Impariamo l’economia, di Sergio Ricossa (1988) editore Rizzoli, pagg. 200, lire 28.000.

Nota di copertina: "Volete mettere in imbarazzo un economista? Chiedetegli a bruciapelo di definire esattamente la materia economica, l'oggetto della sua scienza.". Così Sergio Ricossa si accinge ad accompagnare il lettore in un labirinto nel quale anche gli esperti si trovano in difficoltà. Che cos'è l'economia? Una catena da cui non riusciamo a liberarci? Un'attività stimolante che ci consente di soddisfare i nostri bisogni? La fatica di mettere d'accordo i desideri con le risorse disponibili? Passando in rassegna i nodi fondamentali delle dottrine economiche che hanno inciso sulla storia della civiltà occidentale, e in particolare quelle nate nell'età industriale, Ricossa ci porta alla radice dei problemi di aggi: capitale e lavoro, tecnologia e occupazione, profitti e salari, risparmio e consumi.

Ma dalla disamina dei problemi economici nascono continuamente indicazioni di respiro più ampio: hanno ragione Marx e Keynes, per i quali lo sviluppo della società è un'evoluzione verso un obiettivo preciso, la grande meta consistente nella realizzazione dell'uomo in tutta la sua perfezione? Oppure sono più realisti gli economisti come Smith e Hayek, che intendono il progresso come una continua marcia verso l'ignoto, alla ricerca del miglioramento delle possibilità umane? Un libro ricco d'' spunti, di informazioni concrete, di valutazioni a volte polemiche e sempre lucidissime; un vademecum prezioso per intraprendere un viaggio nel mondo delle leggi economiche.

 

Nota di recensione: "Idee, principi, teorie", recita la sovracopertina. E così fa, succintamente ma con molta chiarezza, Sergio Ricossa, economista liberale di chiara fama, allievo di Karl Popper. Il susseguirsi delle pagine è un susseguirsi di spiegazioni e di teorie e commentarle vorrebbe dire ripeterle, cosa che è superiore alle mie forze e mi prenderebbe troppo tempo, tanto vale che il lettore che ne sia curioso si prenda in mano direttamente il libro ché di sicuro ne trarrà più profitto e soddisfazione che da qualsivoglia compendio e commento gli si possa fare Altissimo è stato, nel corso degli ultimi tre secoli, il numero dei teorici d’economia che con un sussiego e una presunzione maggiori che i filosofi hanno creduto, ognuno più di ogni altro, di trovare il modo per render tutta la gente ricca e felice. Ma la loro attendibilità non è mai stata superiore a quella dei veggenti e la loro credibilità pareggia all’incirca quella dei filosofi. In realtà l’economia ha poche regole che occorre sempre assecondare: la prima è che bisogna produrre meglio e ad un prezzo più basso che i concorrenti, la seconda è che occorre che i mercati rispondano adeguatamente, e la terza è che essi non si saturino o che qualcuno non ce li saturi. Sembra facile ma è difficilissimo, è soprattutto difficilissimo che questi tre stati di grazia si compiano contemporaneamente, per cui non sempre capita che le cose vadano bene (per gli industriali quando le cose non vanno bene vanno sempre male), così va a finire che ci si immischia lo Stato, subentra la politica, ognuno vuol dire la sua e cominciano i guai.

Però che l’unico che può mediare è lo Stato, solo che ognuno lo vorrebbe dalla propria parte, gli imprenditori che agognano alla pace sociale a costo zero e i sindacalisti che continuano a vedere i padroni come delle sanguisughe.

Io non voglio e non posso riassumere il libro di Ricossa, come ho detto è cosa troppo al di sopra delle mie capacità. Ne approfitto però per cavarmi il capriccio d’esternare la mia personale teoria in fatto di economia politica e di politica economica. Non è una teoria nuova, solo che è dannatamente caduta in disgrazia e lo stesso Ricossa non ne parla.

"L’uomo è lupo all’altro uomo", di questo io, come Hobbes, sono convinto, per cui ogni società che voglia definirsi civile deve darsi una regolata. A maggior ragione dovrà farlo quando vorrà evitare sia i difetti di quel liberismo caro ai governi dei paesi a capitalismo avanzato e sia le forzature del collettivismo coatto che non è spontaneo ma che è naturale nei paesi del socialismo reale.

Una governo degno di una società giusta e civile deve trovare una terza via di sviluppo che pur se tanto cercata e agognata si è rivelata più difficile da trovare del famoso passaggio a Nord-est Perché solo lo Stato ha la legittimità e gli strumenti per poter mettere tutti d’accordo, cosa sempre difficilissima quando ci sono degli interessi in gioco. Il che non vuol dire che debba accontentare tutti o una volta uno e un’altra l’altro.

Non dovrà lasciar fare al mercato, perché il mercato, piacesse o non piacesse all’ingenuo Keines, ama i mercanti e quindi i ricchi. Né, all’opposto, dovrà fidarsi della "prassi". Perché a fidarsi della prassi (Marx chiamava "praxis" la forza della cose che diviene storia) i tempi d’attesa, sempre che ad aggiustar le cose non sopravvenga un Lenin, sopravanzerebbero i millenni. Questa terza via che invano e per troppo tempo s’è cercata nella socialdemocrazia io la veggo nel Corporativismo.

Il Corporativismo è una dottrina che persegue una "terza via" fra capitalismo selvaggio e socialismo inneggiante alla lotta di classe. Esso sorse verso la fine del XIX secolo in Francia ad opera di associazioni laiche saldamente controllate dal clero, ma per il senso dell'ordine e il rispetto per la gerarchia propria della gente di quel paese ebbe maggior fortuna in Svizzera dove tra il 1915 e il 1935 venne sperimentato politicamente.

Avverso alla democrazia parlamentare, il Corporativismo propugnava una società priva del suffragio universale e uno Stato dove tutti gli strati sociali si sentissero integrati e non assistiti. Anticapitalista e antisocialista, il Corporativismo non propugnava la lotta di classe ma la riconciliazione fra le classi, la collaborazione fra capitale e lavoro e la difesa del ceto medio. Federalista, fedele all'immagine tradizionale di una Svizzera primitiva autenticamente democratica, anelava uno Stato arbitro fondato sui corpi sociali che costituivano i capisaldi dell'unità nazionale: il comune, la famiglia, i mestieri, la Chiesa, la nazione; insomma, una democrazia diretta di natura organica.

L’esperimento piacque molto a Mussolini che in quei tempi aveva trascorso qualche anno in Svizzera, così che quando il fascismo divenne regime importò il corporativismo in Italia realizzandolo per mezzo della "camera dei fasci e delle corporazioni". Il riferimento a Mussolini e al fascismo non spaventi il lettore, il fascismo non fu come pervicacemente si pretende solo male, e spesso cattiva fu l’applicazione dei precetti e non i precetti stessi.

La camera dei fasci e delle corporazioni, che noi chiameremmo diversamente, è una sorta di stanza di compensazione dove le opposte istanze, e quindi le necessità dei produttori e quelli delle maestranze, i diritti dei capitalisti e quelli dei proletari, la voce dei ricchi e quella dei poveri, vengono composte e superate da una Entità Terza che ascolta, media e decide.

Non si tratta di quella "concertazione" inventata dai partiti di centro sinistra nel 1993 che lascia l’ultima parola alle parti e che tuttora ci affligge. Dove governi incapaci di scelte impopolari si estenuano a mediare e a forza di dare compensi e contentini a tutti hanno finito di estenuare anche i conti pubblici. Col corporativismo lo Stato dovrà comportarsi come si comporta il buon padre di famiglia, il quale ascolta i lamenti dei figli, cerca di interpretarli correttamente e poi esprime un responso responsabile, ponderato e comunque inappellabile.

Dovrà essere molto forte lo Stato che voglia far questo, e forte può diventarlo innanzitutto sottraendosi dal ricatto elettoralistico. In questo Stato, che qualcuno non mancherà di chiamerà "regime", non si voterà, o si voterà con misura e solo per migliorarlo, di certo non per cambiarlo. Solo così i suoi governanti avranno la forza di assumere decisioni impopolari perché ciò che è equo è sempre impopolare e il tempo per seguirne i corsi e verificarne gli esiti.

Non esso stesso imprenditore, ma edotto di agricoltura e di commerci, di finanza e di politica industriale, di mercati e di economia politica, lo Stato non dovrà, per scongiurare la piaga degli scioperi più o meno selvaggi, che comunque dovranno essere banditi ex lege, cedere al ricatto dei sindacati, così come non dovrà, per paura di perdere voti e sussidi, porgere orecchio ai piagnistei dei produttori. Potrà prendere anche decisioni sbagliate o che col tempo si riveleranno non giuste ma potrà sempre correggerle perché sarà sempre autorevole in quanto al di sopra delle parti e perché dimostrerà a tutti di avere a cuore in somma grado solo l’interesse comune.

Tutto questo non è ancora dirigismo di Stato perché i capitalisti continueranno a fare i capitalisti, gli agrari gli agrari, i commercianti seguiteranno a rubare e i sindacalisti finalmente torneranno a preoccuparsi della salute dei lavoratori nelle fabbriche e non delle fabbriche, solo che lo Stato come un solerte capo reparto sorveglierà che la catena sia sempre ben oleata e giri, e quando vedrà che qualcosa non funziona interverrà tempestivamente e rapidamente risolverà.

20/12/03