IL NUOVO CHE AVANZA di Michele Serra (1989) - Feltrinelli Editore.

Nota di copertina: La grande città come trionfo dell’inessenziale sull’essenziale, dell’artificiale sul naturale, del superfluo sul necessario. E’ il sottile filo (di divertimento angoscioso, di stralunato humor) che attraversa il libro di Michele Serra, quì alla sua prima opera di narratore. Una serie di racconti sugli inganni del "moderno" visto come luogo degli equivoci, come continua sottrazione di senso alla vita quotidianam che conferma, come ha scritto Tullio De Mauro, "la sua felice capacità di catturare quelli che solo molto tempo dopo altri avvertono come intollerabili luoghi comuni".

Nota recensione: No, non mi è piaciuto. Michele è come gli uccelli notturni: ha lo sguardo acuto ma ha le ali corte. Mi piace molto di più come corsivista, rapido, sapido e pungente com’è. Nel "lungo" ha mostrato il respiro corto. A questi racconti, oscuri, brancolanti, manca la genialità. Me ne sono piaciuti solo due: il primo, dal quale il libro prende titolo, per l’originalità, e quello intititolato L’assassino credo per un fatto di partecipazione.

Serra c’è l’ha (da sempre) con il consumismo, e quindi con il mondo della pubblicità che lo alimenta e ci intontisce. Ormai compriamo, consumiamo, sprechiamo quel che vogliono loro; pensiamo, respiriamo e ci ispiriamo come a loro alletta. I pubblicitari alimentano interessi ingenti, e non possono farsi sfuggire nessuno. Ormai viviamo, ci muoviamo, respiriamo, pensiamo, in un mondo virtuale combinato da loro. Loro sono i burattinai e noi le marionette.

Nel primo del due racconti che mi sono piaciuti Serra immagina un futuro dove il Governo (chissà, forse pensava proprio a un Berlusconi presidente del Consiglio) abbia promulgato una legge che impone a ognuno che abbia raggiunto l’età televisiva, d’inserirsi infra il nome e il cognome la marca o il modello d’un prodotto, sulla base di qualche particolare preferenza o d’una affinità più o meno elettiva. Siccome ognuno deve averne uno, e due persone contemporaneamente non possono darsene uno uguale, ne vengono fuori situazioni esilaranti, godibili e gustose, siccome anche del dramma, quando non uccide, è d’uopo ridere.

Il secondo è nella sostanza assai più tragico, non per nulla s’intitola l’assassino. Perché costui uccide. Costui è un pover’uomo che come me non sopporta più quell’iperbolare che senza ritegni e logica condisce e infarcisce i messaggi della pubblicità, il linguaggio degli imbonitori, i centri commerciali, dove, dalle insegne agli arredi, alle luci, alle musiche e alle machines-commesse, tutto è funzionale a imbambolarci e a farci spendere tutti i soldi che agli sponsor servono.

Il nostro anziano eroe, figlio d’un droghiere "la cui vecchia bottega era sobria come una chiesa di protestanti", inizia cavillando con le commesse sul senso logico delle parole e sulla proprietà qualificativa degli aggettivi, pretendendo d’individuare, col dizionario, la giusta misura delle espressioni e di ridimensionare le iperboli, poi passa a pretendere di prender sul serio anche le insegne pubblicitario (al riguardo possiamo testimoniare che un barbiere, in provincia di Vercelli, si fregia, sopra la porta della bottega, d’un pretenzioso di reminiscenze accademiche, finite chissà dove, "Il Pelitecnico"). Fino a quando, non riuscendo a muoverle alla ragione, gli scappa la pazienza e disperato le uccide.

Malinconico Pierrot di questi tristi giorni dove tutto è sguaiato e falso, Serra non riesce a volare alto. Ha sotto le ali il piombo della rassegnazione.

25/9/97