I NIPOTINI DI LOMBROSO, di Giovanni Russo (1993), Sperling & K.

Nota di copertina: Lettera aperta ai settentrionali. Un'atto di accusa contro la "nuova cultura" antimeridionale nell'acuta analisi di un'intellettuale del Sud.

Nota di recensione: L'autore, un intellettuale siciliano che scrive nel milanesissimo Corriere della Sera, definisce nipotini di Lombroso quelli che, riallacciandosi alle teorie di quel famoso criminologo vissuto negli ultimi anni dell'ottocento, sostengono che, razzialmente, i meridionali sono inferiori ai settentrionali, e pertanto giudicano che Garibaldi abbia fatto agli Italiani, un pessimo regalo a legargli alla caviglia questa palla di piombo costituita da un subcontinente che tende, e tenderà sempre, per forza naturale e connotazione biologica, a trascinarli verso il nord Africa, co' simili loro.

Non è vero, grida l'A. E' tutto falso, è tutta una mistificazione. Non siamo peggiori di loro, è solo che siamo diversi. Siamo rassegnati, fatalisti, manchiamo di senso civico, non abbiamo interesse per il bene pubblico. Siamo nati perdenti perché parliamo troppo, concludiamo troppo poco e nella delusione finiamo sempre per ripiegare su noi stessi.

Ed è così che siamo andati a far ricchi gli altri, i padroni; mettendo a loro disposizione (per poco prezzo) la forza delle nostre menti e, chi non aveva altro, quella delle braccia, impoverendo così, ancor di più, le nostre terre che, abbandonate e trascurate, sono divenute ricettacolo di microdelinquenza e territorio di conquista di una classe politica che ne ha cinicamente approfittato per elargire alle proprie smodate brame ricchezze ingenti che hanno prodotto mostruosità d'ogni genere, delitti d'ogni tipo, orrore e desolazione, morte e distruzione.

La cosidetta questione meridionale, per come è stata ideata e gestita, e per quello che ha prodotto, è la vera vergogna dell'Italia, di tutta l'Italia. La Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano e i ceti imprenditoriali del nord (in primis i grandi gruppi) vi si sono arricchiti senza alcun pudore, e il Partito Comunista nella sua solita miopia culturale e politica ha lasciato fare nella illusione che quell'indegno sperpero di pubblico danaro sarebbe servito a formargli (non può dirsi gratuitamente, ma con suo poco sforzo), con l'avviamento di una industrializzazione (senza sviluppo), quella (mitica) classe operaia che doveva (poi) mandarlo al governo.

E' stata l'Italia della politica e del malaffare, cioè l'Italia del centrosinistra, l'Italia della D.C. e del P.S.I., l'Italia degli Andreotti, dei Gava e dei Craxi ad alimentare la questione meridionale (e la Cassa per il Mezzogiorno) perché funzionale ai propri loschi interessi, ai suoi arricchimenti, alle sue estorsioni. Ne ha fatto una sorta di "tela di Penelope che non finisce di dissanguare le casse dello Stato" (virgoletto perché l'espressione, assai bella, è dell'A.), nauseando i migliori (il 30% di astenuti, da Napoli in giù, alle ultime elezioni) e traviando (e sottomettendo per necessità) i più deboli e i meno avvertiti (la maggioranza dei suffraggi ai due partiti dello sfascio mentre che nel nord rumorosamente si cambia e nel centro, anche nel centro, qualcosa si muove). L'A. non pronuncia ricette politiche: auspica uno Stato forte senza, nello stesso tempo, negarsi alle suggestioni di un accentuato federalismo. Dice anzi giustamente che il decentramento funziona meglio dove lo Stato è forte ed autorevole (vedi Germania e Stati Uniti).

Da noi il decentramento regionalistico effettuato nel 1970 è miserevolmente fallito perché non era, agli effetti pratici, che lo smembramento d'un cadavere ormai in (avvio di) putrefazione. Questa è la triste realtà e non sarà chi l'ha prodotta che potrà rimediarvi. Dovremo provarci noi, senza aspettarci nulla dagli altri. Dai nòrdici, che ci giudicano sùdici, che ci considerano africani col coltello in tasca, che a quel mare di miliardi hanno attinto a piene mani per sè stessi e per i loro amici senza mai produrre nulla. Che alla questione meridionale hanno sempre guardato con cinica spregiudicatezza. Come l'editore di questo libro, che si fa pagare 97 scarne paginette bel 22.500 lire.

14.3.1993