L' ombra del vento, di Ruiz Zafon Carlos (2001). Pagg. 438. €. 12,00 Editore Mondadori (collana Oscar bestsellers).
 
Nota di copertina:
La storia editoriale del romanzo L'ombra del vento, dello scrittore barcellonese Carlos Ruiz Zafón – fino a oggi autore di libri per ragazzi e sceneggiatore a Hollywood poco noto ai più – è la prova che il potere del passaparola dei lettori è superiore a qualsiasi risonante campagna promozionale. Infatti, sebbene scarsamente pubblicizzato, il romanzo ha raggiunto i vertici delle classifiche dei libri più venduti in numerosi paesi e in alcuni casi, come è accaduto in Spagna, vi è rimasto per più di un anno. Molteplici le ragioni di un tale successo. Fra queste spicca una sapiente miscela di ingredienti atti a conquistare un pubblico ampio e variegato. Nelle sue quattrocentotrentotto pagine, attraverso una fitta rete di storie dentro le storie, L'ombra del vento intreccia diversi generi narrativi ad alto gradimento popolare: romanzo poliziesco e romanzo sentimentale, romanzo storico e romanzo gotico, tragedia e commedia.
L'asse centrale dell'opera è costituito da un mistero letterario ambientato nella Barcellona della prima metà del Novecento, la Barcellona che conosce i fasti del Modernismo e le gramaglie della guerra civile e della dittatura franchista. Tutto ha inizio quando Daniel Sempere, il protagonista e la principale voce narrativa del romanzo, si sveglia all'alba del suo undicesimo compleanno angosciato perché non riesce a ricordare il volto della madre morta anni addietro. Per distrarlo il padre, un libraio antiquario, lo porta in uno splendido luogo di borgesiana memoria, il Cimitero dei libri dimenticati, una labirintica e "gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili" nella quale i bibliofili della città raccolgono le opere altrimenti destinate a perdersi nell'oblio. Lì, secondo tradizione, il padre invita Daniel ad adottare uno dei libri e a promettere di averne cura per tutta la vita.
La scelta di Daniel ricade su un volume intitolato proprio L'ombra del vento di un autore sconosciuto, Julián Carax. Il romanzo entusiasma Daniel e lo spinge a cercare altri libri dello scrittore. Scopre così che quella in suo possesso potrebbe essere l'unica copia sopravvissuta di tutte le opere di Carax perché da anni un uomo sfigurato dal fuoco che si presenta col nome di Laín Coubert, il personaggio del demonio nel romanzo di Julián, brucia sistematicamente i libri dello scrittore. Intrigato dal mistero che aleggia intorno all'autore, Daniel inizia un'indagine destinata a protrarsi dieci anni durante i quali ricompone i frammenti di un'esistenza segnata da un'infanzia infelice, intricate vicende familiari, amori fatali, violenza e omicidi. Come ogni investigatore che si rispetti, Daniel ha un aiutante: Fermín Romero de Torres, un vagabondo coltissimo che afferma di essere stato un agente repubblicano e che il ragazzo riscatta da una vita di strada e di alcol assoldandolo come cercalibri per la bottega del padre. Fermín, che con la sua loquela aulica e altisonante, il suo appetito pantagruelico, la sua cultura e il suo acume sembra riunire in sé Sancho Panza e don Chisciotte, è uno dei personaggi più letterari e memorabili del romanzo che proprio nella caratterizzazione accurata dei protagonisti ha uno dei suoi poli di attrazione.
La storia delle ricerche di Daniel si fonde con quella della sua educazione sentimentale, il suo amore non corrisposto per la cieca Clara Barceló e quello per Beatriz, la sorella del suo migliore amico, che sembra ricalcare il tormentato rapporto di Julián con Penelope che è all'origine di tutto il mistero. Ma la storia delle ricerche di Daniel si intreccia anche con la grande storia, con la guerra civile e col franchismo, rappresentato nel testo quasi esclusivamente attraverso la creazione di una Barcellona decadente, fosca e assediata dalla pioggia e, soprattutto, attraverso un sinistro figuro, l'ispettore capo della polizia franchista Francisco Javier Fumero, ossessionato dall'idea di uccidere Julián e di distruggere Fermín.
Opera dalle ambizioni totalizzanti, L'ombra del vento, prima ancora che un romanzo poliziesco, sentimentale, storico o gotico, è una celebrazione della letteratura, una rappresentazione dei legami fra arte e vita; il libro di Carax, infatti, segna il destino del protagonista e gli permette di ritrovare se stesso e quindi il volto perduto della madre. Il romanzo è soprattutto una celebrazione della lettura e della sua capacità di infondere vita alle cose e agli uomini: Daniel, con il suo amore autentico per il libro di Julián, dona nuova vita all'opera e al suo autore che, come si legge nel testo, "viveva nei suoi libri", aveva riposto la propria anima nelle sue storie. Carax-Coubert cessa di distruggere i propri romanzi e di autodistruggersi quando si rende conto che l'ultimo esemplare esistente appartiene un ragazzino che nutre per lui e per la sua opera un interesse puro, estraneo a qualsiasi proposito commerciale. Il successo del romanzo decretato essenzialmente dal passaparola dei lettori sembra rendere omaggio a uno dei motivi del testo.
Per la caratterizzazione convincente dei personaggi, la descrizione vivida dei luoghi e delle scene, per il susseguirsi di storie interpolate e rivelazioni sorprendenti, i primi capitoli avvincono il lettore come di rado accade, suscitando emozioni prossime a quelle che il romanzo omonimo di Carax suscita in Daniel: "Pagina dopo pagina, mi lasciai trascinare in un turbine di emozioni sconosciute, in un mondo misterioso e affascinante popolato da personaggi non meno reali dell'aria che respiravo. Mi abbandonai a quell'incantesimo (…). Non volevo abbandonare la magia di quella storia, né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti".
È un peccato che la magia scemi gradatamente dal quarto capitolo, quando il romanzo inizia a farsi sempre più melodrammatico e le avventure di Daniel sempre più strabilianti. Queste, insieme al crescente gioco di corrispondenze fra la sua vita e quella di Carax, minano la credibilità del racconto. Nel quinto dei nove capitoli che compongono il libro, inoltre, ogni mistero viene spazzato via attraverso un espediente discutibile, una lunghissima e improbabile lettera indirizzata a Daniel dalla donna che ha amato lo scrittore maledetto per tutta la vita e che ritrae un Julián inverosimile, ridotto a un pezzo di carbone che si alimenta solo di odio e volontà di distruzione. Negli ultimi capitoli, insomma, il possibile diventa incredibile e l'happy end finale – che più che all'opera di Victor Hugo, evocato nel testo, sembra rinviare al cinema hollywodiano – non riesce a consolare il lettore.
 
Nota di recensione:
 
E’ un libro che a quasi tutti quelli che lo han letto e hanno ritenuto di scriverne su IBS è piaciuto moltissimo (la media dei voti è di 4,46/5). Io l’ho letto abbastanza speditamente giacché si fa leggere senza eccessiva fatica in qualche misura coinvolgendo, ma da qui a poter dire che mi sia piaciuto ce ne corre.
Un libro può leggersi con piacere ma non piacere o piacere appena; è un po’ come con le donne: uno può trovarsi bene o anche più che bene con qualcuna o più di loro, e cavarne, pur senza apprezzarle eccessivamente, anche un legittimo godimento. 
Si tratta di un racconto contorto e intricato, quasi gotico, dove, com’è costume mentale di tutti quelli di sinistra (e Ruiz Zafon non cela un istante di esserlo), alla fine, immancabilmente, il bene trionfa sul male, tutti i cattivi muoiono, mentre i buoni si sposano tutti tra di loro in un improbabile, palingenetico e hollywoodiano “gaudemus igitur”.
Voglio dire che alla fine tutto risulta stucchevolmente troppo facile e che Zafon che è abile e scaltro narratore, è intriso della faciloneria propria degli sceneggiatori di film americani e della superficialità degli scrittori di libri per bambini (quale in effetti è stato). Voglio dire che ha poco spessore e che non ha maturità di scrittore. E’ bravo a catturare la partecipazione dei lettori suoi compagni d’ideologia, ma nonostante i molti stratagemmi cui ricorre, quali la costante e assai fastidiosa demiurgica presenza di un tizio che gli risolve tutti i problemi (il rumorosissimo e assai invadente d’un inossidabile bohemien di indefinibile età) non lo è altrettanto nell'imbastire una trama solida e credibile.
Sì, perché francamente si fa fatica a credere che chi fino ad allora aveva fatto professione di mutismo possa ad un certo punto come d’incanto mettersi miracolosamente a cantare; come non sono credibili certe morti evitate ogni volta per un nonnulla, compresa quella, ampiamente annunciata, del protagonista. E gli incontri, sempre provvidenziali e risolutivi, e le immancabili coincidenze.... La stessa Morte, con la quale non è lecito che si scherzi né e destra e né a sinistra, alla fine ci fa una scappellata alla Capitan Fracassa e commossa si ritira dietro le quinte.
E' un romanzo ruffiano, di nessuna solidità e di pochissima credibilità.
Dio santo..., anche “Dona Flor è i suoi due mariti” è un romanzo che non sta né in cielo e né in terra..., ma lì tutto appare se non veridico almeno pienamente plausibile se non pienamente desiderabile.
Questo invece è un pastone imbastito di una prosa ricercata e accattivante nel quale tranne la Nuria Monfort, Clara Barcelò la ragazza cieca dalla nascita ma dalle ragguardevole libido, e il vecchio e silenzioso padre del protagonista) impazzano personaggi quasi sempre poco probabili perché troppo perfetti per riuscire credibili, oppure troppo cattivi per apparire veri (ovviamente i cattivi son tutti “franchisti” o ex falangisti.
Ci vuole un po’ di pudore anche nel darsi ragione; è proprio questa mancanza di pudore che rende quelli di sinistra così insopportabili.
 
27/8/07