IN FONDO AL CUORE, ECCELLENZA, di Maurizio Bettini (2001), Einaudi.

Nota di copertina: Un intrigo internazionale di due secoli fa. In un angolo sperduto del mondo, l’Alta California del 1786, le grandi potenze dell’epoca si combattono a colpi di intelligence per scoprire i segreti di un ex gesuita che possono cambiare la faccia dell’Europa. E uno scaltro cerusico-barbiere si trova in mezzo ad una storia più grande di lui, di fronte ad un uomo più saggio di lui. Una spy story che è anche un romanzo di formazione, un libro sapienziale, un incontro culturale tra due personaggi diversissimi, fra due mondi, fra due epoche.

Nota di recensione: Di questo libro, del quale e di chi lo ha scritto nulla sapevamo, ci ha entusiasmati la strepitosa recensione che Silvia Ronchey, che noi stimiamo molto, ne ha fatto sul supplemento letterario de La Stampa dell’ultimo sabato di luglio. E in tale ambito grandemente ci colpì, per l’originalità e l’arditezza (solo una donna poteva essere capace di tanto trasporto e di tanto coraggio), l’asserzione che secondo lei "esso supera Il nome della rosa".

Avendo letto - son passati già vent’anni - con grandissimo godimento e con piena adesione mentale il libro di Eco, abbiamo acquistato In fondo al cuore, eccellenza, fiduciosi che, data l’alta referenza ricevutane, non ne saremmo rimasti delusi.

L’abbiamo letto molto attentamente, procedendo con calcolata lentezza e cautela, ritornando quasi ogni volta sul paragrafo o sulla frase appena letti, ripassandoli per riassaporarli, e continuamente rammaricandoci, mano a mano che procedevamo, che il numero delle pagine che ci rimanevano da leggere (il libro non è ponderoso come i romanzi di Eco), ahinoi, andava via via scemando. Ed è stato nonostante tutto un gran leggere: mille volte ci siamo leccati i baffi della mente.

La trama è sostenuta da una sapienza narrativa fuori del comune (Maurizio Bettini è un antropologo antichista che insegna filologia all’università di Berkeley, non un guitto qualsiasi e neanche un animale da fiera (letteraria), e al suo complesso snodarsi offre opportuno sostegno e splendida luce una sorta di coro fuori campo che, sapientemente e a bella posta, egli fa scaturire dal diretto, estemporaneo, interloquire del narratore col suo misterioso committente (l’eccellenza, o eccellenza reverendissima, del titolo).

I termini che Bettini usa, eleganti, splendidamente rilucenti, massimamente pertinenti, smaglianti e profondi, si avverte che nascono da un accurato e non facile lavoro di ricerca e di composizione e da un sostrato di erudizione non comune e lungamente assimilata.

E si tratta, come Il nome della rosa, di un giallo storico politico ambientato in ambito ecclesiale, di una spy story internazionale e, se è lecito insistere con questi vocaboli inglesi, di un trilling dal ritmo sostenutissimo che ci ha lasciati col cuore in sospeso tutto il tempo. Narrarla, la trama, è difficile; ci proviamo, ritenendo doveroso darne qualche cenno, nella speranza, almeno, di non fuorviare il benintenzionato.

Essa s’incentra, e gira, gira, costantemente gira, su un misterioso delitto capitato in Italia qualche anno prima dell’anno nel quale accadono i fatti direttamente narrati (1786), del quale fu vittima un potente personaggio, un conte senese, che celava segreti e documenti di una importanza tale che, se portati alla luce, avrebbero sconvolto i rapporti di forza esistenti in Europa tra le potenze regnanti. Ma poiché nonostante il delitto tali documenti non vennero fuori, s’avviò, un po’ alla cieca, una difficile, ma discreta, ma risoluta, caccia ad essi. Ad un certo punto una delle strade che potevano portare al loro ritrovamento venne individuata nell’ecclesiastico che del conte ucciso era stato per lungo tempo il confessore personale.

E all’uopo, l’eccellenza reverendissima di una di queste eminentissime potenze (non ci è dato di sapere se si tratti di un cardinale della chiesa di Roma o di un ministro del re di Spagna, del Portogallo, o di qualche altra potenza) fa giungere presso questo sacerdote ex confessore del conte ucciso - tale padre Giardelli, un gesuita di altissimo profilo etico e intellettuale, certamente un po’ emulo di quel fra’ Guglielmo di Baskerville che chi ha letto il libro di Eco sa bene chi sia - il meno sospettabile fra gli strumenti che potessero usarsi per riuscire a raggiungere quella verità della quale il padre era il più accreditato custode. E il personaggio in effetti era quanto di più distante potesse esistere rispetto all’archetipo mentale che noi ci siamo fatti di chi profittevolmente potesse interloquire, per giunta in situazioni straordinarie e complicatissime, con il coltissimo e altero gesuita. In quanto si trattava "di un cerusico nano andaluso esperto di lame e di fisiognomica, ignorante come una capra e furbo come una faina, spia e sicario", finito, dieci anni prima, per bando su quelle desolate terre di Alta California dove appunto padre Giardelli veniva a sbarcare per compiere dell’apostolato presso una missione.

E nel mentre che il rapporto tra padre Giardelli e Renzo Braces, la sua anima nera, inquietantemente s’intesse e obliquamente si sviluppa, nel libro, poste con vivacità e precisione su un piano narrativo continuamente cangiante, s’intrecciano situazioni avvincentissime che ci è troppo difficile condurre in piano.

Vi s’apprende della grama vita che si conduceva nelle missioni cattoliche nel Nuovo Mondo, "dove la frusta era la migliore compagna della croce"; e vi s’apprende delle differenti e numerose posizioni mentali che lì, in quei periodo, confliggevano (il fanatismo, tetro e spietato, dei padri missionari spagnoli; la fede, forse altrettanto fanatica, che nei lumi della ragione ponevano taluni francesi che erano intrisi di quelle idee nuove che da lì a poco avrebbero incendiato la vecchia Europa; i vizi universali della politica e del potere; le ingenue credenze dei nativi, tenuti nel conto, a parte il battesimo, di animali; l’altera e severa diversità della temutissima Compagnia dei Gesuiti, della quale padre Giardelli era soggetto peculiare.

Tuttavia, alla fine, In fondo al cuore, eccellenza risulta essere assai meno anticlericale de Il nome della rosa. Sì, il rigido fanatismo dei missionari, i francescani stessi, la hispanidad nel suo complesso, non ne escono affatto bene, ma nel senso che l’autore attribuisce ai singoli, ai singoli portatori del messaggio di Cristo, ai loro personali fanatismi, alla loro ottusità e alla loro mancanza di umana pietà, l’iniquità del comportamento generale e le diffuse sofferenze che dal Vangelo invece scaturivano. Giacché in verità il Verbo lo si può insegnare in tanti modi, anche con la fantasia, persino mentendo; in tutti i modi nei quali l’uomo, qualsiasi uomo, può comprenderlo meglio. Non esistono verità rivelate, l’unica verità, universale, è quella che abita in fondo al cuore del giusto.

E criptato, in ultimo, nelle sue ultimissime righe, il libro contiene anche – almeno così a me è parso – un messaggio morale, un ammonimento.

Che gli sforzi che gli uomini compiono per cercare possesso e potere, alla fine risulteranno sempre vani. Come vano si rivela – vedi l’episodio dell’acquazzone dopo l’eclisse - ogni umano disegno che non sia sostenuto dal soffio della Divina Provvidenza. E’ un messaggio di arrendevolezza e di dolcezza che noi, pur se rabbiosamente atei, accogliamo di buon grado.

Ma, infine, è vero ciò che la signorina Ronchey pretende? E’ difficile dirlo, l’incertezza è lecita; già il solo accostamento di questo al gran titolo di Eco costituisce, secondo noi, una lusinghiera promozione. Tuttavia, trovandoci in un punto di splendore dove la differenza la fa il gusto personale del lettore, noi pensiamo, alla fine, di potere condividere il giudizio e l’asserzione della Ronchey.

In fondo al cuore, eccellenza secondo noi è opera più pensata, più complessa, meno facile e, giacché lo scrivere genera anche sofferenza, più sofferta de Il nome della rosa, che rimane un insuperato artifizio di splendida sapienza affabulatoria, un gigionesco gioco di bravura, un’effervescente modo di strabiliare, come fa il pianista che suona con tre mani.

27/8/01