedio le velleità astrologiche delle protagoniste. Oppure quando, parlando della neve, ella scrive che essa, quell’unica volta che cadde sulla capitale "fece morire di freddo i poveri nelle borgate e i roseti nel giardino dei ricchi". Ove l’accostamento quasi irriguardoso, da parere quasi cinico, tra la sorte della povera gente e quella di quei preziosi ornamentarii dà efficacemente il segno, piuttosto, dell’indifferenza dei capitalisti per la sorte dei miserabili.
Comunque, il libro è molto bello, e, personalmente, mai avevo letto, se scritta da una donna, prosa più significativa, efficace, avvincente e moralmente, o eticamente, più valevole di questa.
La storia si svolge in Cile e parte negli anni Venti, quando il tenace minatore Esteban, arricchitosi per merito e con fatica, comprò una grande fattoria, e sposò Clara, una donna di grande sensibiltà e un po’ svanita, fornita di poteri soprannaturali (preveggenza, telecinesi). Fatto senatore dal partito conservatore, Esteban attraversa i decenni come un desposta, sparando sui contadini ribelli, rifiutandosi di riconoscere un figlio bastardo e cacciando di casa la sorella, ma la nemesi lo punisce dandogli una figlia che ne contesta i modi e le idee reazionarie al punto da amare un sovversivo, e di fare con lui una bambina. Venuto il golpe del ‘73, il vecchio si scopre tradito anche dai suoi amici militari. E dunque, con l’amaro in bocca, non gli resta che battersi il petto ed attendere che il fantasma della moglie raccolga la sua anima redenta...
La trama, se anche l’avessi riassunta con più cura, non rende giustizia al racconto né può surrogare la grande bellezza del testo, e le sue mille finezze.
Il libro è senz’altro da lèggere, e anche se l’autrice - che non solo per coincidenza di nome è congiunta al Salvador Allende del quale in esso a lungo si parla - è di sinistra, è da riconoscerle il merito d’aver dato al padronale e capitalista e reazionario e anticomunista Trueba connotati di alta credibilità, se non di simpatia.
21 dic. 1996