"La crisi della ragione moderna in Giacomo Leopardi", di L. Marcon (1996); pagg. 229, prezzo non indicato.

Nota di copertina: Nel lavoro che affronta in prima battuta i rapporti tra il pensiero del giovanissimo Leopardi, le letture filosofiche e i percorsi biografici, l’autrice coltiva non tanto la preoccupazione strettamente filologica e filosofica, quanto piuttosto l’intuizione e l’attenzione ai passaggi e ai segreti collegamenti tra contenuti e personaggi del Dialogo filosofico sopra un moderno libro (1812).

Parte non trascurabile dell’opera è riservata, d’altra parte, all’analisi delle complesse e non sempre chiarite interferenze tra Leopardi e i filosofi moderni, Kant e la scuola tedesca in particolare, con sottolineature di significativo spessore per i pensatori di maggiore affinità con il Recanatese, Rousseau e Pascal. L’interrogativo di fondo: "Leopardi ateo e materialista o religioso?" viene affrontato espressamente nell’ultimo capitolo, in termini che invitano ad un ripensamento delle posizioni leopardiane sullo specifico. Anche in questo caso, l’autrice fa tesoro di una indicazione di "metodo" dello stesso Leopardi: "Oltreché a chi manca il colpo d’occhio non può veder molti né grandi rapporti, e chi non vede molti e grandi rapporti, erra per necessità spesso bene […]. L’esattezza è buona per le parti, ma non per il tutto".

 

Note di recensione uscite sul Forum dei Leopardiani:

 

Vi scrivo perché ho tra le mani, ho iniziato a leggere, sul Leopardi, un volumetto che vale tanto oro quanto pesa. E’ di una certa Loretta Marcon, padovana se non ricordo male, e si intitola "La crisi della ragione moderna in Giacomo Leopardi".

Desidero riportarvene l’Introduzione, a beneficio di coloro che non abbiano avuto la fortuna di conoscerlo e nemmeno quella, capitata a me, di avere un amico che lo custodisse tra i suoi scrigni e glie lo imprestasse.

Mi ha molto colpito, l’Introduzione. Ciò che l’autrice ha saputo profondervi e magistralmente confondervi: l’eleganza dello stile con il calore della passione, l’entusiasmo di chi vede, con lo smarrimento di chi solo intravede o intuisce (dico la misurabile e nello stesso tempo immisurabile grandezza del Leopardi). Così che mi viene d’apparentare l’Introduzione che la dott.ssa Marcon ha scritto a corredo di questo suo saggio all’ultima grande sinfonia di Mozart, dico alla Jupiter, lavoro d’un genio che da lì a poco sarebbe morto trentaseienne. Opera ponte tra due epoche diverse e contrarie, in un punto dove il "classico" cominciava a tingersi di romantico e il romantico era ancora ammantato di classicismo, cioè di quell’eleganza e di quel decoro formale che da lì in poi faranno difetto a tutti. Tale è Mozart, e tale è il Leopardi, di lui coetaneo e all'incirca contemporaneo. Tale è lo scrivere della dott.ssa Marcon, la quale – mi sia consentito dirlo - quasi come un camaleonte trattando di quella grandezza, di quella stessa grandezza si colora.

[Incontrare Leopardi è quanto di più affascinante e sconvolgente possa capitare ad uno studioso.

II poeta dell'Infinito e il filosofo delle Operette, infatti, tuttora rimane, a nostro parere, un mistero pressoché intatto nonostante l'immensa bibliografia che lo riguarda.

E' un'ardua impresa quella di cimentarsi in un lavoro su Giacomo Leopardi, per la vastità di temi che il pensiero leopardiano abbraccia e per la quasi impossibilità di isolare qualsivoglia argomento dagli altri, ai quali esso è naturalmente concatenato.

Tenendo conto di questa difficoltà, abbiamo cercato di seguire l'evoluzione delle sue riflessioni, puntando l'attenzione su quei particolari aspetti che ci sono sembrati più rilevanti ai fini del nostro lavoro. Pur coscienti di averne trascurati altri, ugualmente importanti, data l'esigenza di limitare il campo vastissimo, abbiamo adottato un criterio di titolazione che non vuol assolutamente essere il frazionamento del pensiero leopardiano, che lo stesso Poeta avrebbe aborrito, ma solo renderne più agevole l'esposizione e la lettura.

Memori anche di quanto egli affermava, crediamo non si debba limitare la riflessione leopardiana entro schemi e confini "matematici", perché "l'esattezza è buona per le parti, ma noti per il tutto", ma cercare invece di comprenderla con un "colpo d'occhio", con quell'occhiata onnipotente che permette di catturare tutta la sua profondità e la sua ricchezza. Compito questo, non facile, ma indispensabile, ci sembra, per tentare di conoscere, quindi di amare, una personalità profonda e delicata come quella leopardiana.

Questo contro la tendenza e l'abitudine consolidata a parlare di un Leopardi illuminista, progressivo, materialista, ateo, stoico ecc..

Siamo infatti convinti che l'essere umano sia un unicum irripetibile e l'amalgama di stimoli, suggestioni, elaborazioni intellettuali e soprattutto sentimenti, altrettanto esclusivo ed originale; e questo tanto più nel caso del nostro poeta-filosofo.

Poeta del dolore, filosofo asistematico, pessimista, frustrato, depresso e altro ancora.... Leopardi non è questo, è molto più di questo ed è altro da questo.

E' il poeta dcll' immensità in cui è dolce il naufragare, il filosofo che unisce in sé poesia e filosofia, che ricrea col sentimento ciò che ha distrutto con la ragione. E' il Passero solitario incapace di godere la sua età ma che lascia le sudate carte per ascoltare il canto di Silvia. Leopardi nel giardino "malato", assetato d'amore, di "fuoco"; Leopardi che teme lo scherno e cammina rasente i muri che affiancano le strade del borgo natio; Leopardi che satireggia contro il secolo superbo e sciocco; Leopardi che nessuna donna amò ma che tutti gli animi sensibili sentono vicino alle proprie sofferenze; Leopardi intimo, fanciullo adulto, sofferente filosofo, Tristano dolente e amaro.

Leopardi, sulla cui opera tantissimi hanno scritto, forse pochissimi hanno capito, ma infiniti hanno sospirato.

Leopardi che voleva essere piuttosto infelice che piccolo e che dal fato è stato accontentato.].

14/4

 

Invio al Forum il commentino che, avendo voluto rappresentarVi, lo scorso 14 aprile, le prime impressioni di lettura, vi promisi che vi avrei fatto avere. Il gran tempo che è passato dalla data di inizio della lettura ad ora discende da fatti estranei al vivo interesse che ho provato leggendolo. Gli è che sono stato un mese a Biella, dove tra non molto dovrò ritornare per trattenermici ancora di più. Ho trovato nell'ambito del Forum, nella scorsa che riaprendo il computer subito gli ho dato, un dibattito che sembra il coro della "Nona". Loretta e il mio amico Giuseppe per il tono e la bellezza del canto mi sono sembrati, nei loro innumerevoli interventi così come nei loro puntuali ed elegantissimi contrappunti, Tiri Te Kanawa e Dietrich Fischer-Dieskau.

Commento: Mi trovo nella imbarazzante situazione di dover dire bene d'un libro che non ho capito. Non me lo impongono né la convenienza e né il riguardo, me lo impone il fatto che ciò che ho letto, che l'autrice ha scritto con tanto trasporto e tanta partecipazione, piuttosto che comprenderlo, giusta come il Montani diceva di sé nel riguardo delle Operette morali, io l'ho "inteso". ("Io posso piuttosto sentire che esprimere ciò che esso [il libro] racchiude di caratteristico e di straordinario") .

Ma la lettura del libro - che l'autrice verecondamente definisce [essere] una ricerca, anziché gridare che di atto d'amore si tratta – mi è riuscita tutt'altro che ostica; esso è scritto come ancora oggi sarebbe bene che si scrivesse, come piacerebbe ad Aristotele che i libri venissero scritti, con una introduzione, lo sviluppo, la sintesi e, avanti di finire, le considerazioni personali.

La magistrale "ricerca" della dott.ssa Marcon s'avvia che con dovizia di riferimenti ci dà conto dei primi passi di Giacomo, com'ella amorevolmente spesso lo chiama, nello sterminato itinere della cultura, anzi dell'erudizione, ed è singolare che da quei tetri e terribili 12 mila volumi della biblioteca paterna, sia potuto sortirne qualche ne sortì, circostanza che non poteva sfuggire ad una mente raffinata come il Sapegno che al riguardo (cfr. pag. 44) ha scritto: "Questo letterato e erudito di singolare precocità vive, a guardar bene, in un ambiente di cultura fossile, fuori dalla vita e dalla storia, lontano dalle correnti fondamentali del progresso filosofico e civile dell'Europa continentale. La sua letteratura è frivola e stantia, la sua dottrina enorme e inutile, la sua religiosità stessa priva di calore e di inquietudine. Questa condizione di isolamento iniziale non rende conto dell'improvvisa svolta, anzi del radicale capovolgimento di interessi, di gusti, di sentimenti che si verrà attuando dal 1816 in poi […]. Alle radici di questa conversione è un allargamento di orizzonti, che si spiega soltanto con l'approfondimento e la presa di coscienza di una dolorosa esperienza esistenziale e si determina attraverso il contatto e l'attrito con alcuni testi fondamentali della nuova cultura romantica europea."

Nel capitolo successivo il libro tratta delle figure dei precettori e dei primi contatti del giovane filologo col sapere, dei rapporti coi familiari e di quelli, anche letterari, col padre, dello "studio matto e disperatissimo", dei vagheggiamenti e delle prime delusioni, dei problemi alla vista, delle dissertazioni intorno ai filosofi del passato e, in fine, più espressamente, del Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato "Analisi delle idee ad uso della gioventù" dove, confutando il saggio d'un erudito recanatese, tale Tommaso Gigli, il Leopardi si cimenta in delle elaborazioni critiche "tenui" dice lui, ma acute, puntigliose, e niente affatto peregrine in un ragazzo di 14 anni.

Il terzo capitolo, che della benemerita "ricerca" della dott.ssa Marcon costituisce la parte centrale, analiticamente ci illustra i punti d'incontro o di critica, o comunque di conoscenza, che l'ancora giovane Leopardi ebbe con i maggiori filosofi del XVII e del XVIII secolo. Il gran mare ove l'autrice pesca è lo Zibaldone, dentro il quale mostra di sapersi muovere con l'eleganza e la sicurezza d'una sirena.

Ma non voglio dilungarmi a lodarne la dimestichezza; dico soltanto, a proposito di questi "contatti", che vengono posti in particolare risalto le analogie con Pascal e col Rousseau, sopra tutto nel punto nodale del rapporto tra l'uomo e la Natura. C'era tutto lo spazio, dentro alle 4525 pagine dello Zibaldone (piuttosto che nelle 44 del giovanile Dialogo), e anche il tempo, perché il Leopardi mano a mano cercasse di sviluppare un suo personale "sistema" speculativo (secondo il mio parere il Leopardi almeno nei primi due terzi della sua esistenza si suppose [essere] più filosofo, o comunque letterato, che poeta; fortuna che il tempo poi mette a posto le cose!). I temi principali di questa elaborazione sono "La felicità e la ragione"; "Il progresso e la perfettibilità"; "Il materialismo", et in finis, "Le forme della spiritualità leopardiana" dove la prof.ssa Marcon candidamente cerca di persuaderci che Giacomo no, non fu un ateo, ché uno della sua spiritualità (e intelligenza) non poteva non essere un po' cristiano, se non, magari inconsapevolmente, il più cristiano di tutti (che è, mi pare, la stessa tesi che sostiene don Verzé). "Possiamo ancora parlare di ateismo leopardiano?" stanca ma felice, ontologicamente anzi quasi misticamente, a pagina 204 l'autrice conclude.

Soavissima signora! Il suo adorabile ardore mi muove a un amorevolissimo sorriso, ché la sua apodittica conclusione mi pare proprio la pretesa che hanno le mamme a far sì che il loro figliolo che è il più bello fra tutti sia anche il più bello di tutti. Non se ne adonti, non se ne adonti neanche don Verzé, autorevolissimo priore. Noi siamo cinici e smagati e non abbiamo purtroppo negli occhi quella luce che viene dal cielo e trasfigura le cose. Per un momento solo ho voluto amorevolmente sorridere (non irridere, non deridere) del suo angelico ed evangelico furore (il mio fingere di rivolgermi a chi non c'è e non conosco è sempre uno dei più abusati espedienti della retorica).

In realtà, fattomi prudente l'ignoranza, io non esprimo giudizi. Non avendo (ancora) iniziato a scalare lo Zibaldone, "fonte primaria di apprendimento", inizio e fine dello scibile leopardiano, sublime sindone della sua gracile grandezza, è il minimo che possa fare.

E questa matassa dipanando, e questi fili tirando, l'autrice tesse, cuce e confeziona una sorta di meraviglioso manto tempestato di gemme e lapislazzuli che sì come una nuova Veronica amorevolmente pone sulle amate povere spalle del suo Giacomo, "mistero intatto e inesauribile!", accomodandoglielo con un "Ci sembra anzi di comprenderlo e di amarlo…" che ho trovato d'un candore terrificantemente sublimale.

E ora sulla prosa soffice e limpida della dott.ssa Marcon la mente e il cuore di quel grande riposano come si riposa in un letto di petali di rose. È un peccato – mi sia consentito dirlo – che la dott.ssa Marcon, leopardiana insigne, non frequenti questo sito di devoti leopardiani o apprendisti tali. O se lo frequenta non si sveli…

30/5/2004