ITALIANI CON LA VALIGIA, di Beppe Severgnini (1993) Editore Rizzoli.
Nota di recensione: Galletto saccente allevato nell'inesauribile batteria dell'anticomunismo. Che non tramonta mai. E' convinto che la mattina il sole s'alzi per sentir cantare lui. Con la sua faccetta da stronzetto ben riuscito è andato a piantar le bandierine dell' "avevamoragionenoi" su tutti i posti del mondo dove il comunismo è fallito (da Berlino est a Saigon, da Tallin a Canton. Che avesse fatto un salto in America latina il bastardo! Nè vi manca, a mò di condimento, una spruzzatina d'ammirazione filo-sionista). E' un libro di educazione politica camuffato da libro di viaggi. Il titolo, di maniera, e il prologo, di convenienza, (viaggio sui luoghi comuni del malcostume italiano) sono stati aggiunti, per affrescarlo, rinfrescarlo, dargli un sorriso, omologarlo ai correnti tempi.
Hanno un solo scopo le strenue omelie di questo saccente chierichetto del dio Mercato: dimostrare che il comunismo non lo rimpiangono nemmeno i cani. Ci riesce benissimo, devo proprio riconoscerlo; Dio deve avergli certamente appuntito le matite. Nè, osiamo pensare, deve aver'avuto problemi a farlo, lassù. Avrebbe potuto creargliene qualcuno quel Gesù, sempre un pò ambiguo, sempre un pò sinistro, sospetto come certi preti giovani. Un tipo da Leoncavallo, per intenderci, ma in crisi anche lui, in caduta libera, diciamo pure se è vero che nelle hit- parades del gradimento nazionale il dottor Berlusconi lo ha superato e lo sta pure distanziando.
Ho votato PCI per ventanni. Non ho imbarazzi a dichiararlo, così come non ho difficoltà a manifestare di non essere più di sinistra almeno dalla metà dello scorso decennio. Il mio errore nasceva dalla avvertita persuasione che non possa esistere progresso senza ordine; dalla insoffereza verso tutte le forme di avventurismo, di anarchismo e di ipergarantismo. Ero tuttavia del tutto estraneo (ed è stato questo, alla lunga, il motivo lancinante) alle teorie di ugualitarismo sociale e sindacale. Considero il collettivismo economico un tragico errore, e il leninismo una inevitabile necessità quando si vogliono praticare teorie (come il marxismo) così lontane, così estranee, alla natura dell'uomo.
Ma questo bel tomo, che professa, esplica, illustra queste medesime teorie, che non ha scritto nulla che a mio modo di vedere non debba essere condiviso, mi ha irritato. Nella sua prosa non ci sono sfumature, non c'è l'esercizio del dubbio, non c'è il respiro dell'indulgenza.
Non c'è la magnanimità del vincitore.
A parte questo, si tratta d'un volume in vero assai interessante. Sono grato a chi me lo ha regalato: io non l'avrei mai comprato. I libri di viaggi sono rari perché in genere non facili da comporre. Questo yuppie con la sua faccia da stronzetto sa guardare, sa raccontare, sa scrivere.
Il fatto che scrive per "Il Giornale" sotto questo punto di vista può certamente rappresentare una garanzia. Se non sanno scrivere e non sono fervidamente anticomunisti il vecchio Indro non li prende.
4.7.1993