I mangia a poco, di Thomas Bernhard (1980) Adelphi editore, lire 22.000

Nota di copertina: Da una parte un uomo di pensiero che cerca caparbiamente, e invano, di riversare in un libro (un audacissimo libro di fisionomica) sedici anni di furiose riflessioni; dall’altra quattro personaggi dalle vicende ordinarie, legati da loro solo dall’abitudine di pranzare insieme alla CPV (la Cucina Pubblica Viennese) scegliendo puntualmente il menù più economico. Fra questi due poli, come fra due diversi volti di un’unica entità che è la mania stessa – motore immobile dell’esistenza, cintura di salvataggio nel tentativo di sopravvivere – si intesse I mangia a poco. Anche qui, come spesso in Bernhard, sarà lecito domandarsi se ci si trova in mezzo a una tragedia o a una commedia. Ciò che domina è comunque un’indagine maniacale – e spesso esilarante – della mania, a ogni suo livello, dall’infimo al supremo, vista come ultimo, disperato relitto di un grandioso tentativo di imporre un senso all’esistenza; un’esistenza mutila, così come mutilato è il protagonista Koller, cui il morso di un cane ha inflitto una ben remunerata invalidità. E tutto questo perché l’uomo è in balia del caso, proprio come Koller, che un fatidico giorno – fausto e insieme infausto – in un parco viennese, anziché andare automaticamente e come sempre verso il vecchio frassino, va verso la vecchia quercia, ribaltando così la sua esistenza e arrivando nel contempo al centro del proprio "filosofismo".

Nota di recensione: Desiderando accostarmi a Bernhard, del quale col Soccombente qualche anno fà avevo gustato il sapore forte di un buon amaro, sono stato in dubbio se prendere Estinzione o questi Mangia a poco. Mal guidato da un mai soddisfatto interesse per la fisionomica, che le note di copertina promettevano vi si trattasse, inopportunamente mi risolsi ad acquistar questo, e ora, dopo averlo pazientemente letto fino all’ultima delle sue (per fortuna solo) 118 pagine, mi accingo a scriverne male.

Giacché il dipanarsi del racconto (ma si può chiamare racconto un continuo rimurginare?) è solo un chiuso, tetro, ostinato, concentrico e furibondo procedere verso un Disperato Nulla (in Estinzione - che da quel poco che ne so ne è la naturale evoluzione - il percorso narrativo procede dall’agonia ad una morte senza speranza).

Qui, analogamente, e tetramente, il testo si dipana, dall’inizio sino alla fine, senza un punto, senza una virgola, senza un accapo, senza un minimo spazio per un respiro, monocordemente, con una ripetività di termini e di concetti mai vista prima. Ripetività che definire ossessiva, o allucinante, o maniacale mi sembra poco; che ha un ritmo di processione simile a quel passo lugubre che hanno le voci dei notai quando leggono i testamenti. E che un po’ m’è parso come il girare per il tetro budello dell’Inferno giù giù fino ai ghiacci di Caina.

La trama è esile e non vale la pena di parlarne, di fisionomica c’è meno di niente. C’è solo, io ho visto solo (salvo che, come può facilmente essere, io di Bernhard non abbia capito niente), l’eterna ostinazione di Bernhard a far del male alla sua Austria Infelix, terra sordida di sordidi pensionati, di piccoli affaristi che non ridono mai, di gente mentalmente tarata.

Non lo so, non so cosa dire. Bernhard mi angustia e nello stesso tempo mi affascina. Sono pentito di avere puntato 22 mila lire su questo libro anziché su un altro, però Estinzione vorrei leggerlo.

Perché sono certo che mi piacerà come un Fernet a colazione.

6/8/2001