IL MULINO DEL PO, di Riccardo Bacchelli (1939–’41). Pagg. 1.600 circa in 3 volumi. Editore Mondadori:
Se potesse darsi che chi legga per diletto, e per diletto e testarda consuetudine s’ostini a vergare sapienziali giudizi su tutto quanto legge, non debba aver l’obbligo, dico morale, di spiegare, dato il giudizio, le ragioni e i torti dei suoi gusti, io me ne uscirei, chiuso con rammarico, dopo tre mesi, l’ultimo dei tre volumi del Mulino, con l’affermare, coll’esclamare, che "Il Mulino del Po" è il più bel romanzo che io abbia letto. E che è più bello, e più ricco, e più ammaliante, financo di Guerra e Pace.Ma sarebbe come se, nel vasto cielo, si desse agli uomini un lampo senza il tuono, e giacché è il rombo che convince gli umani del temporale, io mi raccolgo, mi faccio piccolo piccolo, e quasi disperando m’accingo a spiegare perché mi è così tanto piaciuto. La qual cosa – mi creda chi legge - è, per me, impresa non minore di quella che intraprese Bacchelli nel dipanare e nel condurre a termine la sua monumentale opera. La monumentale opera narra le vicende di una famiglia di mugnai padani, dalla ritirata napoleonica in Russia fino alla battaglia del Piave, ed intende celebrare, attraverso le lotte dei protagonisti con il grande fiume e con le avversità della storia, la resistenza e la tenacia del popolo italiano.Parte prima (Diotisalvi):
Il racconto inizia con Lazzaro Scacerni, pontiere nel corpo d’Armata del Regno Italico del vicerè Eugenio al tempo della campagna napoleonica di Russia, che dal capitano Mazzacorati, cui egli nel corso della ritirata, in un pericoloso frangente aveva prestato sollecito soccorso, riceve dei beni ecclesiastici sacrilegamente violati. Al suo ritorno in patria, col realizzo di quelli e con un po’ d’altro danaro avuto in prestito, Lazzaro costruisce un mulino di fiume che chiama "Diotisalvi", sulla prora del quale devotamente fa dipingere l’immagine salvifica di un San Michele che con la lancia uccide il demonio. Il mulino viene inaugurato, tra tante speranze e molti timori, con una modesta festa tra povera gente di fiume. Dopo avere superato diverse e non leggiere difficoltà, consolidandosi nel mestiere, Lazzaro sposa, preso da un amore che non lo abbandonerà mai, la giovane e tenera Dosolina. I mesi di gravidanza della quale vengono funestati da foschi fatti che s’incentrano sulla losca figura del Raguseo, un pericoloso contrabbandiere attivo proprio su quei confini, cui lo Scacerni coraggiosamente aveva negato talune complicità. L’assassinio del feroce trafficante da parte d’uno dei componenti della sua banda, evento che sconvolge Lazzaro che vi assiste, chiude la torbida vicenda. Intanto nel ferrarese, eccitati dalla vaga e ambigua parvenza di liberalità del nuovo pontefice Pio IX, scoppiano i moti liberali del 1831, che puntualmente scatenano la reazione dei conservatori, i quali, restando del tutto ostili anche a concessioni minime, piuttosto vorrebbero che l’Austria, che nella fortezza ferrarese detiene un suo presidio militare, intervenisse coi suoi soldati "a sistemare una volta per sempre la canaglia giacobina". Lazzaro, pur se fondamentalmente conservatore ma sempre risolutissimo a tenersi fuori dalle beghe, riesce a rimanere estraneo a codeste aspre vicende.Nel frattempo Dosolina, madre premurosa e brava massaia, cerca di attenuare i contrasti tra il marito e Giuseppe, il loro unico figlio che per il buffo sembiante e il brutto carattere tutti chiameranno Coniglio mannaro. Era difficile difatti che potesse darsi al mondo un esempio tanto palese di due così tanto opposte diversità. A parte il fatto che il ragazzo vuol fare il sensale ed andarsene in giro a procacciare affari mentre Lazzaro lo vorrebbe con sé nel fiume, sul mulino, a fare il mugnaio, c’è che sono dissimili, anzi contrapposti anche nei caratteri, nella forma fisica e nelle volontà. E che per quanto Lazzaro è coraggioso, giusto, retto e disinteressato, tanto Coniglio mannaro è ambiguo, sordido, avido e vigliacco.
Parte seconda (La miseria arriva in barca):
Intanto l’esoso Coniglio mannaro, legatosi ad un influente personaggio senza scrupoli – appunto l’Alpi - diviene contrabbandiere di grano per conto degli austriaci, guadagnandosi, in ragione dell’implacabile avidità e degli strozzi che commetteva, in uno con profitti altissimi l’odio dei piccoli produttori e della gente del contado. In questi frangenti Coniglio mannaro, sentendosi sufficientemente forte e adeguatamente protetto dall’Alpi, sposa fraudolentemente, con un finto matrimonio sacramentale celebrato da un disonesto prete spretato nella casa d’una zia prostituta, l’ingenua Cecilia, che, per ripugnanza del suo aspetto, per disprezzo del suo carattere arido e spietato e per essersi serbata del tutto aliena alle urgenze della carne, lo aveva sempre respinto. Nel 1855, dopo ulteriori vicende sempre difficili e spesso penose, muore di colera Dosolina e, di dolore, insieme con lei, Lazzaro. Così tocca a Cecilia, rimasta sola, anzi rimasta con sette figli piccoli messi al mondo l’uno dopo l’altro, fare andare avanti i due mulini. Indurendosi molto vi riuscirà sempre bene, con un vigore che le privazioni rendono mascolino e con una abnegazione che l’orgoglio ferrigno fa apparire smisurata. Invece suo marito, l’instancabile roditore terragno detto Coniglio mannaro, abbandonata lei e abbandonati i figli, continua ad espandere i suoi loschi traffici. E in aggiunta, non accontentandosi più di fare il sensale giacché gli era venuta l’ambizione di divenir latifondista, profittando delle disgrazie altrui e con disoneste mene che ancora di più gli attirano il generale malanimo, riesce ad ampliare a dismisura le sue proprietà. Tant’è che Lazzarino, il suo primogenito, un ragazzo sensibile e onesto quanto pochi, al fine di spezzare il cerchio di rancore che scivolando sul padre molto lo feriva, per andare a far l’eroe e riscattare il padre dal disonore fugge con Garibaldi e va a morire a Mentana. E’ solo l’inizio della "nemesi", perché poco dopo su Coniglio mannaro si abbatte una seconda sventura. La grande piena del Po del 59 sotterra quelle terre sulle quali egli aveva investito tutto, e lui per il dissesto impazzisce. Al calare delle acque, Cecilia, tra desolazione, distruzione e disperazione, decide di trasferire i due mulini un po’ più a valle, in una piarda ritenuta più sicura. Negli anni successivi ricorrenti carestie di grano, gelate e nuove inondazioni rendono ancora più grama la vita dei molinari. Il lavoro si ferma e l’orgogliosa Cecilia sempre forte nell'animo e risoluta nell’aiutarsi da sé, è costretta ad elemosinare a gente altrettanto povera un tozzo di pane per i suoi numerosi figli; lei per gli stenti e le privazioni s’ammala di pellagra.
Parte terza (Storie vecchie, sempre nuove):
Guarita, Cecilia viene a sapere che dietro il suo matrimonio vi fu una frode e trova sdegno ma anche pietà per Coniglio mannaro che però, da lì a poco, sempre restando oscuro di senno, muore. Quando sembrava che le cose potessero aggiustarsi nuovi guai si abbattono sugli Scacerni: una tromba d'aria danneggia profondamente i due mulini e i debiti contratti per le riparazioni li costringono, nel mentre che il ministro Sella imponeva ai mugnai la famigerata tassa sul macinato, a nuove umiliazioni. Esacerbata, la donna tenta di eludere il balzello frodando sul contatore di controllo. Ma in occasione di un sopralluogo notturno della Finanza, uno dei figli, il gigantesco Princivalle, per scongiurare la confisca dei due mulini dà fuoco al "San Michele", figurando una disgrazia. Incarcerato come colpevole d'incendio doloso, Princivalle, passando per infermo di mente, in quanto brutale di natura e un po’ tardo di comprendonio, dopo qualche mese viene rilasciato.Nel frattempo un fatto di grandissima rilevanza veniva a verificarsi su quelle tormentate terre: l’intero contado passava dai decaduti marchesi Macchiavelli al commendator Clapasson, un capitalista piemontese non privo d’acume, ma spregiudicato e assai spiccio di modi. Il quale, intriso di concetti innovativi nel campo delle scienze agricole, radicalmente spregiando i sistemi tradizionali, vuol passare ai metodi intensivi, o comunque più razionali. Il Clapasson, che apprezzandone il coraggio e l’orgoglio imprenditoriale favorisce gli affari di Cecilia, con le sue vedute rivoluzionarie e con i suoi metodi reazionari suscita un subbuglio che produrrà, anche perché il clima contemporaneamente che montava nel Paese ineluttabilmente portava a ciò, conseguenze allora del tutto imprevedibili.Sull’abbrivo dei moti sindacali del 1882, contro di lui e contro i suoi colleghi, i famigerati agrari del ferrarese, si scatena lo sciopero generale, che in quanto inusato e illegale era visto, o era temuto, o veniva spacciato (dipende dai punti di vista) come arma risolutiva nella eterna lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori. Ad esso, spinti da facinorosi capipopolo e trascinati da pazzeschi miraggi di redenzione, i braccianti e i fittavoli della zona aderirono compatti col furore dei disperati. Durissima fu la risposta dei padroni. E coloro che crumireggiarono vennero boicottati. Duramente lo furono gli Scacerni, che col Clapasson avevano solidarizzato sia perché il capitalista dava ai due mulino del buon lavoro e sia perché Cecilia, in quanto molinara, nel suo onesto piccolo orgogliosamente si sentiva essere, anche lei, una padrona. In quest’insano clima da guerra civile, che il gabinetto di sinistra del "trasformista" Depetris non seppe o non volle né prevenire e né fronteggiare, emergono le vicende dei Verginesi, famiglia patriarcale delle più tradizionali, gente all’antica di grandissima laboriosità e di solidissimo attaccamento alla terra e al lavoro, che da non meno di dieci generazioni conduceva le terre quell’oggi del Clapasson. I quali Verginesi, nel tempo di pace, per dar soccorso agli Scacerni in uno dei loro momenti di maggior bisogno, avevano adottato la più giovane delle sue figlie, l’adorabile Berta. La narrazione delle vicende si fa patetica e molto toccante. Sia quando tratta degli strazi del vecchio Luca Verginesi che, come un ritorto ferro tra la fredda incudine e il poderoso martello viene infocato e duramente e ripetutamente percosso dagli eventi, e sia quando tratta del travagliato amore che castamente ma fortemente lega Berta e Orbino, il più caro al vecchio Luca dei suoi numerosi nipoti.Il vecchio boaro dopo un dolorosissimo dilanio interiore risolve sé e i suoi familiari allo sciopero, e quindi al boicottaggio. Ma pur avendo incrociato le braccia soffre, più lo sciopero s’indurisce e più soffre. Soffre nel vedere che nella stalla le sue amatissime bestie e nei campi il rigoglioso grano, che lungo i precedenti trecent’anni tanti altri Verginesi come ora lui e come ora i suoi avevano sempre amorevolmente curato, ora venivano abbandonati e irrimediabilmente rovinavano. E’ il dolore di un uomo all’antica che d’improvviso viene a trovarsi in un mondo del tutto sconosciuto e troppo violento, e più nemmeno il risultato d’essere riuscito ad affrancare i suoi discendenti dalla superbia dei padroni, se mai esso fosse stato conseguito, avrebbe potuto mai lenirglielo. Lo sciopero e il boicottaggio esasperano gli animi, dividono le famiglie, e dove prima c’erano laboriosità e concordia ora allignano l’accidia e il rancore. In questo torbido clima, vedendo che col passar del tempo e con le contromisure adottate dai padroni la tensione degli scioperanti scemava e subentrava lo scoramento, allo scopo di riattizzare la prima e di fugare il secondo, un radicale di malanimo, tale Smarazzacucco, calunnia l’infelice Berta degli Scacerni dandone la colpa ad Orbino dei Verginesi. Il risultato che prontamente ne deriva è che l’ottuso e poderoso Princivalle, preso da cieca furia, uccide il povero Orbino. Finisce lo sciopero, finisce la speranza, finisce tutto. E mentre su quella riva del fiume dei grandi avvenimenti che dolorosamente stanno forgiando la Nuova Italia nulla più giunge, nel mulino il passare del tempo tutto ha attenuato. Cecilia è morta, Princivalle sta scontando trent’anni di lavori forzati, e i Verginesi dopo trecent’anni si sono dispersi. Adesso il mulino lo conduce, coadiuvato dalle due sorelle, Giovanni e il nuovo rampollo di casa Scarcelli è Lazzarino, un bastardino dato al mondo da Dosolina. Nell’autunno del 1918 Lazzarino, giovane, forte e valente "pontiere" proprio come 106 anni prima bisnonno Lazzaro, partecipa al passaggio del Piave. Ma quando già si profila il successo di Vittorio Veneto, un’ultima pallottola sparata dagli austriaci in ritirata lo uccide. "E con lui – per rifarci alla prosa solenne e piana di Bacchelli – finiva la gesta dei mugnai e del mulino del Po, cominciata la notte di un disastro lontano, anche su un fiume, perduto nel tempo che volge coi giorni e con noi ogni cosa nel segreto di Dio.".
A chi è addentro alle cose della politica italiana, anche se nulla sa di letteratura, il nome del Bacchelli forse richiamerà alla mente una legge nazionale di sostegno agli artisti indigenti che nel 1983 il gabinetto di centrosinistra al governo quell’anno varò appositamente per lui, essendo, chissà come, arrivata a Roma e arrampicatasi fin dentro le ovattate stanze dei palazzi del potere politico, il grido di indignazione di personaggi del mondo letterario (Montanelli, Eco, Biagi) che vedevano Bacchelli povero, abbandonato da tutti e solo spegnersi in una grama vecchiaia. Evidentemente – mi viene da considerare - diritti d’autore non glie ne correvano, e glie ne erano corsi, tutto sommato, ben pochi; né di ciò ci meravigliamo. Siamo in Italia, dove hanno sempre molta più fortuna i pamphlet e le confessioni in abiti discinti piuttosto che i gran libri scritti come il buon Dio comanda che si scriva. Oltre il fatto che tenere in mano tre libri di più di 500 pagine ciascuno a mani abituate ai telecomandi costa una fatica immensa. Non parliamo poi di leggerli. E ancora oggi, a quasi vent’anni da allora, questo grande della nostra letteratura del primo Novecento rimane del tutto dimenticato, anche se ha scritto uno dei più bei romanzi della nostra storia letteraria.Il Mulino del Po è un grandioso affresco storico che correndo lungo un secolo descrive le tragedie di più d’una generazione di mugnai del Po, gli Scacerni (abbiam cercato di dipanar la gran matassa della trama, ma non ne siamo rimasti soddisfatti). Mirabili, nella lettura diretta, sono le pagine che descrivono l'alluvione del grande fiume, gli scontri tra i restauratori e i liberali nel clima infocato del Risorgimento, le tempestose lotte di classe nella Romagna socialista negli ultimi decenni del XIX secolo, le frequenti commosse descrizioni bucoliche e del costume contadino, e sempre acuto, affatto manzonesco se così potesse dirsi, quello dei molti personaggi. La scrittura ariosa, precisa, fatta di periodi lunghi e nitidamente espressi, richiama quella del Manzoni, che Bacchelli non nascose di assumere come modello. E la lingua è la stessa che si parlava in quel mondo, a quel tempo. Di lui scrive nel Grande Dizionario Enciclopedico della UTET il noto studioso e critico letterario Giorgio Bárberi Squarotti: "È stato uno dei collaboratori della "Voce" e della "Ronda", e dei princìpi letterari elaborati da quest'ultima rivista ha costituito uno dei più fedeli e autorizzati interpreti, nel senso della ricerca di un'alta e bene ordinata prosa, nutrita dalla grande tradizione umanistica e dall'esempio manzoniano. A questo esempio B. si è costantemente richiamato interpretandolo come compimento di grandi affreschi romanzeschi, guidati da saldi concetti morali, da un gusto molto forte della meditazione e dell'ammaestramento e da un vivo interesse per la storia..." .
Così Giorgio Petrocchi nel Dizionario Enciclopedico della Treccani, a proposito del Mulino: "Esso presenta felicemente conciliato l’originario dissidio tra le intenzioni ampiamente costruttive, storiche, morali, sociali, secondo schemi quasi ottocenteschi del Bacchelli, e la sua indole rapsodica e sensuale, fra l’opulenza barocca e le cadenze popolareggianti del suo stile.".
Il più severo dei critici letterari, il Contini, ne dà questo lapidario giudizio: "Stilismo raffinatissimo…, intellettuale d’ambizione goethiana, fecondato dal pensiero storicistico".
Al di là di tutto questo, a me, nel mio piccolo, mi è parso di cogliere una straordinaria somiglianza, etica più che estetica, tra Bacchelli e il Verga. Giacché essi (i mulini) sono anche "lo scoglio" dal quale "le ostriche" - per riprendere la nota immagine dello scrittore siciliano - non dovrebbero mai distaccarsi, pena, per chi contravviene a questa regola, non scritta ma ferrea, la rovina. E difatti, alla fine, uguale e triste è la sorte degli Scacerni come lo era stata quella di mastro don Gesualdo, dei Verginesi come prima di loro dei Malavoglia, e drammatica risulta, nello sperare e nel disperare, la somiglianza di padrona Cecilia con padron ‘nToni.
Indice delle note (indichiamo con questo termine degli stralci testuali che abbiamo tratto dal libro e con gran fatica abbiamo riportato sotto, ritenendo che una loro lettura potrà avvicinare all’opera intiera più di quanto abbia potuto fare io di mio, con la recensione e con l’affaticata descrizione della trama):
Nota n. 1 La "sganzega"; Nota n. 2 Dosolina; Nota n. 3 Dosolina innamorata; Nota n. 4 La piccola Argia; Nota n. 5 Il disonore di Princivalle; Nota n. 6 Coniglio mannaro; Nota n. 7 Il barone Flaminio; Nota n. 8 I tempi procellosi; Nota n. 9 L’ambiguo conte; Nota n. 10 Il prete Valmora; Nota n. 11 Lo sposalizio di Cecilia; Nota n. 12 Le reazioni di padron Lazzaro e di Dosolina; Nota n. 13 Il banchetto bestiale; Nota n. 14 Coniglio mannaro è peggio del colera; Nota n. 15 Il lamento della povera gente; Nota n. 16 Bucolica; Nota n. 17 La stagionata peccatrice; Nota n. 18 Le belle gambe di Cecilia; Nota n. 19 La forza dei deboli; Nota n. 20 Sulla gente di Romagna; Nota n. 21 Il magistero dei preti; Nota n. 22 Ancora su Coniglio mannaro; Nota n. 23 Lazzarino; Nota n. 24 Le colpe dei padri ricadono sui figli; Nota n. 25 Ma c’è sempre un colpo di ritardo, una palla persa; Nota n. 26 La filosofia di Coniglio mannaro; Nota n. 27 Le esose tristizie di Coniglio mannaro; Nota n. 28 La buona lena di Coniglio mannaro; Nota n. 29 Lezione d’ecologia; Nota n. 30 La pioggia; Nota n. 31 Furia della Natura, castigo Divino; Nota n. 32 Il gentile dottor Lupacchioli e l’energica consorte; Nota n. 33 I metodi della signora; Nota n. 34 Ancora sulla predetta (e sull’impazzimento di Coniglio mannaro); Nota n. 35 I nuovi italiani e la politica; Nota n. 36 La paltelata (concione progressista); Nota n. 37 Due ritratti; Nota n. 38 Il tifone; Nota n. 39 Il filare dei pioppi; Nota n. 40 Il Buttafumo; Nota n. 41 Destra e Sinistra; Nota n. 42 La macchina contagiri; Nota n. 43 Bisognerebbe farla mangiare…; Nota n. 44 La pellagra; Nota n. 45 Il saluto a Coniglio mannaro; Nota n. 46 La timidezza disagevole quanto ardente del tardo Princivalle; Nota n. 47 I metodi della sinistra; Nota n. 48 I metodi del Clapasson; Nota n. 49 Pranzo d’amore; Nota n. 50 Piccole nozioni d’economia; Nota n. 51 Discorsi d’una volta; Nota n. 52 L’usanza della sposa in prova; Nota n. 53 Berta dalla bella statura; Nota n. 54 Il Verginesi dall’anima corta e quello dall’anima lunga; Nota n. 55 Antiche costumanze purtroppo scomparse; Nota n. 56 La festa campestre; Nota n. 57 Gli sposi promessi; Nota n. 58 La tragedia di un povero vecchio; Nota n. 59 Teste agricole; Nota n. 60 Il fiume pietoso; Nota n. 61 La moderna manìa dei positivisti a voler misurare anche gli animi; Nota n. 62 La somiglianza tra i due Lazzaro; Nota n. 62 La fine.
NOTE
Dal primo volume "Diotisalvi"
Nota n. 1 Pag. 127 La "sganzega":
Tavole lunghe eran drizzate sul prato, in uno spiazzo di golena all'ombra di giovani pioppi, vicino alla casa del Subbia, per la " sganzèga ". Cinque donne lavoravano in cucina da due giorni, sotto il governo della moglie di mastro Subbia, che scordava gli anni a spianar pasta Der le tagliatelle, a piegar tortellini, a spennar polli per i convitati di riguardo, e a tritar carni per le polpette all'aglio e prezzemolo, catini intieri per la gente del maggior numero, al quale eran destinati in quantità non minore gnocch di patate. A quei tempi, le patate erano ancora quasi una novità di recente importazione, il raccolto delle quali s'è festeggiato fino ai nostri giorni il di di San Michele, mangiando appunto gnocchi. (Se poi da studi più approfonditi risultasse che malgrado il filantropo Parmentier, in ferrarese allora la patata non era tanto diffusa, vuol dire che qui la storia mi ha mentito, e quelli erano invece gnocchi di pasta).Sedeva a capo della tavola principale il parroco, con Lazzaro e Mastro Subbia ai lati, poi il pittore e i notabili del paese. La ragazzaglia si era arrampicata sugli alberi, per vedere. Furono sturati tre bariloni di ampia capienza: sangiovese robusto e cortese; vin del Bosco sapido e scontroso; e albana dolce, per innaffiare il budino di latte nello zucchero bruciato, che dal tegolo scaldato in cui lo cuoce vano squisitamente le campagnole, si chiamava "coppo". Le torte di riso nelle grandi teglie facevano delle pile. Intanto nelle vaste conche di terraglia gli gnocchi nuotavano nel burro e nel formaggio strutto. Si misero a tavola sulle undici della mattina, e tre ore dopo mezzogiorno c'era chi mangiava tuttavia, alcuni dopo ripreso fiato con un sonnellino digestivo, ma i più valenti, oggetto di curiosità, d'invidia e d'ammirazione, manducando dalla prima all’ultima ora senz'intermettere e senza posa. 1 barili scemarono, poi si seccarono, e sotto le nocche suonarono a vuoto. A metà del convito, e a barili già bene scemi, arrivò fino al pittore, rosso come i bargigli e paonazzo come la cresta del suo drago, arrivò, facendo il giro delle tavole con molta ilarità, una scoperta: il drago infernale, che veramente egli aveva dipinto tondo e ben pasciuto, assomigliava stranamente a un capitone, e la lancia dell'Arcangelo, conseguentemente, scadeva al grado di fiocina da pescator d'anguille. Si levò il pittore, approfittandone per allentar la cinghia dei pantaloni. Il vino pareva a tutti che avesse aiutata, come suole, la verità; e la patria dell'artista, tanto famosa per le gran pesche d'anguille, accreditava molto quell'opinione. Licenziò qualche singulto, e poi disse:- Vita, ragazzi i Qui c'è ancora in giro un poco di malignità. Capitoni, ne abbiamo visti tutti, ma draghi d'inferno? Chi lo volesse più somigliante, ci vada dunque, e se ritorna, venga a raccontarci per minuto come son fatti. Del resto, sia capitone o sia drago, piace qui al signor parroco, piace al padrone del mulino. piace a me, e perfino a mia moglie: a chi ha da piacere, dunque? Non vi state a fare cattivo sangue, o sia fiocina, o sia lancia: e San Michele resta sempre un gran santo. Vita, ragazzi'- Vita, vita! - risposero col grido dell'entusiasmo. - A tutti piace, a tutti, drago o capitone! Viva San Michele e padron Lazzaro! Viva mastro Subbia e, il maestro dei capitoni!- Così va bene, - disse il pittore sedendo e sospirando per ripienezza di stomaco.
Nota n. 2 Pag. 156 Dosolina:
Era una gentile e delicata bellezza: una persona minuta, di squisita perfezione, che se l'avesser fatta al tornio, cominciava a dir qualche giovine, non sarebbe riuscita meglio. I capelli, a scioglierli dalle treccioline strette, avrebbero spazzato in terra, copiosi e fìnissimi: una fastosa meraviglia, un oro profuso, lumeggiato e ingentilito da una dolcezza di riflessi perlacei. Il volto era di bimba giudiziosa e già dolorosa, se non che gli occhi ridevano alla vita, azzurri come il fioraliso, stellati e miti come cotesto fiore nell'oro delle messi mature. Solo che il fioraliso, dopo averle abbellite col fiore, se mischia il suo seme col grano, guasta poi il pane con un sapore amaro, mentre invece l'onesto nitore di quegli occhi diceva tutta e sicura un'anima sana e sincera. Il collo, che teneva per piegato verso la spalla sinistra, aveva la leggiadria di uno stelo; la pelle era candida, non imbrunita dal sole, perché le incombenze di Dosolina attorno ai fratellini non la menavano di solito in campagna aperta, e anche perché serbarla così bianca era la sua unica ambizione femminina. Le giovani mani, gentili, già tanto rose e consumate dalle fatiche domestiche, intenerivano a guardarle.
Nota n. 3 Pag. 166 Dosolina innamorata:
Lo guardò negli occhi, trasalendo, ma prima di chinare i propri, s’avvide che anche l’uomo, quasi per effetto di quel senso benigno di tutte le cose, le dava fiducia, con fierezza di sentirsi bella. Negli occhi aveva scorto l'amore, e presentiva che cosa sia. E l'apprensione delle nozze era già un desiderarle: era timore, ma naturale di vergine ancora tenera pudica e costumata
Nota n. 4 Pag. 326 La piccola Argia:
Era, quell’Argia, scusando il termine, adoperandolo per quel che significa più semplice e naturalmente, un animale veramente bellissimo: bionda anche lei, come Dosolina, ma di un biondo affocato e dal lucore di rame; occhi aveva grandi e nerissimi, fulgenti, senz’anima magari, ma d’una materia stupenda, focosa e spiritosa. S’era certi, a guardarla, di quel che promettevano, e che le promesse sarebbero mantenute. Dunque mise sù casa e non ebbe bisogno di persuadere il padre che alla figlia d'un uomo pari suo conveniva vestir da cittadina, mettersi in lutto che le stava una meraviglia, e uscire in cappello, per non andare confusa con una plebea operaia, come la cognata. E quando passava col padre, a occhi bassi e orecchie dritte, per la Giovecca e sotto il portico del teatro, per piazza Grande e per il Listone, o per la piazzetta dei Camerini e sotto l’Arcivescovado e il Volto del Cavallo, nell’ora della passeggiata e del bel mondo, snella e procace, attraeva gli sguardi, suscitava mormorio e sussurro e domande: - Di Dove è venuta questa bellezza? - Nessuno si persuadeva che fosse cresciuta in campagna, tanto bene si muoveva in città, sulle gambe che la cintola alta faceva apparire lunghe e spedite, con una andatura ferma sui piedi minuscoli, con mossa e portamento agili e flessuosi delle reni vigorose, della schiena nervosa, e delle spalle. Degne, queste, per l’eletta forma del collo e del seno ancora acerbo, che s’indovinava squisito. Un’altra sua bellezza, per cui splendeva e turbava, era la singolarità dell’incarnato di bruna, il candore, il pallore caldo, circonfuso nel corruscare dei capelli flavi. Insomma lasciava una bramosa scia; e la stessa timidezza dei primi tempi , la semplicità povera del vestitino nero, stimolavano la curiosità, le cupidigie, ben presto la gara fra giovanotti e gaudenti del mondo galante e provveduto, a chi s’aggiudicherebbe per primo quello che fu definito un boccone da re. Adesso i clienti del sellalo prodigavano saluti cordiali a Princivalle Malvegoli, anche quelli che avevan finto di non accorgersi di lui.
Nota n. 5 Pag. 336 Il disonore di Princivalle:
L'infelice Princivalle non vedeva e non sentiva più niente, se non vergogna. L'Argia aveva ritrovata o non aveva perduta affatto la filosofia naturale di valente puttanella, sicura dei suoi mezzi in ogni contingenza o catastrofe; e pensava gia che sul trambusto di quella notte non c'era da metter altro, per allora, che un buon sonno riparatore delle forze e propizio ai consigli del domani. Vide suo padre, caduto a sedere colla testa fra le mani, battersi la fronte a gran palmate, come chi tardi capisce d'aver capito tardi; uscire dalla stanza senza una parola né uno sguardo. Voleva correre, ma traballava. Argia gli tenne dietro; e poiché usciva al freddo senza nulla indosso, lo rincorse per le scale, gli mise il cappello in capo, e gli avvolse le vecchie spalle nel ferraiuolo, essendo stata mai sempre una buona ragazza, a modo suo. A che far discorsi? Con un sospiro di dispiacere rassegnato, ché un giorno o l'altro già doveva capitare un caso spiacevole ad aprir gli occhi a suo padre; con un sospiro, andò dunque verso camera sua, e il sospiro già finiva in un ghiotto sbadiglio. O non erano, buon letto caldo e morbido, camera ben arredata ai pingui sonni, come agli altri esercizi del letto, motivi determinanti della tanto risoluta scelta del mestiere a cui s'era data?
Nota n. 6 Pag. 348 Coniglio mannaro:
E gliele faceva Giuseppe Scacerni, il padroncino, cresciuto a giovine freddo freddo, simile quei venticelli che non si sentono, non si sa da dove spirano, e infreddano senza che l'uomo s’avveda, lasciandogli per lo meno il torcicollo o il raffreddore. Grassoccio, tendente al nano, di gambe sottili, già ventruto, e biondastro e di pelle gialligna, egli aveva spiacenti occhi d'albino, orlati di rosso e lacrimosi; la faccia sarebbe stata cosa scialba, senza l'incontro di lineamenti di coniglio coll'espressione di gatto rabbioso. In tal faccia si leggeva il dispetto scontroso, e l'ottusità accozzata coll’astuzia, e il diletto di dar disprezzo per disprezzo, noia per noia.
Nota n. 7 Pag. 377 Il barone Flaminio:
Intorno al 1783, in un paesello della Bassa ferrarese, un ragazzino settenne, sveglio d'ingegno quanto vezzoso d'aspetto, e già singolarmente istruito per l'età sua, non che per l'uso dei tempi e il luogo dov'era cresciuto e le circostanze della misera famiglia, era stato raccolto, condotto a Ferrara, allevato agli studi da un padre spagnolo della soppressa S. J. La miseria più nera e la rovina infierivano nella famiglia del ragazzo, poiché suo padre, reo di falsa moneta, era scappato senza dare mai più notizie di sé. E fin dal principio, la malizia del prossimo s’era esercitata a fargli sentire quant’è amara, rinfacciandogli la colpa paterna, e malignando sul conto di sua madre e del l’ex gesuita spagnolo, e sussurrando anche di peggio: con o senza fondamento, non importa indagare fra cose tanto lontane; e non è il caso d'innocentare alcuno, ma neppure la pubblica malignità, così presto sveglia ed acre a scapito di quel ragazzo, sventurato in ogni caso, e rimasta poi sempre pervicace ai suoi danni. Foss’egli pure macchiato delle colpe più nere, la pubblica malignità si faceva forte della morale per quel gusto reo; onde essa n’abusa e la perverte a pretesto di cattiveria e di persecuzione. Costui intanto crebbe, non smentì nello studio delle lettere e delle leggi le buone speranze fatte concepire, si addottorò divenne avvocato, sempre perseguitato dal fiele dell’astio, particolarmente acre contro quelli che alla fortuna, sempre molesta al prossimo, aggiungono merito d'ingegno; come se davvero l'uomo riesca a perdonare al suo simile il successo soltanto se può disprezzarlo. La gente, che di solito, se non altro, è di labile e svagata memoria, contro cotesto giovine l'ebbe pertinace, attenta, ingiuriosa sempre, instancabile, minuziosa; ed ogni sua buona riuscita, invece di giovargli, gli nuoceva, mentre ai suoi trascorsi era negata ogni indulgenza, anche quella di cui la gente è pur tanto larga, se non per bontà pietosa, almeno per fiacchezza distratta, per noia e fastidio. Ambizioso, orgoglioso per natura, e quindi già disposto a disprezzare la prudenza, non che le convenienze; accessibile del resto alle passioni focose, e forse troppo poco curante non solo degli scrupoli ma della delicatezza; bisognoso di denaro e avido di piacere, inchinato per temperamento a una certa rapacità e prepotenza, la licenza e la confusione invalse coi rivolgimenti della fine del secolo erano, o piuttosto non erano quel che ci voleva per lui. Vi si licenziò tanto, che s'era messo a vivere in adulterio pubblico e scandaloso; e se il clamore e le malignazioni, al solito, a lui non volevan perdonare quel che perdonavano ad altri, sembrava ch'egli se ne dilettasse, diventato spregiatore del prossimo, oltre che del decoro. E se accusandolo, segretario del dicastero di polizia in Ferrara, di estorsioni e di concussioni, la voce pubblica non lo trattava peggio di quanto non soglia trattare i funzionari in carica, per altro, quando a lui, amministratore del tenimento della Mesola per la compagnia francese che l’aveva comperato, fu rubata la cassa con 60.000 scudi, la prontezza con cui la pubblica opinione diede per simulato il furto, fu ingiuriosa, temeraria e spietata. Pareva insomma che per lui non fosse ammissibile neppure in ipotesi che l’innocente possa trovar difficoltà a difendersi e a scagionarsi da sospetto e male apparenze; anzi ch'egli potesse esser innocente. Poco dopo, sposato, avendo trovata la moglie deflorata e ripudiandola, non si dubitò che l'avesse saputo prima, e che l’avesse sposata per ricattare donna e seduttore colla minaccia dello scandalo, e che finalmente l’avesse sollevato dopo intascato il prezzo del silenzio. Odiatore della città da cui era odiato, spregiato dagli uomini, ch’egli spregiava, v’era nel pubblico sospetto a suo riguardo una acredine tale, da invogliare a precederla ed a giustificarlo. Quando la gente si dà a moraleggiare, di solito il condannato, il colpevole, poco o tanto può dire ch’egli è qual l’hanno voluto; o per lo meno che l’hanno aiutato a divenirlo.
Nota n. 8 Pag. 426 I tempi procellosi:
Ma che tempi! Che sovvertimento! Che baraonda universale! Dove si va a finire, dico io, dove si va a finire? Amnistia, impunità, un papa liberale è l'assurdo, il cafarnaum! E domandano la guardia civica, e l’avranno, l’avranno! L’autorità li armerà contro sé stessa. Avranno la costituzione, il parlamento, la dieta, la confederazione italiana: e poi?, Il cataclisma! Il suicidio politico!
Dal secondo volume "La miseria viene in barca"
Nota n. 9 Pag. 150 L’ambiguo conte:
Il delegato apostolico, infatti, era uno di quegli autorevoli ed autoritari, che attingono e comunicano fermezza e autorità in formole e frasi. Incerti nell'animo finché non le hanno trovate, dopo non se ne staccano più, quasi avvertiti che solo in quelle sanno essere risoluti e fermi; onde è facile inculcargliele senza parere, e poi si può riposarcisi. Il Folicaldi era insomma un di quegli uomini cosiddetti "tutti d'un pezzo",. Irremovibili a prenderli di petto, ma ignari di che piccola leva o curro basti a muoverli e a volgerli di qua e di là. Non importa aggiungere che il genere abbonda proprio fra i più ambiziosi e men capaci d'autorità vera, dato che l'uomo ostenta le virtù che non ha. Il Folicaldi faceva l'uomo forte, e si credeva, non avendone altro che il piglio, il motto e il cipiglio, e l'illusione. E la risposta gliel'aveva suggerita l'Alpi alcuni giorni prima d'aggredire il Vèrgoli.Infatti gli aveva parlato della richiesta; e fra gli scrupoli del rigido amministratore, quale onestamente era e voleva essere, fra le sue convinzioni d’austriacante, tirato fra un timore e l’altro: di dispiacere alle autorità austriache e a quelle di Roma, sia rifiutando che aderendo alla rìchiesta; il Folicaldi era rimasto perplesso in dubbio. Allora l’Alpi aveva umiliato a Sua Eccellenza un subordinato parere: che al generale barone Pasquattini qualcosa bisognava pure rispondere, almeno per dovere di cortesia.- Quest'è certo, - aveva detto il Folicaldi; - non se ne discute nemmeno.- Allora debbo rispondere di no, alle benemerite truppe imperialregie, che languono in tale penuria, com'è quella di cui mi scrive il barone Pasquattini?- Ci hanno salvati - disse il Folicaldi con formola prediletta, o anzi fondamentale, - dall'anarchia e dalla rivoluzione!- Questo non si discute nemmeno, ma d'altra parte l’estrazione dei grani è vietata espressamente dal venerato editto del 27 di luglio del 1853, e io l'ho da sapere meglio d’ogni altro per dovere del mio ufficio.- La legge è la legge, - sentenziò il Folicaldi.- E se gli austriaci si rivolgono a Roma direttamente? - Lasciamo che si rivolgano a Roma direttamente! - esclamò il Folicaldi, come liberato da un peso.- Senza risposta da parte della delegazione? Il general barone Pasquattini si lagnerà per lo meno d'una mancanza di riguardo, dato che intanto ha scritto a noi.- Anche questo è certo. Potremmo rispondere, - disse il delegato daccapo perplesso, - che il caso non è di nostra spettanza, e far ciò presente anche a Roma in segreteria.- Ma Sua Eminenza il cardinal segretario di stato, dal quale emana l'editto, potrebbe dire a Vostra Eccellenza... - "Che violare la legge non spetta a nessuno" - continuò il Follicaldi. - E meno a chi l'ha fatta, - rincalzò l'Alpi.- E meno a chi l'ha fatta, - echeggiò grave e pensoso il delegato apostolico.- Vostra Eccellenza, me l'ha tolto di bocca, quantunque con più concettosità e concinnità.- Certo, - disse il Folicaldi, - io non sono e non fui mai uomo da farmi ricordare i principio fondamentali del governo e dell'onoratezza.- Certissimo, - disse quell'altro, dall'arte fina, - tanto che io ardisco umiliare un secondo parere a Vostra Eccellenza, e mi lusingo che il suo acume non abbia a disprezzarlo, sempre subordinandolo all'eccelsa autorità sua.- Sentiamolo, - accondiscese il Folicaldi, che alle formole di ossequio teneva molto, senza sospetto d'addormentarcisi lusinghevolmente; - sentiamo, - ripeté, prendendo tabacco, con un'accondiscendenza da cui trapelava l'avidità dell'uomo incerto, a cui vien promessa la via di uscita dalle perplessità; - sentiamo, signor soprintendente, - e al terzo "sentiamo", starnuti e s'accomodò sul seggiolone.- Il general barone Pasquattini, che mi onora della sua amicizia, ha scritto a me come amico, perché ha compreso, e s'è fatto riguardo, non esser richiesta, la sua, da rivolgere alla venerata autorità delegatizia, suprema custode delle leggi.- Delicatamente, - disse il Folicaldi, inghiottendo con soddisfazione un po' di saliva, chè a delicatezza non l'abituavano di solito gli austriaci tutori.- Doverosamente. Tutti sanno chi è Vostra Eccellenza e il suo rigore nella tutela della legge. Soltanto per prudenza politica, e perché non ho segreto con Vostra Eccellenza, io le ho comunicata la richiesta del general barone. - Lei ha fatto bene e fa bene a non aver segreti.- Ma ora, - riprese l'Alpi, ringraziando dell'approvazione con un breve inchinar del capo, dignitoso e ossequioso, - ora che Vostra Eccellenza è al corrente della richiesta, ardisco opinare che essa sia di natura tale, che Vostra Eccellenza non vuoi saperne niente.- Non debbo saperne, - appoggiò il Folicaldi fortemente, con un sospiro di sollievo, a cui seguì un'aspirazione robusta, orgogliosa.- Non vuole e non deve, - disse l'Alpi col fare un po' trasognato di chi riscopre e rimedita e riconferma coll'animo una verità inoppugnabile, che altri gli ha palesata ed offerta. Conosceva maturo il Folicaldi, e che non si sarebbe più dipartito da quella sentenza:- Non voglio e non debbo saperne.Nota n. 10 Pag. 182 Il prete Valmora:
E il prete venne di lì a poco, quale, e peggiore, l'aveva raccomandato l'Alpi. Era un furfante tonsurato, lordo d'ogni vizio, arnese di spionaggi e di soprusi, avanzo dei tempi torbidi, già torbido sanfedista, poi liberale torbidissimo, adesso ridotto dalla fame a vendersi per pochi spiccioli. All'Alpi, che lo proteggeva e sfamava, non era per negar nulla. Si chiamava l'abate Valmora; vestiva " di corto ", portava bastone animato; era sporco d'una sporcizia che serviva d'insegna alla sua pravità: argomento di scherno e di lazzi per chi lo nutriva, pitocco parassita, egli la imponeva, fetida ed esosa, a chi era costretto a temerlo ed a subirlo prepotente ricattatore.
Nota n. 11 Pag. 185 Lo sposalizio di Cecilia:
Cecilia aveva passati quei due giorni in uno stupore attonito senza rendersi conto di quel ch'era accaduto, né del rimanente che stava per accadere, e senza desiderare di tornare alla Guarda e al suo mulino, in uno stanco abbandono, più istupidito che rassegnato. Inoltre la zia le attorno con lezi e carezze, prodigandole insegnamenti opportuni alla consumazione del matrimonio, che la confondevan di vergogna. Fu così che la terza sera la sposina, come la vezzeggiava la zia, si trovò presso che senz'addarsene nel letto matrimoniale, guidata e spogliata dalla sapiente Argia, che prima di condurvela, lungo la cena sapida di vivande calorose, l'aveva scaldata mischiando vini diversi e squisiti, a cui Cecilia non era avvezza, e che l'avevano stordita. Subito che l'ebbe messa a letto, l'Argia introdusse in camera Coniglio mannaro, al quale aveva consigliato d’azzimarsi per l'occasione e di darsi del profumo. Gli raccomandò a bassa voce, officiosamente: - Va' e sappi fare. Poi gli chiuse l’uscio alle spalle, dietro il quale rimase ad origliare, piena di meretricia tenerezza.
Nota n. 12 Pag. 187 Le reazioni di padron Lazzaro e di Dosolina (per la serie "Tutto il mondo è paese"):
Chi non si rassegnò al matrimonio, chi fece grida e meraviglie e scalpore, furono padron Lazzaro e Dosolina, d'accordo per opposte ragioni: ché il primo risentì quella gelosia che ai padri affezionato ispirano le figlie, e per la quale, quand'esse s'innamorano, a loro pare in certo qual modo d'essere traditi; Dosolina, che non aveva mai avuta in grazia Cecilia Rei, la sopportò di malanimo nuora, e nuora alla quale non poteva sperar d'imporsi minimamente. Ma se Lazzaro ce l'aveva con Cecilia per essersi sprecata con una "mezza cartuccia" e un tristanzuolo, Dosolina ce l'aveva con Peppino per essersi sprecato con una "zingara" e "testa bizzarra". Così dunque i due vecchi sapevano che non sarebbero andati d'accordo, mentre avevan bisogno di dare sfogo al peso dell'animo. Ed ecco padron Lazzaro deplorare il modo e il precipizio di un matrimonio da scervellati, da teste bizzarre veramente, senza dare un avviso non che prender consiglio, da far malignare la gente che si fosse dovuto fare per aggiustare uno sproposito.- E magari - insinuava Dosolina a questo punto lo sproposito era stato fatto davvero...Avrebbe soggiunto: chi sa con chi e con quanti, se padron Lazzaro l'avesse lasciata andare innanzi:- Questo, Dosolina, non ve lo lascio dire: testa bizzarra era, e non la credevo: l'ha mostrato coi fatti; però, onesta, non ammetto dubbi, onesta e netta come la faccia d'uno specchio!- Ma Peppìno, - ripiegava lei, - il nostro Peppino, che mi pare ancora d'averlo e di vederlo bambino, così buono, Peppino averci ingannati a questo modo, con tanta industria! Quello ha più anime della cipolla.
Nota n. 13 Pag. 215 Il banchetto bestiale:
Arrivata la compagnia sull'imbrunire, si preparavano lo stomaco con qualche bicchiere di vino bianco secco. Poi si misero a tavola: in capo, ai lati del signor Vèrgoli, l'Alpi e il Salvi; e gli altri lungo la tavola; in fondo si insediò il Valmora, solingo nel lezzo della sucida persona, già oggetto di scherni e di ingegnosi paragoni da parte del sovrintendente e del Salvi, che per altro eccettuavano, nel farli, il porco, perché lo dicevano troppo pulito in confronto suo. E fin a quel punto la torma degli invitati se n'era stata piuttosto quatta, non senza impaccio, discorrendo del più e del meno in crocchio, e del colera che in quei giorni faceva terrore; i più tacendo col bicchiere del vin bianco in mano. Ma seduti che furono, tacquero tutti insieme, chinando il grugno e appuntando il grifo, secondo che tenevan più del ciacco o del rapace nell'indole e nelle fattezze, sulle scodelle colme da traboccare di cappelletti in brodo, recate dai garzoni della casa, che nel metterle in tavola vi bagnavan dentro il pollice senza riguardi. Il servizio mancava di finezza, ma il brodo era fragrante, e il ripieno dei cappelletti, di carne e droghe, saporoso: il bramoso silenzio dei commensali fu rotto solo dal rumore che facevano nel sorbire le cucchiaiate di minestra e nel succhiarsi le labbra e i baffì, con sospiri d'ingorda soddisfazione. E anche l'Alpi, che aveva maggior uso di creanza, si compiaceva di licenziarla. Quattro gran zuppiere in tavola eran pronte per chi volesse replicare la vivanda, e furono vuotate; dopo di che, venne un pasticcio di fegatelli e di piccioni, annegato in un intingolo di burro, poiché in tutto aveva da mostrarsi la profusione del padron di casa. Intingevano pezzi di pane nell'intingolo odoroso di salvia e rosmarino, e li recavano alle labbra unte con dita stillanti, benché il Valmora avvertisse di non guastarsi col pane l'appetito per il rimanente, e che rischiavano d'offendere il padron di casa, col mostrar di dubitare che la cena fosse per finir lì:- Abbiate creanza, - gridava a bocca piena; e: - Senza pane! - intimava: ma quelli s'eran tenuti digiuni da ventiquattr'ore, e qualcuno s'era anche purgato, sicché i primi cibi destavano fieri stimoli.Cominciavano appena a scambiare qualche parola; e vennero le teglie dei polli alla cacciatora; e schidionate di pollastri arrostiti, e pollastrini novelli al ferri: per tutti i gusti.- Mangiate senza paura, - esortava il signor Pietro che per la servitù ce n'è in cucina.I servitori appoggiarono rumorosamente cotesta assicurazione, dicendo di sì, che ce n'era d'avanzo; e finite le portate del pollame, un gran vassoio d'insalata, uno di spinaci, e verdure cotte, diedero sospetto che il desinare volgesse di già alla fine; e pareva avara e prematura.Eran soltanto, quelle verdure, per ravvivare e allenare lo stomaco, prima delle carni in umido: spezzatino di vitello, e stufato, e braciole in tegame e ai ferri. Un enorme arrosto di bue fu quindi accolto da un plaudente clamore, e trinciato dal signor Pietro in tavola, vi troneggiò a disposizione di quei mangiatori senza paura. Qualcuno cominciava a sentirsi sazio, nessuno vinto.Da un pezzo era trascorsa la mezzanotte; da un pezzo s'eran messi a manducare lentamente e coscienziosamente, preparando, nel mentre che masticavano il boccone, la via e la capienza a quello che stava per seguire. E né il signor Pietro né l'Alpi eran fra i meno robusti e capaci. Il vino girava mesciuto da grandi boccali di terra, buon sangiovese d'un anno, il rude vigore del quale destava e invigoriva quegli stomaci possenti. Uno dei boccali era stato requisito dal ludro Valmora, che risparmiava l'uso del bicchiere trincando dal boccale stesso fra le risate di tutti. Era tanto grosso, che gli toccava per levarlo, di reggerlo a due mani per le prese laterali, ciò ch'egli chiamava: dare una tirata d'orecchi al boccale; ed era un ricordo di scuola, in quanto diceva d'aver avuto un sapiente maestro, da ragazzo, che dava tirate d'orecchi a cotesto modo, con ambe le mani. I più dei convitati, essendo analfabeti, lo guardavano con rispetto misto a disprezzo, com'è degli ignoranti denarosi di fronte ai letterati in miseria. I discorsi, torno torno la tavola, erano facezie grasse, che facevan ridere a lungo e clamorosamente.Dopo l'arrosto, vennero dei sedani, rarità per la stagione, a stuzzicare l'appetito, rinfrescandolo, ad aggradire la portata delle "salame da sugo" fumanti e gravide di umore. Con questa prelíbatezza, l'alba cominciò a sbiancare le finestre; ed eran pieni tutti, e la cena era stata degna veramente della splendidezza padronale. Ma l'usanza esigeva che il convitante, avuta vittoria sui convitati, la celebrasse, la esaltasse, quasi a tripudio, col fasto e lo scherno, non che della profusione, dello spreco. Ecco, poiché non bastavan sazi ma dovevan finire schifati, ecco enormi teglie di capretto al forno con patate, e piccioni arrosto e galline faraone: fecero il giro della tavola e furono riportate intatte in cucina, ché davvero nessuno ne poteva più, e ciondolavano grevi, con gli occhi strambuzzati e fuori della testa, mentre i servitori li incitavano a prendere, a farsi onore, a non cederla alle lautezze del signor Pietro, schernendoli debolucci di stomaco. Sorseggiavano bianca albana gelata in cantimplore colla neve dentro, ché il signor Pietro aveva in giardino la gran ghiacciaia, da serbar la neve fino all'autunno. Pure s'indolcirono la bocca con una zuppa dolce bagnata nell'alchermes; e certe bottiglie di rum li ridussero imbambolati del tutto, e inebetiti, o sconciamente addormentati colla testa sulla tavola.Nota n. 14 Pag. 228 Coniglio mannaro è peggio del colera:
Instancabile, più attivo e più accanito che mai, andava di paese in paese, di casa in casa, a fare incetta di piccole e grosse partite di grano del raccolto nuovo. Pareva che le sentisse al fiuto, anche nascoste da chi non le voleva vendere, come il cane da tartufi: la gente preferiva dire come il porco. E proprio fiutoso e fremente girava le assolate campagne flagellate dal morbo, visitava le famiglie visitate dalla morte; e non curava più di nascondere l'avidità sotto la finta noncuranza dell'abile negoziatore. Aggrediva con una specie di furia, spaventava la gente col calo dei prezzi, prometteva di tornare a offrire la metà, un terzo, un quarto; puntava sulle miserie, sui debiti, sulle angustie che conosceva d'ognuno per il sottile; non si peritava di dire a padri, che mietevano col dolore nell'animo di figli morti magari da poche ore; a figli che trebbiavano orfani da un giorno; a vedove rimaste sprovvedute e sole, non si peritava di dire che la moria diminuiva le braccia e rincarava la mano d'opera, e spargeva la miseria in paese; e che dunque facesser conto di esser falliti e rovinati, se non gli vendevano il grano.- Ecco l’alleato del colera, - diceva la gente vedendo arrivare il suo cavallo per le strade lunghe e polverose, nelle campagne dove la canapa verde spandeva il suo aromatico e squisito sentore; o quando l’incontravano sui sentieri, o lo vedevano spuntare sull’aia.Nota n. 15 Pag. 230 Il lamento della povera gente:
In verità, in cotesti ultimi tempi difficili assai, animosità ed astio covavan davvero fra quella parte della popolazione, fra gli operai giornalieri dei lavori di sterro, sempre stata numerosa nel ferrarese e pagata male e angariata dai debiti del fitto e sulla bottega; sempre randagia qua e là, dove la chiamavano i lavori; sempre incerta del domani, e non di rado misera e disoccupata. Costoro non partecipavan per niente, fra Ro e la Guarda, ai sentimenti di quelli che ricevevano beneficio dalla ricchezza e dall'attività del signor Pietro, di "colui del Vanghetta", del nipote d'uno ch'era stato come loro un misero giornaliero. Essi avevan sofferto e soffrivano molto del caro del pane; e veramente, per i loro salari, il pane era sempre caro. Attribuivano questo agli incettatori e a chi mandava il grano di là dal Po per ingordigia di guadagno. Il fornaio, il bottegaio, Coniglio mannaro, il signor Pietro, per loro eran tutti esosi usurai e affamatori. Rassegnati di solito, perché dicevano fu sempre così, la carestia li irritava in quei giorni, sordamente, e non si peritavano di dirglielo in faccia, allo Scacerni:- La gente come voi, Coniglio mannaro, a parlar pulito, meriterebbe la forca. Invece tocca a noi la forca, quando che ci venisse la pazzia di chiedere un po' più di pane e di giustizia. Tant'è vero, che il governo proibisce la vendita dei grani in oltrepò, perché di qua non venga la fame, e voi lo sapete bene, Coniglio mannaro, com'è ubbidito! Ditelo voi, Coniglio mannaro, che potete dirlo! Chi non sa, chi non vede il va e vieni di tante barche da mare al dazio della Guarda? A chi volete darla da intendere? A chi vuol crederci, perché ci s'ingrassa, come quei carognoni della finanza! E intanto il pane rincara, e a noi rimane la risorsa di stringere la cinghia delle brache. Quanto al companatico, San Giovanni Battista nel deserto trovò delle cavallette: noialtri nemmeno di quelle! E il governo non sa, o non può, o non vuole: è l'andar del mondo! Ci sarebbe bene il papa, ma come ci arriviamo, noi poveretti, a farei sentire dal papa? E che cosa gli danno da intendere al papa quelli che gli stanno intorno, perché non possa e non sappia neanche lui? Se gli potessimo far vedere come stiamo, il papa farebbe giustizia, e sarebbe un gran giorno, perché è la gran brutta stirpe di gente, quella come voi, Coniglio mannaro; peggiore, ma di molto, dei ladri e malandrini da strada. Infatti, quelli rubano a chi ne ha; ma la stirpe vostra ha trovato la maniera di rubare anche a chi non ne ha: sulla fame, Coniglio mannaro, sul sangue dei poveretti! E siete ben peggio degli usurai; e l'è la più brutta delle eresie questo vostro trovato: peggiore del colera siete, che è onesto, e tocca a chi tocca, e poi si finisce di stentare. Ma voialtri ci tenete in vita per succhiarci il sangue, brutte mignatte della malora!Nota n. 16 Pag. 267 Bucolica:
L'ultima rifinitura poi, nella quale si scorgeva la sottigliezza di un'arte e esperienza di secoli, stava dandola il reggitore della famiglia, l'anziano, che ripassava attento e leggiero, in punta di vanga, le scoline. Striavano queste, rete varia e capricciosa dietro infinite vene d'acqua da seguire o attrarre o respingere, da arginare e da raccogliere; striavano le fette di quel grigio, forte e fertile limo di Po, che ormai era pronto, assestato, sminuzzato delicatamente; e odorava d'un sottile sentore di terra asciutta. Il contadino aveva l'arte avita di riconoscere a palmo a palmo, da un colore della zolla, da un filo d'erba vegetata, quasi al fiuto, i più lievi indizi dei minimi tratti dove affiorava acqua interna, o dove ristagnava la piovana a far pozza, con danno futuro del frumento e della canapa. Sulla traccia di tali indizi, apriva colla vanga piccoli solchi, rigagnoli, e meno che rigagnoli, lievi ed accorti inviti all'acqua delle pioggie autunnali e delle nevi invernali e degli acquazzoni primaverili, che fluisse alle scoline, ai fossatelli ed ai fossi. Egli era di quelli che sapevano, per antica scienza istintiva, aprire e mantenere senz'aiuto di strumenti un declivio di pochi pollici in un solco centinaia di passi lungo. Era l'ultima rifinitura delle terre, dunque, innanzi d'aprir la bocca al sacco delle sementi scelte; innanzi di tornarvi sopra per l'ultima volta a spargerle col gesto largo e regolato del seminatore in testa alla fila di lavoranti, uomini, donne, ragazzi, che, zappettando e rastrellando con mano leggiera, ricoprivano il seme, sotterravano, a che rigermogliasse, la speranza dell'annata. Finalmente, su ogni fetta seminata veniva piantata una croce di legno o di stelo di canapa, benedetta dal prete.
Nota n. 17 Pag. 281 La stagionata peccatrice:
La stagionata peccatrice, che non aveva più rivista Cecilia dopo gli sponsali consumati in casa sua, e poco anche il nipote, avrebbe voluto fare la sostenuta; ma la notizia di Peppino imprigionato la turbò, per quell'affetto misto di soggezione che nutriva verso di lui. Smarrita, diceva confusamente:- Ma che cosa mi dici? Non occorreva che ti disturbassi colle frutta.... Che cosa si fa ora? Io domanderei soltanto che Peppino e tu mi voleste un po' più di bene... Siamo dunque al terzo, eh; che il Signore ti benedica? – e così dicendo indicava il ventre rotondo di Cecilia. – E’ una consolazione almeno, ma quello lì nasce in brutta ora, col padre in carcere! Misericordia! E noi due, povere donne, in un disastro di questa fatta! Dove sbatto la testa adesso io per trovare aiuto?Stava coi paniere della frutta in mano, e si rigirava smarrita, così che poteva parere che l'imbarazzo fosse tutto di non saper dove posarlo.- Mettetevi quieta, zia.- Fai presto a dirlo, tu; ma io ho un cuore più sensibile.- Capisco: siete cittadina.- Ma si sa almeno di che cosa l'accusano? - domandò, posando finalmente in terra il cesto; e poi, quasi davvero fosse compiuto il più difficile, abbandonò la persona in una poltrona soffice ed ampia, con ampio sospiro.Nota n. 18 Pag. 303 Le belle gambe di Cecilia:
E glielo disse amorevolmente e filiale, ma in tono di comando. Poi, senz'esitare, la franca donna si scalzò degli zoccoli di mugnaia, impugnò la sottana e l'alzò fin oltre il ginocchio schietto e lucente, snudò gambe nervose ed agili e robuste, un po' inflesse con garbo caprigno, e, per dir tutto, degne dell'estro amoroso e canoro di un buon pastore della pastorale antica. occorre aggiungere che ai tempi di Cecilia era raro veder le gambe nude alle donne? 1 due garzonacci le fissavano con tanto d'occhi. onde lo Schiavetto sentì il morso d'una gelosia tardiva, e sgridò inviperito:- Al lavoro, carognoni!Lei prese la rincorsa, tre passi sull'andialetto, e balzò, cogliendo il tempo, con piede leggiero e marino, sul San Michele flottante.Nota n. 19 Pag. 304 La forza dei deboli:
- Misericordia di Dio! Non l'ho mai visto crescere a questo modo. Anime sante del purgatorio, aiutateci voi! Ed ecco, chiedendoci noi che cosa sia la religione cristiana, pensando a costoro sul tremendo fiume, e a quell'invocazione, si potrebbe rispondere che da essa religione fu infusa e avvivata nello spirito dell'uomo una fede nella pietà divina, proprio in quel che angustiava per contro i pagani nel terrore di quell'astio, da cui pare irritata nelle sue furie la natura; e lo chiamavano fato, o anche invidia degli ingannevoli dei. Davvero che il Po era da non potersene sostenere la vista senza soggettarsi al terrore d'una volontà immane e maligna.
Nota n. 20 Pag. 323 Sulla gente di Romagna:
Ad altre regioni più ricche giovava la rinascita economica, ed arricchivano; altre più povere, o affatto miserabili, prendevano il partito eroico e disperato dell'emigrazione: questa terra emiliana e ferrarese, né abbastanza doviziosa, né, se fosse lecito ed umano esprimersi cosi, abbastanza povera, era la più veramente disagiata; quanto dire, la più agitata ed appassionata. Così, anche le turbolenze e le ribellioni non vi furono dissennati furori della miseria nera, e nemmeno pacifici progressi d'un corpo sociale in prospero assetto: più calde di questi, ebber più di saggezza e d'intelletto razionale, che non quelli. Epperò in quella storia economica v'è tanta e così piena umanità, o lettore, forse un poco sconcertato, quando, fuori delle maniere consuete ai racconti romanzeschi, e nei modi più rigorosi consentiti dalle mie forze, m'inoltro a tentar d'illustrare il paese circostante.
Nota n. 21 Pag. 324 Il magistero dei preti:
.. e le critiche, e nei comizi e nella propaganda e nei discorsi spiccioli, erano aspre e querimoniose, chè il popolo minuto, specie nelle campagne, restava fedele alla religione e ai preti, e questi, con un’acredine e con mezzi non degni del loro ministero, denigravano e avversavano il governo sacrilego e rapinatore di beni ecclesiastici, il governo d'un re scomunicato per aver messe le mani nel patrimonio delle sante chiavi; spaurivano i timorati e istigavano le donne, soffìavano in ogni ragione giustificata o no dì malcontento; anche si prestavano a consigliare le frodi per mezzo delle quali il contribuente cercava d'eludere il fisco e il coscritto la leva.
Nota n. 22 Pag. 335 Ancora su Coniglio mannaro:
Così s’era aggiunta fama di feroce reazionario a quella che già godeva d'esoso, di affamatore e di nemico del popolo; ma troppi avevan bisogno di lui per vendergli il grano, per ottenere un respiro o un anticipo, chè egli era oramai il più grosso mercante di campagna in quei dintorni. Cosicchè l'astio se lo tenevan per sè, e s'accontentavano di godere a vederlo arrabbiato, che schiumava.
Nota n. 23 Pag. 335 Lazzarino:
Lazzarino, al principio d'estate del '66, compiva undici anni, ed era sveglio e di pronto ingegno, precocissimo fin da bambino, e riflessivo, assennato, attento. Coll'aiuto di suo padre aveva imparato a leggere e a scrivere; sui mulini, Schiavetto giurava che il mestiere non aveva più segreti per Lazzarino; e Cecilia se ne compiaceva maternamente; e il ragazzo era già in grado di aiutarla. Coraggioso e robusto oltre l'età sua fin da bambino, fra gli undici e i dodici anni ebbe una cresciuta repentina straordinaria, che fece dire a chi aveva conosciuto padron Lazzaro, che il nipote voleva passarlo in forza e statura, come prometteva di pareggiarlo in ingegno e dirittura di testa e d'animo. Infatti certi zoccoli rimasti sul solarino del San Michele, stati buoni soltanto per i piedi di padron Lazzaro, si adattavano già quasi al suoi; e gli abiti del nonno, tirati fuori dalla cassa dov’eran custoditi, gli stavan larghi, sì; ma per lunghezza di gambe e per ampiezza di spalle, fra lo stupore generale, gli eran quasi giusti, lascia passare un paio d'anni e anche meno, se continuava a crescere così.Il ragazzo, quel giorno della prova, si vergognava un poco, quasi come d'uno sproposito, di quella gran corporatura cresciuta così d'un tratto; perché poi era semplice, schietto, un po' ritroso, con una vena d'ingenuità sensibile e fresca e buona e generosa, che unendosi all'allegria della sua età ed al precoce criterio giudizioso, gli accattivava la stima e la simpatia d'ognuno: dei compagni di giuochi, fra i quali era considerato con quella specie d'adorazione che i ragazzi provano per chi fra loro primeggia per forza e bontà unite; dei conoscenti, del paese, dove capitava spesso col padre, che se lo portava con sè tutte le volte che poteva. E a lui piaceva di guidare il cavallo focoso, su cui sapeva già montare benissimo: era eccellente rematore, e gli piaceva di nuotare e d’attraversare il Po in mezza piena, mentre cominciava a prender pratica anche delle cose campestri, nell’ascoltar suo padre e i contadini della Ca' Morgosa e dell’Antonella. Dell’affetto della madre non accade dire; ma quell’arida, perniciosa natura di suo padre, lo amava d'un amore sviscerato, che teneva del facinoroso e dell'efferato, con un'intensità perfino dolorosa, sì perchè essendogli preclusa ogni manifestazione di palese tenerezza, questa dentro ingrossava; e sì forse perchè la natura gli faceva la grazia di riscattarsi e di redimersi, di rivivere, tanto in meglio in quel figliuolo. Non era solo amore, ma passione e gratitudine per lui, per la natura, per il Signore, al quale Coniglio mannaro aveva imparato pregare novellamente, chiedendogli sempre e soltanto di proteggere Lazzarino e di fargli tutte le grazie.Nota n. 24 Pag. 344 Le colpe dei padri ricadono sui figli:
E siccome lui non potevano ferirlo, perché aveva la coscienza foderata d'un osso più duro che la testuggine, alcuni dei più astiosi incrudirono sul figlio, vilmente, con quella tristissima. sporchissima viltà anonima e collegiale dell'uomo in numero, in folla, in corpo, dove tutti s'adoperano alla perfidia, senza che se l'assuma alcuno. Eran frizzi, allusioni malediche, discorsi in aria, presi o ripresi o continuati in presenza di Lazzarino, finché un ghigno, uno strizzar d'occhio, un toccar di gomito, un silenzio improvviso, coll'aria d'avvertire la sua presenza e d’avere riguardo e pietà, indicavano al ragazzo a chi alludessero dicendo d'un esoso e insolente incettatore, affamatore, strozzino, d'un usurpatore di certe terre truffate con ricatto al signor Pietro; a uno, cioè, del quale alla Guarda nessuno andava a dir male, a un vero benefattore del paese, che se aveva avuto dei guai colla giustizia, era roba passata, in ogni caso erano stati con quella del papa, mentre questo novello e ingordo ladro regnicolo imperversava impunito.
Nota n. 25 Pag. 355 Ma c’è sempre un colpo di ritardo, una palla persa:
Il ragazzo s'era crucciato in volto, quasi che stesse per piangere d'un' gran dolore e dispetto, di quelli che fan sorridere gli adulti.- Dove tu stai, sto io, - disse il Barabba. Ma Lazzarino di ciò parve infastidito:- Io obbedisco a lui.Così dicendo indicava l'ufficiale, che si riscosse, e, quasi lo vedesse allora, trasognato:- Oh - disse: - Quanti anni hai, tu?La fucileria li rallentava e s'allontanava, insistendo e restringendosi fra il caseggiato del borgo. Quasi in sua vece, la tristezza velata del pomeriggio autunnale, tenera e freddolosa, sfiorava le fronde, quasi a riporre pace nell'oliveto tormentato. Ma c'è sempre un colpo di ritardo, una palla persa.Con un piccolo buco rosso nel mezzo della fronte, senza un sospiro, riverso e steso a braccia aperte sul suolo, Lazzarino Scacerni pareva che volesse rispondere alla domanda affettuoso col più bello e più giovanile dei suoi sorrisi.Nota n. 26 Pag. 358 La filosofia di Coniglio mannaro:
Lo dicevano scemo di cervello, quantunque in fatto d'interesse lo conservasse intiero, e forse più acuto che mai, certamente più crudele: e non conosceva prossimo nè cristiani, nemico dì carità e di misericordia: pareva, quando gli veniva fatto di prender qualcuno al laccio del bisogno, o di raggirarlo colle furberie, o di tempestarlo di carta bollata, coi protesti, le ingiunzioni, i sequestri, il fallimento; pareva che non godesse del guadagno, tanto quanto dell'astio onde aveva pieno il cuore contro l'umanità. Si cominciava allora a sentir dire che fosse per essere abolita la prigione per debiti (che fu tolta poi nel '77): Coniglio mannaro, che bazzicava spesso in Ferrara con uomini di legge per allestire, approntare, mettere in azione armi e munizioni dell'arsenale diabolico di cui era l'artificiere, se ne indignava:- E’ peggio che dar l'impunità ai ladri, perché il ladro, per farsi dare la borsa, non si veste mica da galantuomo; sì bene, chi si fa dare denari coll'idea di non renderli.- Non tutti hanno questa idea, - gli opponevano i sensati.- Se qualcuno non l'ha da principio, la gli viene strada facendo.- Ci sono i perseguitati dalla disdetta.- E per questo ci devo andare di mezzo io?- Ma se non denaro non c’è, al creditore che serve la prigione per debitori?- A insegnargli la prudenza, ai debitori.- Cioè?- A tenersela per sé la disdetta! Se no, vi dico che scaricarne poca o tanta sugli altri, è tentazione troppo forte.- Pregate Dio, Coniglio mannaro, di non trovarvi mai in bisogno!- Faccio quel che posso, ma se mi ci trovassi mai per aver avuta pietà di un debitore moroso, chiamo io la prigione, chiamo io la forca, e dite pure che vado a mettermi al collo colle mie mani di me!Nota
n. 27 Pag. 359 Le esose tristizie di Coniglio mannaro:
E poiché lui tornava a casa talvolta, al Ponticin della Pioppa, improvvisamente, lei li lasciava soli quanto più di rado poteva, portandoli seco al mulino, che già quello era il loro vero mestiere, il buon mestiere, la salute di casa Scacerni; e non il trafficare e il tramenare e il trambustare fra matto e perverso di Coniglio mannaro. Pareva la chioccia coi pulcini attorno, e glieli levava di mano quand'egli eccedeva in crudeltà. Allora si vedeva bene che avrebbe picchiata volentieri anche lei, ma la nerboruta e risoluta donna, una volta ch'egli aveva levata la mano, gli prese il polso, e gli disse, facendogli sentire come stringeva:- Coniglio mannaro, c'è un limite anche nella mattia, e se fate un altro atto di questi, vi raddrizzo una volta per tutte il giudizio e la gobba.Con tutto ciò, accadde che tornando dal mulino, una volta egli aveva detto di star a Ferrara due giorni, Cecilia trovò l'uscio chiuso; e di dentro le giungeva un urlo e un gemito disperato e supplichevole, insieme a un rumore di schiaffi e di sculacciate somministrate da frenetico. Le si rimescolò il sangue, e bussò, scrollò la porta. Di dentro Coniglio mannaro urlava, continuando a menare:- Chi apre, l'ammazzo!- Basta, papà, basta, che muoio, udì ella gridare una delle sue bimbe.Drizzò una scala alla finestra del granaio, ch'era aperta e senz'inferriata; salì e fu dentro. Coniglio mannaro, sporco di sangue che usciva dal naso della bimba, si accaniva sul povero visetto tumefatto e sul corpicino seminudo. Interroriti, gli occhi dei fratelli e sorelle addossati al muro negli angoli semioscuri della cucina, parevan d'una covata di gufi, fatti più tondi dalla paura. Lei\ gli fu sopra; aggrappò il farsettone di maglia che involgeva il freddoloso; lo levò sù come un cane per la pelle del dorso, lo rigirò e lo prese per il petto, e lo sbattè una e due volte e tre contro l'uscio, che ogni parola sarebbe stata un di più. Si fermò, perchè i figli la chiamavano con nuovo terrore:- Mamma, mamma! Altrimenti, si dava il caso che Coniglio mannaro n'usciva malamente. Ora, mentre la madre correva a prender fra le braccia la bimba, costui, caduto a terra sulle mani e sui ginocchi, carponi contro l'uscio, ustolando come un cane, uggiolava un verso di lupo rabbioso e disperato nella notte. E certo era notte sperduta nel cervello oscurato e malandato.Da quella volta, non abitò più in casa, e allogò sè ed il cavallo in una stanza e nella stalla del boaro della Ca' Morgosa. Incontrandosi con Cecilia, si salutavano appena. Lei sostentava sè e i figliuoli col provento dei mulini. Lui continuava e peggiorava nelle sue esose tristizie, ma trasandato e trascurato, e con un disordine nuovo in teneva del mentecatto.Nota n. 28 Pag. 368 La buona lena di Coniglio mannaro:
E Coniglio mannaro, egli era bene somigliante agli avari cavillosi e predaci, al peccatori rapiti in brama e folleggianti nella commedia mondana, come sono scolpiti su quei portali di chiesa, sulla soglia della liturgia, della santità e della preghiera. Il soprannome stesso, superstizioso, derisorio e malauguroso, non derivava forse da una molto creduta, e paurosa, e molto fantasticata credenza, in illo tempore? Gli era stato imposto dalla gente, a somiglianza dei soggetti che monaci dotti di "bestiarli" e di "specchi" medioevali, suggerivano ai maestri tagliapietra; e poichè anche il nome dispone e conforma, chi sa quanto non aveva lavorato a fargli maligna e trista la vita? Affannata sempre, ed ora affranta e strana, nel mentre che, stoltiziando e superbiando, si pareva felice e sicuro tanto sul suo ricco malacquisto, e rideva e chiacchierava e sgambettava da solo.
Nota n. 29 Pag. 371 Lezione d’ecologia:
E’ anche da dire che quella piena di metà maggio, e le altre negli anni recenti, inquietavano i pratici del fiume, fra cui Cecilia, perchè più frequenti, più improvvise, più aspre, più cariche di fango e dì frascame e di legname. Ed erano indizi, questi, di ciò che si veniva dicendo anche sul basso Po, del gran danno che sui lontani monti d'Appennino veniva facendo la distruzione dei boschi: breve errore e lunga iattura, grave danno d'un guadagno nefasto e ingannevole.Gli antichi governi, infatti, e più severi i più sapienti, sulle Alpi e sull'Appennino avevano mantenuto leggi e guardie rigorose, perchè il taglio dei boschi tanto pubblici che privati non li distruggesse. Li proteggeva anche il difetto, in ciò benefico, di strade, trasporti, e commerci in montagna; li proteggeva la stessa povertà e ignoranza montanina. Il primo incremento di una vita più intensa e aperta, col nuovo Regno, fra quelle popolazioni, non che il denaro degli speculatori e il rincaro e la ricerca del legname, portò, come suole, innanzi avidità sregolata e imprudente, che non considerazione dell'utile generale, che investe il privato a non lungo andare. Il legislatore stesso aggravò e affrettò il malfatto, per una fiducia liberale e un rispetto dottrinale dei diritti del privato lasciato a sè stesso, mal collocati l'una e l'altro, abrogando le restrizioni e non provvedendo, o senza efficacia, a dare ed imporre buone regole. Fatto sta che in pochi anni fu distrutto quel che vuoi lustri e decenni ad essere rifatto: l'antico boscoso Appennino divenne tutto una frana e un tristo e sterile scoscendimento d'argille.Dicevano che se ne risentisse perfino il clima generale, fatto più instabile e meno difeso dal fastidio degli scirocchi; certo quella rovina dei monti risecchiti dalla distruzione dell'immenso serbatoio vegetale ch'è il bosco, inaridiva anche le vene segrete della pianura e l'assetava; ma si fece sentire più gravemente e subito nei fiumi, colle piene ogni anno più rabbiose e rovinose, col rovinare più e più rabbioso e licenzioso delle acque piovane e delle nevi sciolte. Si lamentava poi la gente fluviale, che la cresciuta quantità di limo disturbasse i pesci e isterilisse le loro uova, compromettendo una delle ricchezze del Po, cioè lo storione. Quel che ognuno sapeva e vedeva, e che risultava troppo provato dalle misure degli ingegneri, era Il crescere del letto e l'intasarsi delle foci e l'innalzarsi sempre maggiore delle piene sopra la guardia.L'effetto delle foci intasate, quando s'aggiungevano i venti sciroccali e levantini a contrastare in mare lo sfociar del fiume, come quelli che dominano nei periodi delle piene e le provocano colle pioggie e coi disgeli, si faceva ogni anno più sensibile anche alla Guarda. Per di più, lo specchio del fiume allargato davanti la coronella, era per restare più aperto alle burrasche e alle furie del vento d'ostro, nemico dei mugnai. Insomma, la prudenza e l'istinto consigliavano a Cecilia di stare ancora a vedere come si mettevan le cose, per quanto la piarda, dove s'era ritirata provvisoriamente, fosse scomoda da raggiungere e scarsa d'acqua.Nota n. 30 Pag. 393 La pioggia:
- Starà poco - diceva - a piovere anche qua: laggiù ci batte di già una pioggia spessa e sottile, di quelle che entrano nelle ossa. Mancava anche questa! E vi so dire che la povera gente è tutta nel "pacciugo", e sembra impastata insieme alla mota.Il giorno della rotta c'era il sole; ma la trista promessa dell'alba si avverava in uno di quei rivolgimenti della stagione, per cui a volte il mese di giugno s'affligge in malpunto, rigido e maligno, e annebbia e arrugginisce il grano, cui fa mancare il sole più necessario. Mancava sugli sventurati anche la pioggia! E la promessa si avverava in peggio, di minuto in minuto, con folate di vento diverse e da più parti, sciroccali e afose a volte, più spesso boreali e gelide, che adunavano e tramutavan qua e là nubi acquidose, e piovaschi, e nembi violenti. Malignamente raggelava l’aria fatta plumbea; e innanzi d'aver tempo di dire che in qualche posto non lontano è venuta tempesta, già grandinava mista a pioggia grossa e rabbiosa, anche lì alla piarda di Cecilia. Un rovescio seguì all'altro, continuando pioggia spessa fra l'uno e l'altro, senza speranza di sole, nè di salute per la malsalva moltitudine, scorata e perseguitata da tanta ira di Dio. Vento e pioggia spegnevan gli stenti fuochi, dov'eran riusciti ad accenderli. Si cacciavano al riparo sotto i carri, sotto qualche telo, sotto frascati subito pregni e stillanti: ma che ripari erano?Nota n. 31 Pag. 393 Furia della Natura, Castigo Divino:
Refluì e scrosciò tutta, con nuovo mugghìo, a ritroso; e corse lungo l’esterno della coronella, radendola; avida e feroce corse sulle sue terre, sulle terre sue, di Coniglio mannaro.
Nota n. 32 Pag. 394 Il gentile dottor Lupacchioli e l’energica consorte:
- Il dottor Lupacchioli, - soggiunse lo Schiavetto; - e vi so dire che quello è brav'uomo. Figuratevi, padrona, - continuava, come sentisse anche lui bisogno di divagare il discorso, - che stanotte gli è morta la figlia unica, che era tutto il suo bene: gli ha chiusi gli occhi, alla poverina, e senza darsi tempo di piangere, s'è messo in barca sulle campagne sott'acqua, a salvar gente, a curar ferite, a portar pane e medicine. E così fa sua moglie, perchè son molti i pericolati, e a tanti è venuta la febbre, tra lo spavento d'un disastro compagno e gli stenti che patiscono. Brava donna anche sua moglie, e lo fa vedere adesso, anche se è strana in certe cose; e lo fa vedere anche a quelli che han trovato da ridire perchè non ha peli sulla lingua e quando s'arrabbia non la manda a dire; e perchè ha dei modi più da uomo che da donna, come quello di fumare il sigaro.
Nota n. 33 Pag. 397 I metodi della signora:
Subito dopo, la Lupacchioli aggredì il parroco, buon prete dimesso e di non molta levatura, che faceva rintoccare le campane per invitare i fedeli a supplicare misericordia dal cielo. L'accusò di contribuire a scoraggiar la gente, e con tal violenza, che quegli:- Dovreste pensare, - aveva detto, duramente, - signora mia, che stamani questa campana suonerà anche a morto, e per chi!- E’ un momento di darsi d'attorno, questo, non di stare a frignare e di cantar le litanie! E che campana volete suonare, se non ci sarà modo neanche di seppellirla, la mia povera figliuola? Queste vostre zucche fedeli non hanno pensato nemmeno a alzar da terra il piano del cimitero, sicchè è sott'acqua.- Si prega per l'anima, se non lo sapete; e queste parole vostre sanno di brutale idolatria, - aveva risposto il prete alla materialista.- Appena sarà calata l'acqua, - aveva continuato lei, ridurremo la chiesa a ricovero e ospedale; così sarà utile a qualcosa, finalmente, la santa bottega!- Bestemmia! Impudenza diabolica! Vorrò vedere chi si azzarda!- La faremo requisire colla forza della legge e delle armi.Nota n. 34 Pag. 399 Ancora sulla predetta (e sull’impazzimento di Coniglio mannaro):
- Screanzato villanzone, - tuonò la nuova alienista, compromessa nella sua autorità terapeutica, - mangiapane a tradimento, allievo della forca, come ti permetti di ridere?- Io faccio... - rispose tra uno stranguglione di riso e l'altro quel trascurataccio, - io rido quanto mi pare... e... e verrò da lei... il giorno che sarò matto, verrò da lei a farmi curare.- Via di qua, feccia di farabutto!Passò costui sul Paneperso, ma ogni tanto lo si sentiva ripreso dal ridere; e come la Lupacchioli, affettando sdegno di curarsene oltre, si riapplicò ad imporsi all'alienato, la scena divenne grandiosa e grottesca. Urlava il matto; urlava lei; fissandosi l'un l'altra con occhi feroci. Uno intramezzava nell'urlo ferino le più atroci e laide sozzure ingiuriose; l'altra, per dominarlo, quando non bastavano ingiunzioni, sfoderava insulti e minaccie, e dalle parole trapassava alle grida ed agli urli, per superarli. Il matto si squassava nei suoi legami, digrignava, azzannava l'aria, non potendo la sua persecutrice, sbattendo dente con dente a guisa di cane; lei, ritta colle mani sui fianchi, aitante, ossuta e vigorosa, fulminava, cavando dai polmoni e dalla gola, ch'era di ferro, un fiato e una voce da bastare a manovrare diecimila soldati in campo di Marte. Si spossò prima il matto dichiarato; e davvero sembrò saviezza la sua, quando si rilasciò, richiuse gli occhi, e riprese a mugolare per conto proprio.- Adesso bisogna portarlo al manicomio, - disse lei soddisfatta e fresca di voce.Nota n. 35 Pag. 410 I nuovi italiani e la politica:
Sazia e fastidita dei regimi paterni, la quiete peninsulare durata dalla pace d'Aquisgrana, e cui la meteora napoleonica e la cometa quarantottesca avevano mutata in servitù penosa e riottosa, era finita, mettendo gli italiani in possesso delle libertà politiche e degli istituti costituzionali, per i più di loro improvvise e non richiesti. E versavano ora nelle polemiche di partito, con un'intemperanza che mischiava l'ebbrezza della novità con quella del successo, lo spirito fazioso delle vecchie sette male superstiti al Risorgimento, con quello variamente facinoroso e guasto delle antiche conventicole e clientele. Insomma, si oscurava e si corrompeva in quelle polemiche la coscienza che il fondamento della libertà sta nella disciplina e nel rispetto delle istituzioni, e nella tradizione. Parlo degli italiani coltivati e provveduti, delle classi che con adulazione di sè medesime si chiamarono dirigenti, alle quali la legge elettorale vigente restringeva, col suffragio, l'esercizio, che fu piuttosto uno sperpero, della libertà politica e del governo. Nuovi venuti, costoro tradizione di governo non potevano avere; ma nel complesso fu fatto da essi il contrario di ciò che sarebbe occorso a fondarla, principalmente con quell'intrusione confusa e confondente, esorbitante, della politica in ogni cosa. Col pretesto specioso e sedizioso dei principii dottrinali invocati a torto e a ragione, risorgeva e si perpetuava l'antico male dello spirito di parte, se men feroce negli atti, più licenzioso nella dissipazione delle parole.Una tradizione, l'aveva il popolo semplice, povero e illetterato: in primo luogo nella religione cattolica, da cui derivava la morale e il giudizio sul mondo; tradizione gravata di una grave esperienza quotidiana e secolare, raffinata e affaticata dall'eredità civile antica, come n latino, per fare un paragone, affina ed affatica l'italiano. Ed ora religione e morale popolare, nel dissidio violento e più eluso che risolto fra la Chiesa e lo stato, diventavano un elemento quasi sedizioso. Chiuso nel tradizionale giudicato del cristianesimo sul mondo, il popolo dalla giostra dei partiti politici si appartava, fra corrucciato e infastidito. Anzi, soltanto nel corruccio principiava a conoscerli ed a parteciparvi, in dissestati, gravosi e carestosi. Che se allo stato non mancò salda e vigorosa e dura capacità d'imporre i sacrifici necessari al suo assetto, per allora risaltavano sopra tutto, unici veramente popolari, i sacrifici, che furono davvero eroici, sotto la scabra e rugosa specie del bilancio da pareggiare e dei debiti da pagare, ingenti, e della povertà da affrontare. Lo stato, al minuto popolo, alla gran maggioranza plebea, s'imponeva tanto ricco d'autorità legale quanto scarso d'autorità morale; più rigoroso che persuasivo; e anche questa era un'esperienza da fare.Nota n. 36 Pag. 414 La paltelata (concione progressista):
- Non dico questo, - obbiettò Il Filopanti. - I mezzi dell'arte idraulica sono da tenere in giusta considerazione, e serviron bene, fìnchè non s'è trovato, mercè calcoli ed esperienze, qualcosa di meglio. Ed è, sia detto senza falsa modestia, la paltelata. Ma il Natalini rilutta dalle novità, perchè non gli fu insegnata a scuola; onde noi contempliamo in questo caso la pertinace e perniciosa e pervicace tenacia del principio d'autorità: la scolastica e la dogmatica in guerra colla ragione e col metodo sperimentale: l'ipse dixit opposto al "provando e riprovando". Ma noi, lasciamo l'ira ai dogmatici furiosi; noi, serbiamo serena ed equanime pazienza, quella che ci danno la ragione e la dialettica, a dimostrare, a persuadere il vero ai riluttanti. E quando non ci venga conseguito, al furore e alla tirannia delle antiche e nuove Inquisizioni, opponiamo, o signori, I'" Eppur si muove " della loro più illustre vittima. I buzzoni del Natalini opposti alla paltelata, sono nè più nè meno che il sistema tolemaico opposto dai domenicani al sistema copernicano; le palafitte infallibili, corrispondono alla pretesa immobilità della terra nel sistema geocentrico, come la paltelata sperimentale corrisponde alle rotazioni e rivoluzioni del sistema geocentrico. Anzi, - soggiunse fattosi più pensoso – veggo o traveggo in barlume che in cotesto Natalini si reincarni probabilmente uno di quei domenicani che condannarono il Galilei.
Nota n. 37 Pag. 415 Due ritratti:
Era costui un Toppi, ingegnere di nessun valore, e politicante iracondo e ingiurioso, che, sostenuto dal Povero, aveva sposata la causa della paltelata col furore e l'insolenza propri della sua natura. Allontanato dal luogo dei lavori dopo una lite col rigido Natalini, che gli aveva minacciato i carabinieri se fosse per rimettervi piede, criticava e imperversava alla Guarda e in Ferrara. Era basso della persona e ripieno, rosso il volto di pletorico; era in tutto corto e arricciato e grosso, il capo, il collo, il naso e il mento e gli occhi, stretti alla radice e come sepolti nelle pieghe della carne. Tacendo, rugumava; parlando, sbuffava; le parole le urlava o le grugniva; metà gli uscivano di bocca e metà gli rientravano nel naso, miste a quel suo soffiare e anelare sfiatato e rabbioso.A tale esemplare di non sereno dialettico, serena volse la faccia di galantuomo il buon Quirico: gli occhi limpidi, la fronte chiara, la bocca schietta, le guancie pacate, il mento mansueto, e il bel paio di baffi rigogliosi e brizzolati, e l'onesta zazzera, che soleva uscire abbondante e riccioluta di sotto il cappello a cilindro. E questo, e uno scialle, in cui il Filopanti s'ammantava, scozzese su fondo cenerino, e il perpetuo sigaro toscano fra le labbra, eran ormai da anni e anni i contrassegni del suo dignitoso portamento e della figura popolarissima in Bologna.Dal terzo volume "Il mulino del Po, mondo vecchio sempre nuovo"
Nota n. 38 Pag. 68 Il tifone:
A fin di luglio, che fu il mese appresso, sull'ora innanzi il crepuscolo, ed era stata una giornata d'afa gravissima stagnante, d'affanno tale che respirar soltanto era fatica, si sentì come un risucchio nell'aria greve; e si formavan nel mezzo del fiume, a valle, strane commozioni dell'acqua, che ribolliva e saltava, come se volesse levarsi. E si levò davvero a tromba turbinosa, la quale s'innalzò a ciel sereno, s'inalberò vorticando, larga al piede, sottile nello stelo, più larga e svasata nel salire, incappellata al sommo da una nuvola nera, e che si faceva più nera di momento in momento. Parve che esitasse alquanto sulla via da prendere, o che piuttosto tardasse a muoversi prima d'aver addensata la sua forza nefasta. E allora si mise a risalire il fiume magro, e pareva se lo bevesse, e sulle rive, poich'era lenta nel suo procedere, si scorgeva romper l'onda del risucchio. Madre e figli, percossi da terrore, fissavano l'orribile tromba cogli occhi sbarrati. Ma come la vide muovere e avvicinarsi, Cecilla fu colta dallo spavento che mette in fuga gli animali veloci, e i tardi imbuca davanti al turbine. Si cacciò coi figli entro la casa del San Michele, chiuse e barricò l'uscio e la finestra, e nel buio, invocando misericordia, li contava brancicando. E così stretti ed abbracciati insieme sentirono il flagello che investiva i due mulini, fischiando, ululando con la gioia feroce d'una pazzia di natura scatenata a distruggere. E mancò l'acqua alle prore fino al fondo, mentre levavano le poppe in alto, che ricaddero scrosciando, con sinistro sconquasso e frangere di legni; e la tromba aggirava, sballottava i pesanti mulini di sù, di giù, per ogni verso, sconnettendo, distruggendo, inondando; finchè tre volte li insaccò, come si usa per stivare un sacco. Poi fischiò un'altra ventata, così violenta da levar l'aria e il fiato, la quale li buttò contro la riva a catafascio, dove stettero, arenati; ma innanzi, con orrore, i disgraziati avevan sentito lo schianto e la rovina d'uno scafo investito e sfondato; l'urto li aveva fatti cadere tutti in mucchio, e, mezzi soffocati, non avevan neanche la forza di piangere e di sgrovigliarsi. Da fuori, per mille fessure sconnesse, trapelava la luce vivida e silenziosa del giorno rifatto. Giacquero così, affannosi e ammaccati, finchè Cecilia si levò sentendo piangere, e ricontò i figli. Fuori che dell'ammaccature, non s'eran fatti altro male. Lei non sapeva dir altro, a quelli che piangevano, fuorchè: - Sta buono, che non è niente.Le sembrava d'essere smemorata, come chi ha patita in sogno l’agonia. Aveva paura, e non riusciva a intender di che essa paura entrava con quella luce dalle rovinose fessure, come quando il sonno poté offuscare il dolore, e al risveglio, innanzi che alla memoria e al pianto della sventura, l’animo si solleva ad odiare la luce che sta per rendergliela.E bisognò che uscisse a vederla, Cecilia, facendosi strada fra le rovine dell'andiale. Metà dei Paneperso, il sandon grande, stava in secco di fianco; e in quello del sandoncello eran ficcate le prore del San Michele, che padron Lazzaro Scacerni ai suoi bei tempi, ai tempi dei motti sprezzanti: chi prima va al mulino, macina; e per chi è oca non fa mai l'alba; aveva armate di speroni nel cantiere dell'antico calafato di Occhiobello. Più di mezzo secolo, ed era la prima volta che tali difese servivano, ed ecco a che cosa, quando non si volesse dire che quella braveria d'arrogante gioventù che aveva volute le insolite armature delle due prore, riceveva adesso il suo castigo; ma oltre che questo eccessivo, sarebbe stata tirata di troppo lontano, anche se Cecilia avesse avuto tempo e modo di rifletterci. E i motti erano stinti sulle case del San Michele tanti anni!L'acqua fluiva silente nella stiva del sandoncello investito, e gorgogliava poi fuori da parecchie falle, di poppa. L'opera morta dell’uno e dell'altro mulino, dal fulmineo passare della meteora spaventosa, era sfasciata o abbattuta o sconquassata. Il Paneperso era stato scoperchiato, e dal l'antica intelaiatura, nuda e squallida, di trave massiccie, veniva un'impressione, com'è la prima dei disastri e delle rovine, di orrenda grandezza e di peso irremovibile, che dalle cose inerti passava nell'animo ad aggravarlo prostrato. Cecilia, le braccia abbandonate, guardava a quella rovina, quasi non fosse la sua, e con gli occhi aridi. I ragazzi l'avevano raggiunta scavalcando il groviglio di rottami e di robe disperse, che ingombravan l’andiale. Del resto, tutto era tornato come prima; il sole era un poco men lontano che la sera in quella desolazione, dove tutto le pareva enorme, esorbitante, eccedente ogni forza, non che la sua di povera donna, che si perdeva, non avendo coraggio di fermar la mente sulla rovina grande, a pensar le minori: e non esserci modo a bordo di mangiare quella sera, nè luogo da potersi assettare per buttarsi a dormire quella notte; e per sempre, e mai più: che le sarebbe piaciuto tanto d’esser morta!Intanto, cercava cogli occhi la barca, ch'era sparita anch'essa nel turbine. Ma tanto, non ce n'era più bisogno sul mulini arenati; e scesero in acqua, ch'era bassa, e seguirono la madre a terra. Come furono sull'argine, non riuscivano a credere alla vista, e quasi dimenticavano i danni propri.Lì nel punto in cui la tromba era uscita dal fiume, si spiccava una volta un filare di pioppi alti e vigorosi, che correvano lungo il confine di quel campo, chiamato i Vegri della Coguazza. Lungo quei pioppi passava il viottolo che soleva condurli, lei e i suoi, a casa dei Verginesi. Erano spezzati, falciati a uguale altezza dal turbine, e la fila monca incuteva terrore a guardarsi. Lungh'essa si vedeva il solco tagliato nel folto verde dal passaggio della meteora, netto, non più largo di trenta passi; e tutt'il resto era uguale a prima; ma anche e sopra tutto cotesta uguaglianza faceva paura, quasi che, dunque, dicesse potersi rifare da un momento all'altro un prodigio orribile di tal natura. Soltanto, l'aria era più fresca. Si dice: Ho visto la morte da vicino. Ma la paura si sente dopo. Cecilia fuggiva verso la casa dei Verginesi, come se la morte aleggiasse sul luogo e sul fiume, nascosta e ridente co' suoi denti nudi. Bagnata fino alla cintola, i ragazzi fino al collo, fuggivano senza voltarsi indietro, per l'argine e poi per un sentiero attraverso i campi. Pareva impossibile essere scampati.
Nota n. 39 Pag. 73 Il filare dei pioppi:
Mentre che scappavo, ho avuto curiosità di voltarmi indietro: aveva preso per la fila dei pioppi: li pigliava a uno a uno, e li girava, così, - (e fece il gesto), - come si fa per rompere un giunco fresco, uno dopo l'altro, che ci ho messo più tempo a dirlo. Gli alberoni volavano per l'aria come se fossero state foglie.
Nota n. 40 Pag. 80 Il Buttafumo:
Per cominciare, era venuto il Buttafumo, valente artiere d'Occhiobello, di molta nomea, di gran sussiego, d'imponente statura e barba, sentenzioso, posato e sprezzante. Tenendosi la barba in mano, segno che ponderava, costui considerò il mulino in secco da vicino e da lontano, di fuori e di dentro. Saggiava le travi più alte e più riposte con un bastone dalla punta ferrata; s'era fatto dare un martello, e assestava sul povero rottame martellate feroci, e crollava il capo, strizzava le labbra, arricciava il naso, soffiava di sprezzo, ogni qual volta, e Dio sa se furon poche, il legno si dimostrava tarlato o marcito o crepato. Approfondendo l'esame, cavava dai comenti del fasciame la stoppa impeciata, e ficcava dentro le dita, che c'entravan ben larghe; scrollava i chiodi arrugginiti, li sconficcava, e li buttava via; scrollava le travi; sbuffava tra il polverume. Cecilia stupita, dolente e mortificata di quei modi, cominciava a chiedersi, inquieta, se non si fosse messo in testa di demolire il Paneperso; ma quando costui fu tra i congegni del mulino, mutò maniere e non fu meno offensivo. Ghignando, affettava di sfiorare con due dita ruote, ingranaggi ed alberi, come chi tocca cosa fragilissima, li tentava appena; e bastava a mostrare quant'eran frusti e spallati e sgangherati e scardinati dai secoli antichi e dalla batosta recente. Poi tornò all'aperto, considerò daccapo l'insieme in distanza, e tacque ancora. - E così, maestro? - chiedeva Cecilia.Buttafumo si abbandonò a una gran risata silenziosa. - La vi pare, a voi, tanto allegra?- Per fare un bel falò, - rispose costui, facendo finalmente sentire che voce aveva; curiosa, in quel gran corpo: da castrato, acuta e sottile; - per fare un bel falò, è stagionato, non c'è che dire.- La mia intenzione è di farlo riparare.La guardò a destra e sinistra e in faccia; parve le volesse infliggere l'esame come aveva fatto del mulino, e stava per dir qualcosa, quando Cecilia lo prevenne:- Sentite, maestro, se siete matto, qui non è mica l'ospedale dove li curano!- Matto io? E me lo chiede chi vuole riparare un'anticaglia, una topaia, una capponaia simile?Curiosa era pure sentirlo parlar di capponaia, con quella voce; ma Cecilia non era davvero disposta a divertirsi, mentre quegli ripeteva, questa volta rumorosamente, la sua risata, serio per altro in viso, talchè pareva un ventriloquo. Il riso gli serviva soltanto per dimostrazione di alterigia. - Ma guarda, - disse Cecilia, - che cosa mi deve toccare a me! - Ringraziate il cielo che v'è toccato di incontrare un galantuomo. - Galantuomo non dico di no, - replicò lei con accento non meno convinto, - ma un fastidio poi!- Vi dico che a riparare questo mulino del tempo di Mattia Coppo, ci van denari quanto a farlo nuovo, e spesi male.Chi fosse Mattia Coppo, credo che nessuno abbia saputo mai; i tempi suoi sono presso il popolo sinonimo di tempi vecchi e decrepiti. Senza spaventarsene:- E se a me piacesse? - chiese Cecilia.- Sarebbero denari buttati via.- E se volessi buttarli?- Cercate altri, perchè maestro Buttafumo è troppo onesto.- Ma ce ne vorrebbero - chiese con una stretta del cuore - molti?- Molti. - E a un press'a poco? - Molti.- Ma a contentarsi di un ripiego, di un raddobbo, tanto per dire? - Volete dire a rabberciarlo, questo cassone della malora? - Chiamatelo come vi pare, - disse lei ansiosa.Guardò, soffiò, si accostò, menò qualche calcio al povero Paneperso, rise daccapo e: - Ma ne avete tanti, - chiese – molinara, da buttarli via? - V'ho chiesto se si può rattoppare, non che veniate a fare i conti in tasca me.- E’ che si tratta di coscienza.- Non ci fate tanto caso: quanti bisogna buttarne via, come dite voi? In fondo, nel suo dispetto si muoveva un certo gusto bizzarro, al quale non era estranea una spazientita simpatia per quel singolare maestro d’ascia, e una voglia di contrariarlo, mentre, sentendolo disprezzato, cresceva un affetto per il vecchio mulino, simile a quello del marinaio per la nave sulla quale ha navigato lungamente alla buona e alla cattiva fortuna.- E’ un caso di coscienza, - diceva il calafato, perchè sopra un tale mulino va a rischio la vita.- Non ci badate, ho detto.- La coscienza è mia; ho da badarci io.- Voglio dire che sappiamo nuotare tutti.- Ecco una ragione da ragazzi, padrona... come vi chiamate?Il nome non importa, ma in caso potete chiederlo ai mugnai, che v'è conosciuto come il vostro tra i calafati. - Eccovi tutti quanti in una parola, molinari! Calafato, figlio di calafato, nipote di calafato, ho costruito trenta mulini e più di trecento ne ho riparati, ma un molinaro che non fosse superbo, l'ho ancora da conoscere. E tutti volete le cose fatte a modo vostro, che non è la regola dell'arte; e quando il maestro, che sarei io, vi corregge: "Sappiamo nuotare!". Nuotare... Nuotare? Credete che io mi curi della pelle d'un mugnaio? Ho altro da curarmene, io! Ma se volete un lavoro del maestro, la regola ho da darla io! Squittiva la voce bianca nelle magniloquenti parole, mentre l'omaccione iterava da una mano puntate, martellate dall'altra, e magistrali pedate sull'oggetto della sua sùbita ira, gridando:- Un marciume! Un carcassone disfatto! Un vecchiume! Un girarrosto! Un catenaccio! Una barcaccia! Una capponaia, una capponala!Poi si fermò:- Quando che si tratta dell'arte, ha un nome da difendere maestro Buttafumo d'Occhiobello, perchè non lo sapete voialtri, ma i suoi son tutti capi d'opera, e i calafati vengono di lontano per vederli.A Cecilia, con tutte le sue tristezze, quel bell'originale finiva col metter voglia di ridere: e siccome sapeva che in fin dei conti la sua iattanza posava sopra una vera maestria:- Insomma, - gli disse, - se questo povero mulino è così mal ridotto, tanto più comparirà l'ingegno di chi lo saprà rinnovare.- Questo è vero, - disse Buttafumo colpito. - E pensate pure che ci sono affezionata, perchè è stato di mio padre e del nonno... - E magari del bisnonno. - E magari del bisnonno, maestro. A occhio e croce, senz'impegno, quanto stima il lavoro maestro Buttafumo?- Maestro Buttafumo, - disse colui raccogliendosi in un sommario calcolo mentale, - a occhio e croce, ehm, ehm, senz’impegno, hum, hum, per fare un rattoppo, là per là, materiale e lavoro: un biglietto da mille, ovvero duecento scudi, ossiano cinquanta marenghi d'oro.Cecilla era rimasta atterrita. Nelle sue condizioni, era una spesa da far paura, ma quanto più questa voleva disanimarla, tanto più le parlavan nell'animo affetti e ricordi del suo buon tempo, di chi l'aveva allevata, e sacrificata poi la vita per lei; e di quell'altro che, salvatala dal fiume, le era stato secondo padre; eppoi, non aveva voluto che i figli nascessero sul fiume? Sul Paneperso li aveva partoriti, e crucci non men che gioie, stenti e pericoli ed ansie, non meno che le speranze, ce l'affezionavano. Ripeteva da quel rudere la sua vita; e l'avrebbe abbandonato perchè era pericolato sul lavoro? A sentirlo insultato e dileggiato, s'era accorta quanto gli fosse attaccata; e adesso guardava teneramente gli arredi dell'umile domicilio, che le sue figlie venivano riordinando a bordo; rammentava quei lavori d'ingegnosa fattura di suo padre per lei bimba; la commovevano le robe che le due ragazzine sciorinavano ad asciugare al sole via via che le rassettavano. Tutti sanno cos’è per le massaie il giorno di bucato o quello in cui ripuliscono la casa, ma per fare un paragone più calzante, la gente di mare sa che cosa sono a bordo le pulizie, le incombenze umili quotidiane, oppure, dopo una traversia, il riassettare la nave, e la soddisfazione dell’ordine e della lindura, quella per cui il più gran marinaio del mondo non trascurò di notare nel suo giornale di bordo, che gli uomini delle sue famose caravelle, toccando il Nuovo Mondo, fecero finalmente bucato in acqua dolce.Ma mille lire' E dunque per una questione di denaro bisognava lasciar perdere ciò che riassumeva tanti affetti cari! Le sapeva di tradimento. Eppure, mille lire! N'era più sgomenta di quando aveva scorto i relitti del disastro, ch’eran parsi così grevi e inumani. E il sufficientissimo Buttafumo imperversava: - Mi piacerebbe di sapere di dov'era l'ignorante che ha messo insieme un catafalco simile: calafato d'Occhiobello, no di certo.- Caro voi, volete fare un processo ai morti? Così com'è, avrà durato cent'anni e passa. E per il legname che c'è stato sprecato, avrebbe dovuto durarne mille!Sapete come si dice? Mastro Tampicchio, da un rudere cavò un cavicchio. C'è andato un bosco per cavare due canili, perchè queste case del vostro mulino non son altro, e due sandoni che mi paiono navazzi, piuttosto, brentoni da metterci l'uva vendemmiata. Non vedete che sagoma materiale? E’ stata tirata giù coll'accetta del boscaiolo, e non coll'ascia del calafato: chi fece questo lavoro, non conosceva fil di sinopia e ha svergognata l'arte. Avrà durato degli anni, questo mulino, ma da fermo e in buona pace; a muoverlo facile? In burrasca si comportava da buon mulino? E’ allora che si conosce. E s’è visto. E non dico niente della macchina: roba rustica.Cecilia conosceva i difetti del Paneperso, ma in quel momento piuttosto che confessarli, avrebbe date le mille lire che non aveva. Rossa di stizza: - E v'ho chiesto - disse - di darmi tutti questi pareri?- Non si chiama maestro Buttafumo, la mia donna, quando non si vogliono pareri. Questo non è un mulino galleggiante: è un gatto di piombo e una ciabatta.- E voi, maestro, con vostra licenza, siete un insolente.- A me? Sapete che cosa ne farei io del vostro trabiccolo? Con buon rispetto, un cesso.A suo marcio dispetto doveva ripararsi, anzi, doveva ripararlo proprio lui, pezzo d'insolente!- Se vi pago, farete il lavoro?- Se uno vuol far per forza un cattivo affare, non posso mica impedirglielo io, - disse il maestro acconciandosi a veder sfumare la speranza di metter sullo scalo un mulino nuovo. - Farete un lavoro ben fatto?- A maestro Buttafumo non si chiede.- Lo farete, lo farete?- Per dispetto.- Vi domando la vostra bella grazia? Starei fresca! Quanto volete di caparra?- Mi contento di trecento lire, ossia sessanta scudi, diciamo quindici marenghi.- Sta bene. Prendo tempo fino a mezzogiorno.- A mezzogiorno mi troverete all'osteria del Passetto della Guarda. Ma chi mi garantisce il resto?- Son due mulini, per settecento lire pidocchiose!- Non ci sono ipoteche? - Ce la metterete voi, raguseo.L'uomo tronfio se la rise della mala parola.
Nota n. 41 Pag. 99 Destra e Sinistra:
Si formava perciò la dannosa convinzione che l'esercizio dell’autorità fosse arbitrio o rinuncia, prepotere o accomodamento, mentre, non che dalle parole del Correnti ma dal testimonio della storia, è dato scorgere che la Destra, nella sua rigidezza e austerità ed eccellenza dottrinale, giuridica, scientifica, in un paese povero e impoverito dissestato e dolorante, peggio che discorde, disorientato, più che riottoso, nella sua maggioranza, politicamente inerte, proseguiva in parte un'accademia dottrinale, quanto si voglia eletta, ma accademica; in parte aveva conseguito, nell'ordinamento e nell'attrezzatura dello stato, progressi reali, ma indubbiamente onerosi, spossanti, oppressivi, anzi isterilenti la fibra, la linfa, lo stimolo vitale del paese.In particolare, a questo prezzo era stato conseguito il pareggio del bilancio, e per quanto fosse gran cosa, e anche se non fosse stato possibile conseguirlo altrimenti, il prezzo era troppo caro.E a quei cavurriani si sarebbe potuto dire che Cavour, nell'attuare in Piemonte riforme liberali, e liberiste, aveva dato incremento alla prosperità; ma appunto l'Italia era tutt'altra cosa, per non dire dall'Inghilterra di Robert Peel e di Cobden o dalla Francia di Luigi Filippo, doviziose, dal Piemonte di Cavour.E cosi il macinato, come s'è detto, non gravava soltanto, ma offendeva e turbava; e da strumento fiscale era diventato, come riconobbe la più parte di quelli stessi che l'avevano istituito, un problema politico; il che significa che come strumento peccava, fosse difetto originale o acquisito. Il voto del 18 marzo, a pareggio da poco raggiunto, finalmente, più che una rivoluzione fu una sorpresa parlamentare provocata non tanto dalla questione del macinato quanto dal rifiuto del presidente Minghetti di lasciarvi impostare la discussione, mentre egli avrebbe voluto una deliberazione e dichiarazione dell'assemblea nazionale sull'indirizzo generale governativo, quanto a dire sulla politica, si potrebbe dire sulla storia, della Destra.Il paese detestava il macinato, ma anche di discussioni di quella sorta era sazio e stanco. Urgevano nuovi interessi e nuove voglie e gente nuova, e bisogni nuovi e vecchi aggravati. I principii dottrinali erano invocati a sollecitare il successo e la popolarità. Era una borghesia recente e minore, meno colta, meno esperta, meno saggia e più facile assai, e più volgare, che ambiva e aveva bisogno di far carriera nelle industrie, nei commerci, nelle professioni e nella politica, premendo a che lo stato addivenisse a quella ridistribuzione di ricchezza, sotto forma di sovvenzioni, protezioni, lavori, favori, impieghi, ch’è necessitata dallo stesso suo moderno accentramento. E’ la storia del radicalismo e della massoneria divenuta strumento per arrivare. Il fatto poteva essere volgare, ma era inevitabile; e finalmente il regime di cotesta borghesia pagò i passivi, conquistò colonie, riordinò, riassestò, allargò lo stato, e seppe creare quella prosperità, che la moralità superiore e l'alta politica del patriziato di Destra avrebbe aduggiata all'ombra della sua austera e compassata pedagogia. Il progetto del Minghetti di dar vita alle regioni, poteva essere eletto quanto il federalismo di Cattaneo: sogni l'uno e l'altro; intanto bastava l'accentramento amministrativo a dar grave impaccio al paese. Se valga ad accreditare il detto una prova di equanimità, mi sia lecito aggiungere che lo dice il figlio d'uno che, allievo dei Minghetti, rimase sempre avverso alla borghesia di Sinistra e avversato.Mediatore del trapasso e degli uomini nuovi, nel '76 fu il Depretis, con la sua facilità, che chiamavano patriarcale, di promettere senza impegnarsi, con la sua astuzia calcolatrice e lusinghiera, ma non priva di cordialità e di senso umano, con la sua cinica versatilità di adattamenti e di combinazioni, da praticone parlamentare, che non mancava di finezza abile e realistica. Credo che perfino la sua loquela bonaria, illeggiadrita da piacevolezza e perifrasi dulcamaresche, come quando, trattando l'ostica materia delle tasse, definiva il sale "essenza sanificatrice dell'organismo animale", e lo zucchero "sale dei ricchi", o il caffè "ambrosia dei nervi delicati", giovasse a svariare dall'oratoria forbita, dotta, tutta di testa, di quegli altri valentuomini, che valevano certamente più di lui, il quale serviva a introdurre nella legalità istituzionale e nell'esercizio della vita pubblica personaggi che valsero e significarono più di lui alla loro volta. Intanto, non occorreva meno nè diversa cosa dal suo complesso di qualità non eroiche e nemmeno morali, per portare le Sinistre ad adottare, temperandola e accomodandola, la sostanza della politica di Destra, per corrompere o deludere le intransigenza, ma riducendole e adattandole, o e no, eliminandole dalla vita politica nazionale, che con esse sarebbe precipitata nella ribellione o isterilita nelle rigidezze ideologiche.E per cominciare, dopo avere imputato ogni sorta di mali al macinato, fuor di proporzione, tanto che qualcuno l’accagionava perfino dello sparire dell'antica piccola proprietà italiana, il Depretis e i primi ministeri di Sinistra lo serbavano per sei anni, ed altri quattro ne impiegavano ad abolirlo gradatamente, sicchè furono in tutto ben dieci.Prudente consiglio, obbediente al precetto sano e classico, che non si rinunci a un introito innanzi di aver rinunciato a una spesa e che non si consenta a una spesa se non vi corrisponde un'entrata: sana prudenza era, ma lunga per quelli che pagavano il balzello odiatissimo, ai quali coloro che andavano lenti adesso, erano stati ben più lesti a insegnare, anzichè i precetti della cauta finanza, l'astio e le maledizioni, l'iniquità della crudele angheria, contro la tassa e chi l'aveva imposta. Lesti a promettere d'abolirla, meritavano elogio perchè eran lenti a mantenere; ma poco andò che l'elogio dei sofferenti, che si chiamavano ingannati, suppergiù fu quello della Scacerni: che di bugiardi compagni non se n'erano ancor visti al mondo mai.
Nota n. 42 Pag. 105 La macchina contagiri:
E con tutto questo, non era finita. Venne infatti il Bragana alla piarda, e non solo: pareva Giuda colla turba.Erano guardie della finanza e un impiegato e due operai, venuti a montare quella macchina da contare i giri, di cui si sentiva discorrere da un pezzo.Salgono, rovistano, spiano, senza neanche chiedere con permesso, più che da padroni. Applicano ai pali delle puleggie, che faranno muovere quella macchina trista:- Ogni cento giri, un tanto da pagare.- Ma questa macchina - disse Cecilia - lavora molto meno di quest'altra.- Adesso faremo la prova.Fatta la prova, registrato in un loro libriccino il risultato, fissano per ogni palmento la quota in ragion dei giri, e secondo che si macini grano o cereali inferiori. Percìò, le dicono:- In questo palmento macinerete grano, e in quest'altro frumentone e avena e segala.- Grazie della cortesia, - fa lei colla gola stretta per lo sdegno, - e se avessi da macinar solo frumento?- Il palmento del frumentone lo tenete fermo, o viceversa.- Di bene in meglio: perchè all'avventore gli dico che ripassi più tardi e che aspetti il comodo della macchina dei giri!- Quante storie! Si sa che non adoperate la macina della bianca per la gialla, nè della gialla per la bianca. Questa grande urgenza vi viene adesso perchè la legge ve lo proibisce.Si morse le labbra. Costoro la sapevan lunga.In ogni modo, - aggiungevano, - d'ora in poi la legge ve ne fa espresso divieto. E guai se troviamo la macina della gialla macchiata di bianco.- E ringraziamo la legge. Vuol dire che non sono più padrona in casa mia.- E se contravvenite, qui c'è la lista delle multe.- Grazie di tante bontà.- E siete libera di rivalervi, in ragion di peso, sugli avventori.- Sono libera?- Sì, perchè se volete invece rinunciare a rivalervi, fareste atto di buon cittadino, e il vostro nome andrebbe sui giornali.- Voglio andare sui giornali il giorno che avrò perso la pazienza, e che farò uno sproposito: mi venite anche a canzonare?- Non canzoniamo, noi, ma in fatto di spropositi guardate di non cercar di alterare il contagiri, perchè la prima volta c'è una multa, la seconda si triplica, la terza c'è multa, carcere e confisca del mulino, che va all'asta.- Sta scritto su quel foglio?- Certamente, e perchè tutti lo sappiano, questo lo attaccherete ben visibile qui sulla parete.- Fate conto d'essere in casa vostra. Per fortuna non so leggere.- Non fa niente; l'ignoranza della legge non è ammessa.Qui volle dir la sua anche il Bragana:- Sinchè ho avuto l'appalto del macinato io, mi avete maledetto quanto v'è parso e piaciuto: adesso mi saprete dire, con quell'ordigno lì...- Di quello lì, - fece Cecilia senza badargli, - chi devo benedire, di quell'ordigno lì?Non le risposero, come se straparlasse. Insistè: - Chi devo benedire?- Il progresso, - le rispose il Bragana.- C'è il caso di andare in prigione, dicendo al progresso quello che uno si sente di dirgli?- Basta non oltraggiare il re, le istituzioni e la forza pubblica: al progresso, - disse il brigadiere della finanza ridendo, - ditegli pure quel che vi pare.- Allora, ha da essere una gran bestialità o un grand'imbroglio.- Come vi pare, ma occhio alla penna!- A me, questo contagiri mi pare anche un'offesa: come se fossimo tanti ladri.- Ah, sì? E se avete la coscienza tranquilla, perchè ve la pigliate tanto calda?- Per via della prepotenza, se il sangue non è acqua! Perchè non son più padrona sul mio!L'ira della franca molinara divertiva molto la squadraccia, la sbirraglia, gli aguzzini, i succiasangue, come li qualificava lei dentro di sè. E Bragana, lo sciatto pubblicano, insisteva, sornione:- Vedrete, padrona Cecilia, vedrete, vedrete come rimpiangerete me!- Dio grande! - esclamò lei alzando le braccia al cielo: - Sarà il segno di quanto i tempi sono tristi!E tutti a ridere della dispettosa mortificazione del Bragana. Frattanto le macine giravano, e il contagiri, con uno scatto che le suonava sinistro all'orecchio, ogni cento segnava il numero. Cecilia sentiva che non ci si sarebbe abituata in cent'anni, e guardava il quadrante della macchina come la faccia d'un nemico oscena, con la quatta ira spaurita della volpe che si sente presa:- E, - fece, - e se le macine girano vuote, segna lo stesso ?- Certamente.- E questa è giustizia?- Ma perchè han da girare vuote?- Per un caso, per una dimenticanza, quando non ci sia nessuno a sentire che le ruzano, o che si sia incagliato il biadarolo, il sarzanello, la campanella: che ne sapete voialtri di queste cose?- Bisognerà starci più attenti.- Come se non ci fosse mai altro da fare! Eppoi, quando il fiume è grosso, succede che non convien mica legare l'ulà, per non aggiungere anche questo sforzo; e a volte capita che non c'è biada, o c'è da badar tutti a salvare il mulino, per esempio quando il fiume porta dei ghiacci: e allora? gira a vuoto e pago io i giri?In questo caso non so cosa dirvi, - disse il brigadiere.- Io però, senz'offendere il re, saprei che cosa dirgli al progresso!- Il caso è contemplato, - disse l'impiegato borghese: - voi leggete la cifra dei giri nel momento in cui dovete lasciar che le macine vadano a vuoto per forza maggiore...- Non so leggere.- E i vostri figli?Eran lì anche loro, costernati e furenti in silenzio: - Quello lì, sta imparando, - disse Cecilia indicando il piccolo Antonio, con un gesto dove c'era quasi della ripulsione, come se qualunque intesa o confidenza col contagiri mettesse chi poteva avercela in odor di rinnegato.- Allora, letto il numero che ho detto, quando tornate a caricare la tramoggia, leggete quello a cui sarà arrivato nel frattempo il contagiri; fate la differenza, che vi darà il numero dei giri a vuoto...- Voi mi fate girare la testa!- Ma mi avete capito. Voi dunque, intanto pagate...- Me lo aspettavo!- Intanto pagate, e poi presentate ricorso, corredato di buone testimonianze...- In carta bollata!- Si capisce; presentate ricorso, come e qualmente per forza maggiore la macina girò a vuoto. E sarete rimborsata.- Quando a Dio piacerà.- Quando la pratica avrà avuto il suo esito davanti al signor agente delle imposte.- Chiamatelo progresso, che cosi son libera di dirgli il fatto mio. Ma poi non è finita.- Non ancora?- No, perchè le macine su questi mulini, o vanno tutte e due, o stanno tutte e due ferme: e se mi trovo ad aver da macinare biada gialla e niente di bianca, come faccio?- Ingegnatevi che il caso non capiti.- Io devo macinare quello che mi portano; e hanno sempre fretta!- Allora fate fare un congegno che svincoli le macine una dall'altra: non dev'essere difficile.- Me lo paga il governo?- Il governo vi farà pagare le riparazioni che occorressero al contatore per vostra incuria o malizia! Mettetevi in testa anche questo, che sta scritto qui nel foglio.- Ma io dico - insistè ostinata - che non ci sarà da dormir tranquilli neppure di notte con questo ordigno.- Insomma, - fece il brigadiere, - gira il palo, gira lui: questo tenetelo presente.- Gira il palo, gira lui: Dio, castigatelo! Ma alla fine delle fini, sono o non sono padrona di questi mulini? E se mi salta il ghiribizzo di farli andare a vuoto...- Invece di pagar la tassa sul macinato, la pagherete sul ghiribizzo, - disse l'impiegato. - Non sembrate neppur più quella donna prudente, il Bragana mellifuo, - che siete da tutti conosciuta. Tacque, che le toccava di passare anche da sconsigliata; ma altrimenti avrebbe detto che le sarebbe piaciuto di sfondare i sandoni e mandare a picco i mulini, piuttosto che sottostare a un'infamità di quella sorta. E, coll'amaro del fiele in bocca:- A chi si paga? - domandò.- Verrà uno di noi una volta ogni tre mesi a leggere il contatore e a riscuotere la tassa.- E il foglio del memento, - aggiunse l'impiegato, tenetelo bene in vista, perchè la legge è severa, ed è bene che tutti se la mettano in testa. Inchiodatelo qui, per esempio.Sotto l'immagine benedetta di Sant'Antonio nostro, protettore? Mi parrebbe di fargli offesa e bestemmia. Date qua, che l'attaccherò io dove mi pare: tanto di libertà mi resta? Il governo non ci ficca il naso?Fate pure, ma ricordatevi che per ogni tentativo di alterare il conto dei giri o di guastare il contatore, o altrimenti e in qualsiasi modo di eludere la tassa, le penalità ve le abbiamo dette: multa, prigione, confisca.- Non manca niente.- L'avete detto, e sapete quello che rischiate.- Ma... - fece lei, sovvenendosi.- Se e ma, - sentenziò il Bragana, - è la scusa dei minchioni.- Ma, - disse Cecilia senza badargli, - è questo il governo che ha promesso di levare il macinato?Nota n. 43 Pag. 125 Bisognerebbe farla mangiare:
- Non mi piace la faccia di tua madre, - diceva il vecchio Luca ogni volta si trovava colla Maria: - bisognerebbe farla ridere meglio.Ci s'era fissato. La ragazza bruttina e magrolina, dagli occhi pieni di bontà che li faceva più belli dei belli, lo guardava e stava zitta.- Bisognerebbe farla mangiare, - disse l'Argia, l’"arzdora ", ch'era lenta a capire, brusca a decidere, ombrosa, puntigliosa, testarda, ma buona e di cuore, sicchè quando l'imbroccava per il verso buono, ci metteva tutta l'ostinazione dell'indole sua, e riusciva donna eccellente. E quando l'imbroccava per il verso opposto? Siccome non aveva cervello molto acuto, sulla via della cattiveria, ch'è più difficile e più intralciata, non andava molto in là, e s'impicciava in certe sue fantasticaggini vendicative, che restavano quasi affatto inoperose ed innocue. E poi era mossa da un nobile concetto della sua autorità, e dal dovere, ch'ella sentiva fortemente, di adoperarla al fine della giustizia. A volte sbagliava. Avrà sbagliato, benchè non ce ne sia memoria, nel far giustizia anche il re Salomone; e dove sbagliasse un ingegno di quella portata, poteva far quel male che all'Argia era negato; tant'è vero che per i più è una fortuna non averne troppo, e per tutti che la cattiveria sia più intrigosa della bontà, come la bugia più del vero. Almeno onesto era il sentimento di Luca Verginesi, quando l'Argia sbagliava: - Sbagli n'avrà fatti anche re Salomone.- Bisognerebbe, - ripetè l'Argia vedendolo pensieroso, - farla mangiare; e per capirlo non ci vuole mica l'ingegno di Salomone.Era l'unica cui fosse lecito di punger talvolta il vecchio sentenzioso, che disse:- Già, già; - e come vide la Maria, chinati gli occhi, che era arrossita, - e dimmi un po', - soggiunse, - che cosa si mangia al mulino di questi tempi?- Polenta abbrustolita, e farina e semola bollite, ma non dite che ve l'ho detto.- E per condimento?- L'appetito, - rispose la Maria tentando di sorridere. - E spesso le farine han fatto la muffa.- E sale ce ne mettete? - chiese lui indignato.- Solo nei giorni di festa, perchè è caro, ma non glielo dite, a mia madre, perchè ha le mani leste, e mi prenderebbe a schiaffi.Levò gli occhi così dicendo, e una lacrima vi tremava nel sorriso.- Si sa, - disse l'Argia, - si sa quant'è superba. Ogni volta che capita qui, le dico di farmi compagnia a mangiare qualche cosa, e mi risponde sempre che s'alza da tavola. Intanto è smunta che pare il conte Ugolino. - Qui bisogna provvedere, - disse Luca. - Non sarà facile, - replicò Maria affranta. - Perchè? Sei superba anche tu? - esclamò aggressivamente l'Argia.- Io? Oh, poveretta me! Ma voi, arzdora, la conoscete.- Purtroppo, - gridò la buona donna rabbiosamente, purtroppo la conosco!- S'è ficcata in testa che dopo il favore che ci avete fatto, e veramente è stato grande; e fino a tanto che non potremo sdebitarci...- Dio maledica quelle trecento lire, - esclamò Luca interrompendola; - quando me le avrete date indietro, le butto nel fiume, le butto!- Insomma, si contenta di morire piuttosto che di chiedervi dell'altro, e il fornaio ci ha chiusa la bottega, a lavoro sapete come si sta, e il dottore, il dottor Lupacchioli l'ha incontrata, è venuto apposta al mulino per dirmi che se continua così, qualche brutto male lo prende. Se non era questo, - soggiunse tornando a chinare la testa, - non ve ne avrei parlato neanche io...- Perchè siete tutti d'una stirpe come la gramigna! stridette l'Argia.- Non ci può niente nessuno...- A farvi diventare d'un'altra razza? A mettervi un po' di criterio e di remissione?- A darci aiuto, arzdora: ma io non volevo che quando venisse una disgrazia, voialtri che ci siete amici, poteste rimproverarmi di non avervi detto nulla. Benchè, non ci può niente nessuno, fuori che il Signore.- Aiutati, che Dio t'aiuta, - disse Luca.- E’ ben vero, ma siamo a un punto che se non principia lui... Basta, lui sa e può.Una greve, accorata pietà pesò nella cucina dei Verginesi "dall'anima lunga".Nota n. 44
Pag. 131 La pellagra:
In val di Po era una parola che faceva paura, chè troppo noti erano i segni e il corso della pellagra, quelli che s'erano manifestati e in cui era già assai innanzi Cecilia. E troppo si conosceva la specie di scherno crudele per cui il male sembrava sparire d'inverno, ricomparendo peggiore d'anno in anno a primavera, fino alla fine atroce, tra i vomiti tetri, le ree dissenterie, a volte gli spaventosi spasimi tetanici. Ma peggiori della morte, e indugiandola crudelmente, erano spesso anni di pazzia orrenda, perseguitata dai terrori del delirio più fosco, in cui il paziente vedeva aprirsi l'inferno a ruggire le sue vendette, il cielo a gridare le sue riprovazioni, e diavoli e fiamme, angeli e spade. Bene spesso, la causa prima della pellagra n'era poi anche l'ultima maledizione, chè l'alienato spasimava in un continuo terrore della miseria; e tra visioni di sangue e d'incendio e d'ogni cataclisma ed orrore e persecuzione umana e naturale, temeva la fame della sua triste famiglia, a dar l'ultimo tocco e il più pietoso alla sua pazzia. Allora, quando non era pervenuta già prima a liberarlo, sorgeva l'inclinazione al suicidio, insita fin da principio nella tristezza che s'accompagnava colla pellagra e n'era un sintomo, com'era pure frequente e caratteristico che fra le tante maniere di morte l'acqua e l'annegarsi fosse la più attrattiva in quella malattia.
Nota n. 45 Pag. 161 Il saluto a Coniglio mannaro:
Come fosse quivi ricevuto allora il nuovo padrone, vale la pena di narrare, facendo un lungo passo indietro:- Piuttosto che voi, - gli disse Annichini capoccia a guisa di benvenuto, - avremmo visto volentieri la ruggine del grano, la moria del pollame, la "zoppina" del bestiame, la fillossera delle viti, il mal rosso dei porcelli, la morte nera e il cacasangue degli uomini e di noialtri...Nota n. 46 Pag. 174 La timidezza disagevole quanto ardente del tardo Princivalle:
La pazienza gli pesava, anzi, gli bruciava, specialmente alla piarda Stamplinati. Ivi, di giorno spesso non restavan altro che le donne, sui gradini delle capanne, a chiacchierare, a scherzare, spesso salacemente, a pungersi, a leticare non di rado. Erano belle e sfrontate nei gesti, nelle pose, nelle parole e negli sguardi, scarmigliate per lo più quei loro capelli neri dalle ciocche pesanti che davano bagliori dell’ala del corvo. Avevano il fuoco e il languore e l’insolenza del sangue loro. Discinte e nelle stagioni calde più che discinte, sapevano che quanto più di sè mettevano in vista, ci scapitava soltanto il pudore. Guardandole, Princivalle sentiva caldo alle tempia, e il sangue pulsare nella fontanella della gola; erano vampe e brividi, e sudori freddi; e a guardarle negli occhi ridenti e foschi e nelle esposizioni temerarie e lascive, non reggeva, e si confondeva. Il loro riso l’abbagliava, e la loro voce era una carezza tormentosa. Se non fosse bastata la voglia di divertirsi, a cui erano naturalmente dispostissime, Smarazzacucco le aveva ammaestrate a farsi giuoco e ad aizzare l’ingenuo molinarotto, che tutte l’ore libere ci tornava affascinato, e sembrava stralunato. E quelle che lo guardavano con occhio più invitante, quelle gli facevano più soggezione, e più timore che lo canzonassero.
Nota n. 47 Pag. 217 I metodi della sinistra:
Così, dopo che il liberismo della Destra, in una colle tremende esigenze finanziarie, aveva fatto sentire precipuamente il lato spietato del libero giuoco delle forze economiche, la Sinistra iniziava un protezionismo confuso, caso per caso, che concedeva favori ed aiuti ad uno per compensarlo del danno recatogli dai favori ed aiuti concessi a un altro: agli industriali e alla marina mercantile, ai commercianti e agli agrari; sicchè ognuno imparava a chiedere, a spese di tutti, non il concorso ma il soccorso, il sussidio, il privilegio; quando non il ricatto e l'occasione sempre bramata di una crisi ministeriale. E questo avveniva nei provvedimenti doganali e fiscali, sia nell'aggravarli e sia nell'alleviarli; nell'esecuzione delle opere pubbliche e nella distribuzione degli impieghi governativi; mentre la politica esterna conosceva soltanto insuccessi e rinuncie, senza riuscir con queste neppure a esentarsi dalle sue gravi esigenze, neppure ad abdicare, soltanto ad umiliarsi; mentre tali esigenze imponevano spese militari enormi nelle condizioni d'un paese angariato dalla povertà, dal caro dei viveri, da pesi tributari oppressivi, sperequati, mal redditizi.
Nota n. 48 Pag. 230 I metodi del Clapasson:
Questa si fece sentire agramente, subito che fu entrato in possesso dei Vegri della Coguazza, a Luca e Angiolino Verginesi: rifare, rinnovare, mutare, "scantarsi"; uno scompiglio! E per prepararveli e addomesticarli, scherni, insolenze, spregi a quel che facevano e avevan sempre fatto due contadini che non s'erano mai sentito dire, e cammina pure all'ingiro, e va pure indietro cogli anni, di non sapere il fatto proprio al pari dei migliori. E per più d'amaro, era bravo, era valente, in fin dei conti aveva ragione: ma che maniera di farsela dare! Umiliava e voleva umiliare, poichè teneva per principio che la presunzione del contadino, tanto più ostinata quanto più nascosta, vuol essere battuta fìnchè non si rompa, umiliata fìnchè non si arrenda. Un altro po', parlava come il prete nel sacramento della penitenza, ma non in nome di Dio: soltanto dell'agricoltura intensiva e della sua burbanza di Czar di tutte le Guarde.Sui due Verginesi, che teneva in conto d'ostinatissimi e presuntuosissimi, cadde come la grandine di luglio.- Chi sa, vuol farlo sapere, chi può, vuol farlo pesare, - aveva detto Luca disprezzato e svillaneggiato per la prima volta a settant'anni suonati: - Bisogna aver pazienza, come nelle disgrazie che Dio manda.Ma era dura pazienza. Avvezzo a tenere il libretto colonico a modo suo e alla buona, bisognò tenerlo al modo del padrone, e render conto di tutto minutamente, ogni sabato: spese e introiti, compere e vendite, debiti e crediti:- Signor commendatore...- Prima di tutto, via i titoli! Sono il padrone, e voi dovete chiamarmi: signor padrone. Lo so che pur di non avermi, mi chiamereste anche Eccellenza e Eminentissimo!Signor padrone, a me mi pare che la mi voglia trattare come un ladro.- Sicuramente! Per vostro bene! Perchè non lo diventiate!- Grazie: in tanti anni non facevo conto d'averne bisogno.- Tanti anni, a me non dice nulla; sotto di me, fate conto d'essere tornato ragazzo.Sentirselo dire a quell'età, era anche una vergogna, ma pazienza. Egli aveva sempre creduto che in campagna i conti si chiudono a San Michele, perso per perso e guadagnato per guadagnato: chi ha soldi in tasca e gnocchi in tavola per San Michele, avrà da mangiare tutto l'anno. Imparava invece che bisogna notare le spese non soltanto per confrontarle cogli introiti, ma colle previsioni, e queste con quelli e con quelle: una girandola da perderci il giudizio. Ma pazienza: facesse lui, già ch'era il padrone. Bisognò ridurre il pollame, perchè il padrone limitò il mangime: faceva economia anche sulla semola costui! E non voleva veder polli fuori sui campi a danno delle coltivazioni. Dichiarò che quanti n'avesse trovati fuor dell'aia e dei pollai, gli sparava; e gli sparò, nato d'un cane! con disperazione della massaia Argia e di quella della Torricella. Poi fu la volta del toro di Luca e del verro d'Angelino.- Di che razza sono? - aveva chiesto il Clapasson dopo averli ben considerati.- Buona razza, - avevano risposto i due allevatori con orgoglio: - razza nostrana.- Razza dei Vegri della Coguazza?- Si potrebbe anche quasi dire, salva la modestia.- E’ una razza famosa. Entro la settimana, via!- Via, dove?- Li farete ammazzare: può darsi che la pelle valga qualche lira.- Ammazzare due animali di questa bravura e qualità?Sulle qualità e bravure dei due riproduttori, si espresse con parole che manco la decenza!- E le vacche e le troie, le manderete a far montare dai miei verri e dai miei tori, che n'ho da lavoro, da carne e da latte.- Ma i Verginesi han sempre tenuto il toro e il verro! - Si vede dai prodotti: avete delle vacche tali che non so se i miei tori se ne degneranno! Anche il vostro bestiame vuol essere rinnovato. E intanto, così scarsi di foraggio come siete, volete continuare a sprecarlo per un toro come questo? Siete peggio dei ragazzi. A proposito: anche l'ortaglia va ridotta al fabbisogno delle famiglie, perchè quel poco e magro letame delle vostre stalle, ha da esser messo tutto nei campi.
Nota n. 49 Pag. 309 Pranzo d’amore:
Fece accomodar l'amico sul pagliericcio, gli mise fra le mani un piatto sbreccato e una forchetta, gli spezzò un panetto fresco, e stette a guardarlo mangiar di gusto, non senza una vera tenerezza da parte di lei. Del resto l'umiltà della donna che mendica o compra le compiacenze amorose, è più vera e profonda che non nell'uomo che vi si riduca: nella donna la lussuria può anche tentar di riscattarsi da cotesto ultimo avvilimento con tenerezza sincera. Insomma, a modo suo quella sciatta era pure innamorata del gaglioffone, che s'indragava nella salama, prendendo tempo appena per qualche esclamazione di soddisfazione.Per la verità, la pietanza era tale da bastare a quattro appetiti ordinari, ed è anche un cibo sazievole; ma egli non si ricordò della creanza prima d'averne ingerita una buona metà:- E tu non mangi?- Ho già cenato.Per lasciargliela tutta e il pane fresco, s'era sfamata con un tozzo di pane stantio; prova d'amore che non so quanti dilettanti di bei sentimenti, confrontate le circostanze, sarebbero capaci di dare al caro oggetto. E siccome, quietando la fame, in lui si faceva più lenta e più studiosa la ghiottoneria:- Mangia, - lo careggiava, - bel moro. Ti pìace? - Ohia! - faceva lui a bocca piena, e se non altro con viva e sentitissima gratitudine di stomaco.- Come trangugiavi! Avevo paura quasi che ti strozzassi. Che appetito! Fai piacere a guardarti.Aveva la trucibalda lo sguardo lievemente errante e divergente, che l'antichità buona conoscitrice chiamò sguardo di Venere; e nel piacere di guardarsi il giovinastro, gli occhi incupivano e divergevano un poco di più. Egli ormai intingeva il pane nel tegame, raccogliendo il sugo. Lei lo covava cogli occhi spiritati:- T'è passata la langura, il mio caro ludro? Ci voleva, no? dopo il mangiare della prigione?- Proprio!- Allora con me non farai - diceva accostandoglisi e sedendo sul pagliericcio - l'addormentato, non farai?- Vedremo, - rispose ridacchiando, ma amenamente. - E ora bevi di questa, che finora ti sei perfino scordato di bere. Ma di questa ne lascierai un sorso anche a me?Gli porgeva, così dicendo, una bottiglia d'acquavite, a collo.- Hai arraffata anche questa in bottega del Bragana? - No, perchè la sua viene dalle fabbriche e è troppo cattiva. Me l'ha regalata un contadino che ha il lambicco in casa.Esisteva, cotesta industria clandestina, e dava prodotti col solo lambicco e colla purga dell'invecchiamento, veramente eccellenti: acquaviti di limpidezza adamantina, secche, tutte spirito, con l'afretta grazia dell'autentica vinaccia ridolente nel sentore, e crepitanti sulla lingua, schioccanti nel palato e nell'ugola.- Hai ragione, - disse Princivalle passandole la bottiglia: - è una galanteria quest'acqua di vite.La poca luce favorì, offuscandone le bellezze stagionate e stazzonate, l'ardore di lei, ch'ebbe tali estri fanatici, che molti, e assai più delicati di Princivalle dopo l'astínenza della prigionia, non avrebber fatto i difficili.
Nota n. 50 Pag. 333 Piccole nozioni d’economia:
Del resto, colle spese ingenti e le illusorie teorie, che quando non potevano giustificarle col reddito ragionevole le presentavano come trasformazioni di capitali, intanto le finanze dello stato erano tornate in dissesto e in disavanzo; con la concorrenza, l'aumento dei prodotti, lo sviluppo dei trasporti a vapore precipitoso in quegli anni si per terra e sì per mare, il rinvilio dei prezzi aveva raggiunto e passato il limite oltre il quale il produttore ci rimette e il consumatore non ha mezzi; del resto, erano anni, iniziati dal memorabili tracolli borsistici e bancari dell'82 in tutt'Europa, di crisi grave, d'una di quelle che si producono quando la miseria par generata dalla ricchezza, e l'inedia nasce dalla sovrabbondanza di cose inesitate e ìnesitabili, mancanti dove sarebbe la domanda, esuberanti dov'è l'offerta. Ed oltre che più irritanti, per la loro illogica parvenza, son anche le crisi più gravi, perchè il peggio ha da venire; mentre quelle in cui la roba è scarsa, sono in via di risanare. Tant'è, in ferrarese il rinvilire del grano danneggiava i grandi proprietari, assai meno i piccoli, e ben poco i contadini, mentre avvantaggiava i salariati, naturalmente; ma c'era un prodotto il cui rinvilimento progressivo toccava anche il contadino. Era la pregiatissima e famosa canapa, che non si vendeva, o male, e sempre peggio fin che sarebbe stata per arrivare ai minimi disastrosi dell'87. Erano bensì ancora tempi in cui il contadino, a mezzadria o a terzeria, spendeva poco, e per i consumi alimentari quasi niente, avendo tutto in casa, compresa qualche pecora per la lana che le sue donne filavano e lavoravano a maglia o sul telaio; ma il prodotto della canapa, anche il più scarso, eccedeva di gran lunga i bisogni delle famiglie e le scorte di "rigatino" che potevano tessere per i vestiti, e di tela per i corredi domestici. Era in vero il prodotto che aveva avvezzato i contadini a far commercio e denaro, quello che arricchiva il peculio messo a modico frutto e sicuro, nei libretti delle Casse di Risparmio, da quando queste s'eran guadagnate la grande, benefica e meritata fiducia popolare, a scapito del materasso e del ripostiglio sotto l'ammattonato. Di cambio e corsi e aggio, non c'era la minima nozione; e in quanto ai prezzi s'accorgevano che una lira si stentava di più a guadagnarla e che comprava di meno, più che altro per sentito dire, non fosse stato il rinvilio della canapa. E saranno state pratiche e costumanze contrarie all'andamento economico moderno, che del resto le ha distrutte, ma quanto salubri per coloro che esse tenevano in un'ignoranza di valori e di costi e di variazioni della roba e del denaro, la quale, confrontata coll'assillo odierno, che tende, a quanto pare, a diventar quotidiano e universale, assume un colore di felicità perduta. La crisi della canapa poteva disturbarla, ma non oltre un certo limite, perchè vera inquietudine cominciava ancora soltanto col timore della carestia: concetto terribile, ma semplice.
Nota n. 51 Pag. 335: Discorsi d’una volta:
La crisi non aveva certo impedito a Luca Verginesi, quando Cecilia gli aveva fatto la proposta di prendere a servizio la sua Berta, di accoglierla con faccia onesta.- Non sarebbe l'annata, padrona, di prendere altre bocche in casa, - aveva detto grattandosi la testa, - coi prezzi che fa la canapa; e cala!- Io non mi vergogno di dirvi il mio bisogno.- E’ grande, - ammise lui.- Tanto! Ma se me la prendete, piuttosto in casa vostra per il solo mangiare, che a salario in un'altra. E vi posso promettere che non vi mangerà il pane a tradimento.- Si sa come le avete allevate, e le conosciamo, le vostre figlie. Ma se Berta viene da noi, avrà il suo salario.- Questo è un discorrere da amico.- No, da onesto. Avete parlato all'Argia?- Ho pensato che l'Argia farà quello che crederete voi.Questa risposta era stata concordata fra le due donne, perchè l'Argia era favorevole, ma ci teneva a far passare il vecchio Luca da alquanto dispotico. E siccome cotesta fissazione era vicendevole e reciproca, ecco il vecchio:- Son faccende di casa che riguardano lei; e sapete che è un po' bisbetica e sospettosa; perciò fate conto che io v'ho detto di sì, ma all'Argia parlatene come se non aveste ancor passata parola con me. Dirà di sì più volontieri, quando stimerà d'essere lei a fare alto e basso! Ognuno ha le sue fissazioni, - soggiunse puntandosi l'indice in fronte.Sarebbe stata da sorridere, ma Cecilia aveva altro in capo, e se mai si sentiva piena di gratitudine per quella ottima gente:- Vi dico anche questo, Luca: bisogna ritrovarsi nel caso d'una madre, con una ragazza come quella, giovane, la prima volta che va tra i pericoli, voi m'intendete, bella, lo posso dire perchè è la mia spina, bella da girare un bel poco prima d'incontrarne un'altra che gli si ravvisi; bisogna ritrovarsi nell'angustia di averla già pensata lontano e fra non si sa chi, cogli scellerati che stanno al mondo, per comprendere l'obbligazione che avrò con voi e coll'Argia.- E io son contento, padrona Cecilia, non per l'obbligazione, ma di poter giovare a voi e alla Berta, che almeno verrà a stare vicina a voi, e in una casa di gente onesta, dove tutti le vorranno il bene che si merita. E vi dico di più: mi fido che anche l'Argia, benchè qualche volta un poco lunatica, sarà contentissima. E vedrete che la vostra Berta troverà anche da stare allegra con tanta gioventù che abbiamo in famiglia: anzi, fino a qualche tempo fa, benchè vecchio, ci sapevo stare anch'io all'allegria della gioventù. Adesso... Mah, la casa verginesa ai Vegri della Coguazza, non è più quella!- Non il rinvilio del grano, e neanche della canapa, stavano sullo stomaco a lui, ma bensì il padrone, per cui ogni tanto diceva:- Questi non son più i Vegri della Coguazza, ma della Malintesa.Le due madri s'accordarono anche su un altro punto: che siccome fra Berta e Orbino c'era molta simpatia, bisognava tenerli d'occhio, che non diventasse troppa, e che non finisse in uno sproposito. Di tenerli d'occhio, l'Argia promise e si ripromise; che rischiava di poter diventare un bel fastidio per i due giovani. Cecilia dovette limitarsi a fare a sua figlia un lungo ed accigliato monitorio sui pericoli del mondo, le lusinghe e l'ignoranza della gioventù, ed altre verissime cose, con tanto accento, che Berta, quasi stanca di dir di sì ad ogni fin di periodo:- Va bene, mamma; ma tutti questi pericoli da chi m'han da venire, in casa dei Verginesi?Per non metter sospetto o tentazione dove magari non c'era, la madre s'era proposta di non parlarle d'Orbino, ma colta cosi alla sprovvista:- Tutti bravi, tutti buoni, tutti amici, - disse: ma è meglio tener il fuoco lontano dalla stoppa, per non meravigliarsi poi se ha fatto una vampata.- Vedo che vi piace di parlare in oracolo: e la stoppa capisco che sarei io, - disse Berta un poco offesa. - Però vi so dire che non sono poi una stoppa da prender la vampata tanto facilmente. In ogni modo ci baderò, e vi ringrazio dell'avviso. Ma se mi diceste chiaro il vostro pensiero e chi avete in mente, parlando di fuoco, potrei guardarmi meglio. E voglio anche dirvi che non penso voi possiate esservi messa in mente che io sia una da pericolare e da prender fuoco con questo e con quello, come capiti. Quando invece fosse così, mi dispiacerebbe di lasciare il mulino con l'idea in testa, che abbiate potuto fare questa stima di vostra figlia.Melanconia e dispetto espressero una lacrima dai bellissimi occhi, che scombussolò tutti i calcoli di Cecilia:- Levati dalla testa, la mia figliola, che io abbia fatto un pensiero di tanta vergogna sul conto tuo! E per metterti tranquilla, ti dirò che pensavo, sì, a uno, che può essere pericoloso perchè sarebbe degno di te, e, già non serve nasconderlo, è innamorato: ma non c'è più da pensarci ora e chi sa per quanto tempo. Allora, tanto fa levarselo dalla testa subito, se tu avessi qualche simpatia per colui, e fare in modo che anche lui non ci pensi più: perchè da miserabile, io so che anche se ti volesse sposar lui, non ti umilieresti tu. E non ti fare ingannare dalla buona cera, sai, e da chi ti dice: io, noi ti prendiamo anche senza dote e senza corredo. Lì per lì magari parlano col cuore in mano, per amicizia e per amore, ma poi dopo, ricordati che il matrimonio è un sacramento lungo: presto o tardi, alla nuora, alla cognata, alla moglie, viene il giorno che glielo fan capire e le rinfacciano che entrò in casa nuda come un bruco e pezzente! Guarda che le cose vanno, andarono e andran sempre così, anche se da giovani non ci si crede. Ricordati che è meglio un dispiacere corto, che non un pentimento lungo, e che povertà non è disdoro, quando il pane uno se lo guadagna; ma mettersi con chi è da più di noi, si sconta sempre; e è signore chi sa stare da pari suo nè più nè meno.- Allora io, stando da quella che sono, - disse con un pallido sorriso Berta sopraffatta da tanta sapienza, troppo vera d'altronde, - sarei una signora?- Poverina, no: ma potrai guardare in faccia qualunquesiasi più gran superbo, perchè chi non si pretende da più di quel che è, nessuno può levarglielo, e chi non s'alza non è abbassato.Tutte coteste massime di povertà orgogliosa, erano dette per consolarla, e come consolazione valevano quel che valgono le consolatone. Per altro toccavano la giovine in un certo fondo dove, benchè diversamente, in fatto d'orgoglio non cedeva alla madre.Nota n. 52 Pag. 342 L’usanza della sposa in prova:
"Prendere in prova" si diceva correntemente, ma non nel senso licenzioso e schernevole di una Lantision. Infatti per famiglie costituite in unità agricole, tutt’une col podere su cui s’erano foggiate e che le aveva foggiate, ceppi familiari antichi e stabili, con tradizioni antiche e stabili, e proprie, d’affetti, usanze, particolarità; per tali famiglie il venir meno di braccia al bisogno del podere, rappresentava tale discapito e diminuzione, e talvolta, iattura, che s'era stabilita e durava una di quelle pratiche che non s'informano al retto: alla necessità sì, onde han più forza delle leggi, quando queste scambino per rettitudine e necessità le esorbitanti escogitazioni di legislatore fantastico o astratto. Di rado un giovane contadino dunque sposava senza aver presa in prova la ragazza, ossia senza aver proceduto di comune e naturale accordo all'esperimento, a cui la più dotta embriologia nulla può sostituire, per conoscere se nella loro congiunzione la sposa fosse per riuscire feconda. S'intende che la proposta non poteva aver forma nè forza di stipulato contratto, si però d'impegno d'onore; e non solo l'uomo che vi trasgredisse si esponeva una rigorosa e vigorosa riprovazione, ma onesta ragazza ingannata con quel mezzo, anzichè vergogna, riceveva la pietà generale e una sorta d'impegno della comunità a risarcirla. E di solito, non che fallirle aiuti della famiglia e del paese ad allevare il suo portato, questo non le impediva neanche di trovare un altro marito; ed al trovarlo era molto più impeditivo il sospetto della sterilità, che non la prova della fecondità già fornita.
Nota n. 53 Pag. 347 Berta dalla bella statura:
Si era dapprima chinata, Berta dalla bella statura, come per vedre piú da vicino gli occhi di quella piccoletta dalla lingua vìperina; si raddrizzò indignata, e apparve, così la struttura potente, quasi scoscesa, di quella rubesta stirpe del nonno Scacerni, e la nerboruta vigoria della madre, mentre l'indignazione sfavillava nei magnifici occhi.
Nota n. 54 Pag. 382 Il Verginesi dall’anima corta e quello dall’anima lunga:
Un giorno di quella primavera, aveva convocati, ed accolse i due Verginesi con insolita amabilità, che li mise subito in sospetto: lodando la bravura di Luca nel condurre la stalla, e quelle più varie d'Angelino. Le maniere accomodanti, la cera cordiale, la spigliata giovialità di questo "dall'anima corta" e ritondetto, celavano meglio non minori diffidenza e ostinazione, che non la grinta cipigliosa di Luca. Anzi per cotesta differente apparenza su fondo identico, i due capoccia eran famosi sui mercati e alle fiere della plaga, dove trattavano bestiame l'uno, l'altro canapa e granaglie. Andavano a ciò sempre insieme, e Angelino, o comprando o vendendo, soleva dire ai contraenti che lui ci sarebbe stato, chè era di pasta dolce e remissiva: persuadessero il fratello. Quest'impresa era da scoraggiare i più persuasivi e tenaci sensali. E quando Luca intendeva di accettare un prezzo, diceva che lui già non si sarebbe mai rassegnato, che si considerava preso per il collo, che ai mercati non sarebbe più venuto per non guastarsi il fegato. Interveniva allora Angelino, che coi suoi modi confortava gli scorati e sfibrati dalla cocciutaggine del boaro, e colla sua parlantina, approfittando di quel sollievo, riusciva a concludere strappando sempre qualche altro vantaggio alla stanchezza dei contraenti e dei mediatori.Anche di fronte al padrone, o tacendo o parlando, più che mai l'uno ingrognava e l'altro arrideva, e più che mai le parole sembravano levate al boaro colle tenaglie, mentre l'arrendevole amenità del fratello si effondeva in chiacchiere, che parevano sempre sul punto di assentire a tutto, e non cedevano in niente.
Nota n. 55 Pag. 392 Antiche costumanze purtroppo scomparse:
Improperi e contumelie da superiore a inferiore, secondo una viziosa consuetudine della quale il costume italiano ha penato assai a emendarsi, se anche dispiacevano, rimettevano, per così dire, le cose a posto. I due contadini ritrovavano il padrone in quelle ingiurie, ed erano assai meno scontenti d'aver da sopportarlo ingiurioso, che non da sospettarlo, come poc'anzì, lusinghevole. Ingiurie padronali, una frusta immemorabile pazienza disponeva il contadino a prenderle non come il tempo, che sarebbe dir troppo, ma facciamo conto come le pulci nel letto o il sole troppo cocente, o una pioggia intempestiva a mezza strada: molestie, ma naturali e da non farei caso, anche se cotesta offendeva. E offesi erano, ma rassegnati. Angelino tormentava il cappello; a Luca tremava un poco il mento bianco di pelo.
Nota n. 56 Pag. 419 La festa campestre:
Era luglio avanzato, aperto e luminoso. Il prato innanzi casa era tutto arsiccio e largamente crepato; l'aia di terra battuta avvampava, ma v'era drizzato un frascato a far ombra, quasi che volessero in ogni modo render più agiato il festoso lavoro di quel giorno. E come voleva l'usanza, l'Argia aveva approntato il budino di latte nello zucchero bruciato, chiamato coppo, e teglie grandi di torta di riso, rosolata sopra e sotto, fresca e sugosa dentro. Tutto era già pronto, ed erano arrivati gli invitati: Cecilia con la Maria e Dosolina e Princivalle, mentre al mulino era rimasto Giovanni. I sacchi del bel frumento sgranato, asciutto, pesante, mondo e vagliato, stavano in mucchio, così alto da consolare il cuore. In mezzo all'aia era stesa una tela grezza e pulita, su cui lo staio della misura aspettava che si desse mano all'opera.Si aspettava il padrone, invitato colla famiglia. Arrivò con Antonio Scacerni l'Olmeda fattore. Il Clapasson mandava a dire che cominciassero a misurare il raccolto col fattore.- Non s'è degnato? - chiese Luca all'Olmeda.- Forse verrà sul tardi, - rispose questi.Cominciarono. Levavano dal mucchio un sacco dopo l’altro, e li trascinavano vicino allo staio, dove Orbino li slegava e li svuotava sulla tela. Due solleciti spalatori empivano lo staio. Un contadino anziano, con un regolo, appianava il colmo. Raso, due lavoranti levavano per la maniglia lo staio, e lo versavano nella bocca dei sacchi vuoti: due stari per sacco, e dieci di tali sacca facevano un moggio, secondo le misure antiche. Li legava poi Luca collo spago, contando sacchi e moggia. Il ragazzino sveglio che chiamavano Zampetto, teneva il conto: per ogni sacco una fava.- Bada di non sbagliarti, veh! - diceva con faccia di scherzosa minaccia il boaro al ragazzino, che dopo un poco, benchè orgoglioso della mansione di fiducia, s'era messo a sbadigliare: - Ti addormenti, brigante? Bada che ti lego dentro un sacco anche te!L'Olmeda conteggiava, traducendo in ettolitri le moggia, sopra il suo taccuino. I sacchi venivano caricati sui carri: la parte dominicale doveva andare ai magazzini del padrone, quella dei contadini alla Torricella, dove Angelino aveva approntati con la cura e la pulizia necessarie i granai. Scemava il mucchio delle sacca da misurare, via via che salivano i carichi; fra l'uno e gli altri, il monticello di grano fragrante, innanzi lo staio, tanto calava quanto cresceva, chè alterna e continua, spedita ed esatta, la bisogna aveva trovato il suo andamento. Luca, che aveva a mente le cifre dei raccolti rimarchevoli per scarsità o abbondanza da poi mezzo secolo, presto annunciò passato il raccolto del '53, di quella carestia ch'era stata la fortuna e la sventura del signor Pietro Vèrgoli coi contrabbandi per gli austriaci d'oltrepò: cose lontane. Poco stante:- La rotta, - disse Luca, e voleva dire uguagliato il raccolto del '73, quando le intemperie avevan fatto disastri anche sulle terre risparmiate dal fiume, come i Vegri della Coguazza. E gli brillava il cuore nello stimare, sbirciando coll'occhio, quant'era ancora cospicuo il mucchio dei sacchi da misurare. Passò un po' più di tempo innanzi che annunciasse finita, col '79, la serie delle annate magrissime. Seguiron le mediocri, le medie, le buone; s'iniziarono le ottime, e furon raggiunte tutte, quasi pareggiando il raccolto proverbìale dell'80. Il totale delle moggia fu scritto colla punta d'un chiodo sullo stipite di pietra serena della porta, dov'eran segnati raccolti così antichi, che un po' per l'età, un poco per le incerte e diverse scritte, non si decifravano neanche.Lavorava, così per allegria, al trasporto dei sacchi anche Princivalle, e anche la vigorosa Berta; e come le avevan detto ch'eran troppo pesanti per una donna, contenta di mostrare alla madre che lei prendeva con vigore e buon animo il mestiere contadinesco:- Eh, che mai! - aveva risposto. - Non sapete che maneggiar sacca di grano è il mestiere proprio di noi molinari fin da piccoli?Avevan voluto allora offrir le spalle anche le giovani più vigorose, e crebbe l'allegria, non senza scherzi bonariamente salaci dei giovanotti, che dicevano alle donne d'averle sempre sapute più adatte a lasciarsi ribaltar loro, piuttosto che a sottoporvi la schiena. Il lavoro era finito assai prima del tramonto, quantunque le giornate fossero già più corte che in giugno.L’Olmeda aveva fatto pesare, per saggio, qualche staio; e il grano coltivato secondo i dettami del Clapasson era risultato anche di maggior peso specifico in confronto coll'altro: ma ormai, alla fine di una giornata così fausta, il boaro non voleva più stare a rattristarsi. Disse al fattore:- E chi non conosce che il padrone sa il fatto suo in campagna?- Ve lo credo! - rispose l'Olmeda. - E volete un consiglio d'amico? Cercate d'andar d'accordo con lui, perchè in fatto d'agricoltura è un uomo raro, ma a contrariarlo è poco comodo.- Non dico di no.Ecco, in carrozza, la famiglia, moglie e figli del commendatore, a gustare il coppo e la torta di riso. Lo sdegnato Clapasson non aveva stimato dignitoso, nella congiuntura, d'onorare i Verginesi d'una visita, ma opportuno bensì cotesto mezzo termine. La storia, in questo un po' pettegola, pretende che quando non c'era la faccia di lui, sempre irosa ed arcigna e poco cordiale, perfino moglie e figliuoli suoi propri stessero più allegri. Son portate sull'aia tutte le tavole di casa; ed eran lontane da bastare, giungendo anche la famiglia della Torricella, che avevan finito d'immagazzinare; e Angelino diceva, festoso, quest’anno bisognava puntellare il granaio. La miglior seggiola fu offerta alla padrona; e fu imbandita con rustica pulitezza la merenda. Era l'ora in cui la gran vampa di luglio, attutita, dava luogo al rifiatare della pianura immensa, prona, che esalava verso cielo sedato e men fiero, il calore vibrato su essa dal maschio giorno rovente. Non anche spirava alito di brezza, nè sulle cose e sulle foglie trascolorava ancora l'inizio del crepuscolo, ma l'aria era bensì più mite, e nelle ombre già lunghette, nella sete della gleba affocata, nell'anelito caldo della terra; simile un possente rifiata da grave e battagliero travaglio; nel tramutare del cieco ardore solare in luce più colorita, era già la promessa soave del crepuscolo e della notte, in cui la terra e ogni vivente riprende vita dal riposo.Il coppo, chi non gustò l'opera delle massaie d'una volta, la squisitezza del latte rappreso e cotto al fervore lento e saggio del tegolo caldo, la sostanza quasi carnosetta e fresca e cercata dentro l'invoglio dolceamaro dello zucchero bruciato, non sa che bontà fosse quella leccornia. Anche la torta di riso era riuscita alla perfezione. Dopo la signora Clapasson, il posto più distinto era stato assegnato all'ospite Cecilia. I contadini scialavano, e l'Argia insisteva, alla loro maniera, che gli ospiti facessero onore all'imbandigione:- Mangi, signora; non tema per i signorini, che questa è roba da non far peso sullo stomaco. Berta, non vedi che tua madre non mangia? Dalle dell'altro coppo. Oppure, Cecilia, preferite la torta?Faceva circolare gli orci di chiara e dolce albana.- Non me li ubbriacate, quei ragazzi, - raccomandava la signora, chè diluviavano: - mi prenderanno l'indigestione.- Garantisco che è vino sano, - diceva Angelino cantiniere, - e anche se dovessero prendere una sbornietta, con una dormita passa, e non compare neanche un po’ di peso alla testa.- Due dita d'olio di ricino, e domattina tutto va a - diceva Luca, mentre Argia sformava coppi dagli stampi e trinciava spedita le torte nelle teglie in tanti pezzetti romboidali.I signorini, affiatatisi coi ragazzi dei contadini, smaltiron poi la pienezza della strippata arrampicandosi sul pagliaio e calando dall'alto scivoloni, fra gran sollazzo e grida festose. Era infatti venuta tanta paglia col bel raccolto, che nel fienile non era entrata la maggior parte, tanto più che i foraggi erano stati anch'essi abbondantissimi; e l'alto pagliaio era dorato dal sole calante.Ultimo divertimento della giornata fu assistere alla abbeverata del bestiame. L'abbeveratoio era in fondo al gran prato, accanto al pozzo perenne, oggetto di molta invidia dei vicini in quelle terre siccicose. La fila delle bestie sciolte s'avviava lentamente dove le chiamava il boaro con certo verso e fischio lungo, pacato, suasivo, che le invitava a bere. Camminavano saggie, con quella loro andatura che sembra inceppata, a testa bassa; e il sole basso sfiorava con un raggio tenero le schiene, bianche per la più parte. Immergevano il muso fino alle froge nell'acqua, e bevevano adagio, alla loro discreta maniera. Poi lo levavano stillante, e si riavviavano alla stalla, sempre da sole, pacifiche e senza ruzzare, mansuete e sazie. Il cane di casa, abbaiando fingeva per giuoco di assalir questa oquella, senza che neanche lo guardassero, senza che neppure muovessero le pendule code, senza che distogliessero l'occhio tondo e lucente da quel segno, a cui intendon lo sguardo, e che a noi sembra nascosto e smarrito. E nell'occhio smemorato e dolce, nella stessa corpulenza placida e tarda, i bovini parevano raccogliere il segreto vero dell'esistenza naturale, della semplice innocenza brutale. Rientrarono ad una ad una nella stalla le bestie. Era tramontato il sole.
Nota n. 57 Pag. 431 Gli sposi promessi:
Ormai il lavoro era finito, e licenziavano il canto cogli scherzi. In breve l'aia fu spazzata e sgombra, e Orbino fu pregato di andare a prendere il violino. Uno della compagnia di Sette Chiavi aveva la chitarra, un altro l'ocarina di Budrio, e fra i presenti c'era un suonatore di lirone. Questi, mercè le piccole dimensioni del suo vecchio e tarlato contrabbasso, con un archetto apposito corto due spanne, e valendosi d'una cinghia passata a tracolla, riusciva a suonare, per lo meno era questa la parola ch'egli usava, anche in cammino e lungo la strada, accompagnando cortei nuziali e ogni sorta di musiche marcianti. Suonare, per lui significa intromettere a guisa d'accompagnamento, nei suoni altrui, una specie di ronfo ostinato e stonato, ma vigorosamente ritmato, che non conosceva intoppi, e col quale e sul quale la musica, o accompagnata o spinta, cacciata o trascinata, doveva tirare innanzi o di riffe o di raffe. I suoi vanti erano due: - Col mio sostegno, non c'è incaglio che tenga; - e: - Sono l'unico lirone ambulante del mondo. Mentre giovani e ragazze spazzavano allegramente l'aia, l'istrumento di Budrio diede il la, e Orbino e il chitarrista accordarono i loro. Quanto al lirone, non ce n'era bisogno: bastava dare una tirata alle corde quando l'umidità le allentava, slentarle nella stagione asciutta. Così accordato, il suonatore impugnava l'archetto e attendeva, minaccioso.Il ballo cominciò festoso e animatissimo. Berta s'era seduta in disparte, chè non aveva voglia di ballare con altri fuor che Orbino. Eppoi tutto il giorno e tutta la sera, successa serena alla chiara giornata d'agosto declinante temperato e soave, sedendogli accanto ìnnanzi il mucchio delle pannocchie, meglio che colle parole s'eran parlati cogli sguardi. E talvolta nell'allungar le mani a prendere la pannocchia da sfogliare, s'erano incontrate nel mucchio, e Orbino n'aveva approfittato per stringergliela amorosamente. Più volte la spalla di lui aveva sfiorato carezzevolmente la sua, e così, trasognati e caldi, accompagnavano i canti della compagnia, a mezza voce, tutti assorti e trasportati nei loro pensieri d'amore. Quel ch'ella sentiva, senza sapere o piuttosto senza ardire di dargli nome, insè e nel vicino suo, era un nodo di dolcissimo affanna>, una vampa e follia del sangue. La sentiva in lui, perchè lei n'avvampava; la sentiva in sè, perchè gliel'apprendeva lui. Capiva, con lo sgomento dolce, ch'era tardi per ritrarsene, sentiva senza riparo che cosa fosse il desiderio dell'uomo,perchè n'era presa, e non avrebbe mai più voluto non essere presa. Nelle delizie di quel focoso e languido tormento, la giornata era corsa veloce e lenta; ed ora Berta conosceva non mai provata, acuta insieme e rilassata,nella quale insinuavansi immagini strane d'abbracciamenti e di baci e di voluttà coll’uomo amato che la facevano vergognosa. E anche la vergogna istigava la passione. Adesso, in disparte, era come tramortita beatamente. E ripensava che a quel lazzo dei canterini: "Fosser quattrini, sarei maritata", Orbino aveva approfittato delle risate generali per dirle in un orecchio che presto loro due, quattrini o no, sarebbero sposati. Anche le aveva detto, fra serio e scherzoso, poichè la polvere delle pannocchie li faceva tossire: - 0 Berta, invece di stare a spannocchiare, mi piacerebbe di cambiar mestiere, dove non ci fosse da ingollar polvere.- Davvero?- Indovinate quale.Avrebbe voluto dirgli che non sapeva, ma poi che gli occhi s'eran incontrati cogli occhi:- Orbino, - gli aveva risposto sommessamente, molinari di fiume si nasce.- Qualcuno sarà ben stato il primo! La stirpe degli uomini non è mica nata sui mulini, - aveva detto ridendo.- Qualcuno. ma chi sa quanto antico!- Per esempio?- Eh, come i Reali di Francia.- Allora, come Berta e Mìlone d'Anolante?- Sì, poverina - aveva detto lei ridendo, sovvenendole la bella storia della sorella di Carlomagno e madre d'Orlando nella grotta di Sutri.Ma Orbino, ridendo pure ma collo sguardo serio:- Anche quella Berta e il suo Milone ebbero da passarne tante, ma alla fine furono contenti. Così… - e s’era interrotto, interrogandola e pregandola cogli occhi, tanto che lei:- Saremo contenti anche noi, - gli aveva sussurrato.Adesso temeva che qualcuno avesse udito, o che la loro maniera di fare li avesse traditi agli occhi della compagnia; ma anche cotesto timore era dolce, perchè la pienezza del suo forte amore la faceva orgogliosa. Le rideva dal cuore pieno la felicità.Orbino, dal suo canto, voleva cavare dal violino i suoni più soavi e più trillanti, per dire a lei e alle fitte stelle, di cui era tempestato il cielo, quel che aveva in petto, da traboccarne. La maestria dell'arte stentava a rispondere alla passione, ma pure un che di più ardente e canoro, di più trascinante del solito, si sentiva nel suo strimpellare. Fosse stato tutto quello che avrebbe bramato, quella sera sarebbe stato un violinista da mandare in estasi. Intanto in estasi ci andava lui, mettendo tutta l'anima nei polpastrelli e nell'archetto e nella melodia.S'era accorto che Berta non ballava, e glien'era grato, chè quella sera sarebbe stato geloso; e così, fra lui e lei, colla voce del violino, gli pareva di continuare a discorrersi come lungo la dolce giornata. Suonava per lei, in gloria dell’amor loro. Se gli uscivan note false o calanti, nulla di men che pieno e sincero e felice era in quel che gli cantava e brillava nell’animo.In una pausa, Sette Chiavi volle improvvisare, e fu come quando un coro di bei rosignoli è attraversato dallo strido d'un gufo:Come si vede, il poeta insisteva, non forse la trovata gli paresse peregrina; e certo non coll'intenzione di offenderla, che per questo sarebbero bastati a trattenerlo, non che il pugno proibito di Princivalle, anche quelli di Orbino; ma per pungerla un poco scherzosamente, come portava l'occasione, dato che durante il lavoro tutti s'erano accorti del loro maneggio amoroso; e per blandirla anche, dato che lo sposalizio dei due giovani si dava per sicuro, anzi per prossimo.La ragazza capì che il segreto pudico e geloso del suo sentimento, ch'ella credeva così ben difeso e celato, era scoperto a tutti e in balia dello scherno, della malignità, della curiosità offensiva sempre, anche quand'è benevola. Non temette per sè e per il suo amore, in quel momento: quelle parole scherzose, il riso delle faccie assiepate, incalorite, attorno a lei seduta, che le guardava senza riconoscerle, come fossero state tante maschere, la ferirono nel pudore del sentimento. Il vino, il ballo, la licenza della festa notturna, infervoravano; maschi provocati e femmine palpate, in lussuriosa gazzarra di gomitate e manate e strilli, in rustica guerra di aggressioni e di ripulse scherzose e lascive, s'accalcavano in cerchio stipato e sudato. La luce dei lumi dava risalto alle faccie diverse, tutte cupide di quello spasso nuovo.Che male v'ho fatto, dicevan gli occhi di Berta, che ne vogliate fare a me? L’amichevole masnada non immaginava di fare alcun male, nè a lei nè ad Orbino, anzi di far loro coraggio, di favorirli; a modo suo di fidanzarli:- Coraggio, Berta! Tutto andrà bene. Balla con Orbino! Viva Berta e viva Orbino! Vita, vita! Vi vogliamo veder ballare insieme. Evviva l'amore, evviva gli innamorati, evviva gli sposi!E qualche amica più scapigliata l'assicurava che:Non c'è niente di più bello che fare all'amore con un bel ragazzo.- Come Orbino, - aggiungeva un'altra.E giovani e ragazze, allacciandosi per la vita, come se volessero prepararsi a fare il girotondo, dondolando in cadenza, dicevano in coro:- Sù, Berta, sù: balla col tuo amoroso' Sù, sù, Berta: viva l'amore!Dal suo posto di musicante, Orbino capiva poco, ma bastava a fargli intendere che il giuoco non piacesse alla sua ragazza. Per farlo smettere, attaccò l'aria di ballo più trascinante e vivace del suo repertorio, ma fece peggio. Parecchi corsero a lui, gli levarono il violino di mano, alzarono lui di peso, richiusero il cerchio attorno a lui ed a Berta, e gridavano:- Musica, musica! Ballino i promessi!- Bisogna accontentare questi matti, Berta, - disse Orbino ridendo.- Musica, musica! Ballino gli sposi!Chitarrista e ocarinista eran dei valenti. Attaccarono un valzer in voga. Berta, stordita dal frastuono, si levò dalla panchetta. Non era gran ballerina, ma Orbino era di prima forza. Il cerchio si allargò. I suonatori avevan cominciato a tempo lento, e il lirone taceva, aspettando.Com'egli l'ebbe cinta per la vita, facendole muovere i primi passi, l'incanto della musica e della gioventù le persuadeva oblio d'ogni altra cosa. S'arrese alla dolcezza d’essergli vicina e abbracciata nell'onda del valzer. Erano scalzi, leggieri sulla terra, dell'aia. Via via che i musicanti acceleravano il tempo con più brio, la ballerina seguiva con più abbandono la guida del ballerino nei passi sempre più lesti e nelle agili volte veloci. Un'ebbrezza sana e forte trasportava, sull'ala della musica, i corpi giovani nel piacere del ballo, con foga, con fuoco, con vertigine voluttuosa. Il bravo ballerino superava sè stesso. Tutti quanti attorno, anche i vecchi di casa, li stavano a guardare con gran gusto, contenti e sospesi. I suonatori s'eran messi di furia; infuriava il lirone, ma pareva che per la prima volta avesse azzecato il tono, onde mai aveva dato dentro nell'accompagnare con tant'impeto. I ballerini andavano così presti e arditi, che parevan trascinare, anzi ch'esser trascinati dalla musica. Così si davano ardore a vicenda, e l'amore brillava negli occhi di Berta, che non avevano rifulso mai così belli.Intorno tacevano tutti; e come i musicanti troncarono il suono, quasi a lei venisse meno il sostegno a mezzo un volo, Orbino dovette reggerla che non cadesse. Pallida, ansante, ma non di fatica, con la nebbia sugli occhi e il capogiro, gli si appoggiava, e parve che s'abbandonasse a un abbraccio. Gli spettatori applaudirono con furore, e poi gridarono:- Viva la bella coppia! Vivano gli sposi, gli sposi, gli sposi! Evviva!
Nota n. 58 Pag. 388 La tragedia di un povero vecchio:
Quei giovani delle famiglie possidenti, che s'erano profferti alle faccende agricole manuali, finito il divertimento della novità, anzi che esperti del mestiere, s'erano venuti annoiando, e lo continuavano con negligenza e sbadataggine.Quando arrivavano per governare la stalla ai Vegri della Coguazza, di solito trovavano la casa chiusa, e dei Verginesi neanche l'ombra. I ragazzi avevano dato l'avviso che arrivavano "quei signorini"; e allora, chi si imboscava nella macchia, chi si sperdeva alla campagna, chi si chiudeva in casa:- Non li voglio neanche vedere, - aveva detto Luca boaro.E per i più giovani e per i ragazzi, che s'imbucavano dietro le siepi, s'arrampicavano sugli alberi nel folto, salivano in granaio o sul tetto a spiare, era uno spasso. Quelli, sulle prime, avevano bussato rumorosamente alla porta di casa sprangata; inutilmente. Pareva una casa dove fosse passata la morte improvvisa, coi segni della vita in tronco sull'aia e nel fienile e nella stalla. La passione dei Verginesi, diventata fanatica, non avrebbe patito che i signorini mettesser mano al loro badili o forcali. E però mettevano in, salvo, in cotesto imbucarsi loro quotidiano, gli arnesi, che non fossero toccati dagli odiosi profani. I signorini trovavano accostata, o chiusa soltanto col paletto libero, la porta della stalla, perchè Luca sapeva che avrebbero avuto il diritto di farla aprire per forza, e non voleva dar loro cotesta soddisfazione. Governavano alla peggio le bestie e i loro letti, riempivano le mangiatoie col foraggio del fienile ben fornito; più d'una volta si dimenticarono di menarle a bere all'abbeveratoio. Presto il bestiame si distinse per lo stato di sporcizia e di mala cura in cui versò; perse il lustro del pelo e smagrì, fece un occhio torbido e stanco, quasi che, avvilito dal ricordo di com'era stato trattato prima, adesso si vergognasse. Così almeno non era lontano da credere, e così voleva dire, il boaro, che in quella sua antica familiarità col bestiame, s'era persuaso, come diceva, che la bestia capisce. Per lo meno, era un fatto che capivano lui, mirabilmente, e lo riconoscevano, docili e manse: e s'aspettava che gli facesser capire, presto, che gli rimproveravano l'abbandono indegno. E lui, che aveva portate le vacche al toro, che le aveva aiutate a sgravarsi, e poi aveva allevati i nati giorno per giorno con minute cure, lui le amava, le bestie, anche se non erano sue. Lasciarle a quelle mani trascurate e maldestre, nemiche di lui e delle bestie, era una sofferenza. Proprietà del padrone: che importava? Era forse colpa delle bestie? Era una tristezza, un'indegnità e una disdetta di più, pensava il boaro. Il suo rancore contro chi procurava a lui e al bestiame quel patimento, implicava, altrettanto forte, un disprezzo profondo e sdegnoso per i signorini, in quanto venivano a mischiarsi in un mestiere che non sapevano fare:- A quest'età dovevo arrivare, per vedere fare alla stalla uno sgoverno simile! E se il mondo è regolato male, han da patir le bestie per questo?Cotesto sdegno superava ogni altro sentimento; non li voleva vedere nè sentire: quando erano annunciati, andava a nascondersi per non rischiare di vergognarsi lui del loro lavoro e dell'improntitudine. Ma poi non resisteva; e tendeva l'orecchio, da dentro casa, origliando, alle voci, che spesso erano allegre. Li udiva ridere e scherzare fra loro. Di che trovavan da ridere? Li avrebbe voluti a opera sotto di sè, "bestiari", boaroli o vaccarini: li avrebbe fatti smettere lui di ridere e di scherzare! Li avrebbe presi a scuriate della frusta da buoi, collo sforzino di cuoio da levar la carne! Gli avrebbe insegnato lui il mestiere, come a garzoni malvagi e pigri. Dimenticava il dove e il quando, il come e il perchè; dimenticava lo sciopero e tutt'il resto. Poi, quando se n'erano andati, nella stalla, vedendo come avevan governato i malcapitati bovini, si sarebbe dato i pugni in testa dalla rabbia. Li chiamava per nome, parlava accorato e furibondo:- Dillo te, Bianchina, dillo te, Bergamina, dillo, Barbarossa, - ch'era il più bello della torma, di gran corpo, di pelame fulvo, dalle immense corna, - ditelo voi come vi trattano questi disgraziati, questi bastardi'Gli volgevano le froge madide, gli occhi tardi e dolci: giurava a sè medesimo che lo capivano, che gli chiedevano di metter mano al forcale e alla stregghia e alla spugna, per rifargli il letto, nettarli, nutrirli. Allora la tentazione era forte, ma egli non cedeva neanche alla voglia di allungar la mano a una carezza. Possesso del padrone; andasse in malora, perissero anche; e venisse magari il cimurro dalla rabbia a lui boaro; ma lo sciopero doveva essere osservato, e vincere, e fare un mondo nuovo, dove di tali disgrazie e infamità non fosse per durare neanche il ricordo.Si costringeva a parlargli soltanto, e diceva ai bovini: - Perchè non gli date una cornata, quando vi viene attorno uno di questi moccoloni, che non sanno nemmeno da che parte si comincia? Dobbiamo soffrire insieme, ma dategli una cornata, almeno!Ma fin qui non arrivavano a capirlo, e molto gliene rincresceva.Un giorno accadde, come doveva accadere, ben di peggio. S'addiede, entrando nella stalla, che gli inetti avevan guarnito le mangiatoie di fieno adatto in punto a procurare, specialmente alle vacche, l'indigestione gazosa, ovvero timpanite; o per dirla come lui: le s'imbottivano.Gli era bastato fiutar l'aria e l'odore di quel fieno molle e ancora fermentante. Corse alle mangiatoie, cacciò le mani in quel nefasto mangime, doloroso, pericoloso, e se l'arte del veterinario non soccorre, spesso mortale per le povere bestie bovine.Vuotava di furia la prima mangiatoia a cui aveva messa mano, bestemmiando l'ignoranza crassa, la sbadataggine criminosa, la sciagura che seguiva i passi di quegli incompetenti; quando s'accorse di far contro la legge dello sciopero, e ritrasse la mano dal foraggio, come gli scottasse.Ma terra e bestiame, e, come si dice, scorte vive e scorte morte, non doveva tutto diventar suo? Sì, fra un giorno o fra cent'anni: adesso la questione era un'altra: tenere il punto, combattere, patire, vincere, meritare di vincere, fra un giorno o fra cent'anni. E si rappresentava pur bene, se quelle bestie pativano o morivano, nella perdita viva del padrone, il danno comune e della terra, innanzi che si ricostituisse la stalla, il danno che veniva a gravare sull'azienda. Ma per nessuno quanto per lui far patire o morire il bestiame era delitto nefando e sacrilego; ma ogni pensiero riguardante il tornaconto prossimo o lontano, smarriva innanzi l'affetto; chè il boaro quelle bestie le amava; e lasciar che mangiassero quel fieno doloroso e forse mortale, era tradirle, una viltà, un assassinamento.Fu così ruvido e ripugnante all'animo suo cotesto pensiero, che tornò alle mangiatoie, da cui s'era staccato, per scaricarle. Vi cacciò daccapo le mani con più furia, dicendo alle miti bestie amiche:- Assassinare non vi lascio, non posso..... ..S'interruppe. Poteva mancare all'altro dovere, a cui aveva assoggettato, in un'esaltazione segreta di cui solo adesso si palesava la profondità e l'irremissibile, l'animo proprio? Eccolo fra due tradimenti: al dovere, all'idea che aveva eletto e per cui, senza parole, non conosceva sacrificio da riuscirgli eccessivo; all’affezione, che era carnale e radicata, e viva per le sue bestie vive, mandarle a patire e a morire nell’incuria per la altrui ignoranza, sì, ma di sua propria scienza e volontà. Scusava perfino quegli altri, maledicendoli ad alta e spiegata voce: disgraziati, più ignoranti delle bestie; ma lui era l’assassino, lui che sapeva e le lasciava mangiare un mangime, ch’era veleno. Domandò a Sant'Antonio, che facesse il miracolo di sviarle da quel mangime, d’aprir loro tanto di criterio. Sant’Antonio, che pure è il protettore del bestiame, non volle farlo. Brucavano, mangiavano con appetito; poi avrebbero ruminato; poi si sarebbero enfiate nella terribile colica. La sciagura era più forte del santo protettore; era colica; era entrato nella stalla il volere del Maligno. Le supplicò, gridando, che non mangiassero.Pallido, irsuto, la bocca piena d’imprecazioni, dannando il padrone e i suoi padroncini, sé stesso e fin le bestie, all'inferno, fu visto dai suoi di casa uscire spiritando dalla stalla, sprangar la porta col paletto di fuori, con gesto disperatole funebre; sedersi, che gli mancavano le gambe, sopra un ceppo lì accanto, dicendo: - E’ fatta. Gli erano attorno spaventati: - Che cosa? Che cos'è fatto? Che c'è? - Non lo dico! Non mi fate parlare! - Ma perchè?- Non mi ci fate pensare!Per amor di Dio, Luca, - disse l'Argia, - non vi abbiamo mai visto così!- E s’è vista mai una cosa simile, mai, mai, mai? gridò il vecchio boaro levando le braccia.- Allora, se non volete dirlo, entriamo a vedere, disse uno del fratelli bragliani,Saltò in piedi, si mise colle spalle all'uscio, lungo, squallidito, bianco: - Non lascio entrare nessuno, via, andate via di qua!- Ma Luca...Via di qua! Chi comanda nella stalla? Comando io. Chi è il boaro? Chi è il reggitore? - E chi dice di no?- Allora, via!- Ma che c’è nella stalla? Il fuoco? - Magari!- Qualche male delle bestie?- Peggio.- Sono morte?- Sarebbe meglio.- Gli hanno fatto... gli avete fatto qualcosa voi7 - domandarono a bassa voce, più spauriti.- Gli volevo bene, - disse accasciato d'un tratto, e floscio, sul sedile.- E allora?- Allora, quei somari, quei signorini della malora, invece d'andare all'inferno, gli han dato un foraggio che le imbottisce. C'è... c'è da vederle morire fra poco!Gli stavano davanti costernati, e non c'era bisogno di dirgli che lo capivano.- Voi mi capite, - disse.- E non c'è rimedio?- Basterebbe levargli dalla mangiatoia quel fieno: io gliel’ho lasciato e glielo lascio. Non c'è sciopero? Dunque...Nessuno, non c'era bisogno di dirlo, sarebbe andato dunque a levarlo. Anzi, si scostarono da quell'uscio a testa bassa, cupi, con un'espressione di ribrezzo.- Da qui a domani... - disse uno, come per esprimere una speranza che non volle finire.- Da qui a domattina quelli non tornano; e anche se tornassero, che cosa ne sanno? Magari che non gli importa neanche, a quei disgraziati. Non li sentite ridere sempre, da stupidi che sono?- Sicchè?- Fra poco sentiremo quelle bestie lamentarsi e chiamare, e noi non andremo dal veterinaio, non le aiuteremo. Le ho lasciate mangiare; le lascierò morire: è lo sciopero.S'era presa la testa fra le mani. Ognuno s'allontanò, andando a quelle svogliate faccende acconsentite dallo sciopero, in quello stanco e triste ozio di scioperanti.Venne l’ora di mangiare, e il boaro non volle muoversi, ricusò la scodella di zuppa, che gli mandò l'Argia. Stava affranto su quel ceppo, coll'orecchio teso all'interno della stalla. Trascorse tutto il pomeriggio, sotto l'ombra nera della sventura sulla casa e sul Vegri della Coguazza.Verso sera, era un bel tramonto d'avanzata primavera, le bestie cominciarono a mugghiare. Accorse la famiglia, e anche quelli della Torricella con Angelino, avvisati di ciò che stazza accadendo.- Non è niente, - disse il boaro; - vorrebbero esser menate all'abbeveratoio. Non è niente, non è ancor nient...Distinse in quella, nel coro lento e placido dei mugghianti, una voce diversa. Il boaro nominò la bestia, e disse:- Tocca per prima a lei, a Bergamina.Altre voci simili seguirono a quella, e tutte egli le chiamava per nome, e pareva apatico, come impietrito. A non lungo andare quelle voci si confusero; si levava un clamore sempre più lamentoso, da cui usciva un appello, un accento d'invocazione oscura, d'animali spasimanti, che chiedevano pietà forse alla natura che accendeva in ponente la serenità di un tramonto bellissimo e tiepido e tetro e crudele. Ma non così, non alla natura la intendeva il boaro:- Chiamano me, mi vorrebbero in aiuto, me! Chiameranno delle ore, forse tutta notte; e domattina...Gli mancava il cuore, visibilmente gli falliva il coraggio d’aspettar domattina, tutta una notte. Il suono dei lamenti adesso era altissimo, e, copriva. ogni voce, penetrava di una furente pietà l'animo d'ognuno. Diceva gli spasimi degli animali legati; e gli pareva di vederli, orribili, enfiati, caduti sullo strame, riversi sul fianco, rattratti, le gambe all'aria, come li conciava la spietata colica oscena. Il loro mugghiare era orrendo; orrenda l'immagine che quei contadini si facevano, a ridosso dell'uscio a cui nessuno ardiva porre mano per aprirlo, delle sofferenze e degli atti e di quegli occhi dolci, pazzi di doglia.- Morissero presto, almeno! - gridò il boaro.Ma innanzi che le voci affievolissero, corse un gran pezzo di tempo, e tacevano, più tardi, una dopo l'altra, come se la notte d'accordo colla morte venisse a spegnerli pietosa ad uno ad una. Venivano ormai soltanto voci fioche, rantoli, soffi. Quando tutto tacque nella stalla; ed era già notte alta, e il boaro non s'era mosso dal suo sedile come se pena e rimorso l'appiccassero a quell'uscio; l'Argia si fece a parlargli:- Luca, non venite a prendere un boccone? - Non rispose.- Non fate così, Luca. Vi ammalerete. Non disse nulla.….. ( a pag. 500)
Ma in quell'istante una delle bestie moribonde mandò un mugghio stanco, e così triste e lamentoso, che tutti tesero l'orecchio raccapricciando. E il boaro, che parve strana cosa, incredibile, spiccò dal vetusto petto ossuto un singhiozzo. Piangeva. Le lacrime cadevano dalle palpebre fruste, correvano, senza bagnarla, come sopra un vecchio corame, sulla pelle rugosa e dura. Orbino sbarrava gli occhi sul fatto inaudito.
Nota n. 59 Pag. 523 Teste agricole:
- Il re ce le darà. I ministri non gli dicono mica quel che triboliamo noi poveretti. Son loro, sono i signori, sono i padroni che hanno mandato i soldati a mietere. Il re non lo sa, non lo avrebbe permesso, lui che è andato a Napoli per il colera e a Casamicciola per il terremoto. Bisogna che il re ci senta; e ci sentirà: allora lui ci darà le terre. Non gli dicono la miseria, la giustizia non gliela dicono. E’ giusto lui, è buono: ci darà le terre, il re!
Nota n. 60 Pag. 553 Il fiume pietoso:
Il sole ardente già l'asciugava; l'acqua l'aveva lavato, quasi piamente, e gli aveva anche abbassate le palpebre, ravviati i giovani capelli, che celavano la ferita della nuca. Del resto, il volto era intatto, e dalla morte esso e la struttura della sua più nobil parte riceveva forza, ch'era terribile e serena, eterna sotto il sole perituro. Bello era più che da vivo; la morte ha tocco così leggiero e pietoso da ottener perdono da chi niente altro più invidia.Sotto i suoi occhi intenti il viso s'affilava; ma credette di cogliervi un sorriso: l'aveva aspettata, l'anima, innanzi di spiccarsene tutta, aveva atteso di sorridere alla sua donna. E la visione dileguava: con tale strazio di tenerezza, che natura, finalmente pietosa, la affidò fuor dei sensi alle braccia della madre.
Nota n. 61 Pag. 560 La moderna manìa dei positivisti a voler misurare anche gli animi:
Bensì quell'insistenza, e il racconto di Cecilia, efficace nella sua semplicità, della veglia notturna sul fiume in attesa che il morto sorgesse, attrassero l'attenzione della scuola antropologica, criminologica, psichiatrica, e positiva: era il tempo che questa parola e quella scuola facevan furore.Gli misurarono l'indice cefalico, e raccolsero gli altri dati somatici; ma questo era appena il primo inizio del rito. Quando s'eran fatti a misurargli il cranio, Princivalle aveva temuto oscuramente l'inizio di qualche tortura o forse magia; alla fine scoppiò a ridere, con molto compatimento di quegli scienziati, ignari di quanto e per quanta parte delle loro pratiche e teorie la risata di quel primitivo ignorante precorresse risa della posterità dotta. Loro stavan sodi e fidenti alla dottrina contemporanea; e il soggetto offriva all'indagine un caso elegante e suggestivo: influssi atavici, ipertrofia del senso dell'onore, credulità morbosa; suggestione dell'ambiente, ferocia sanguinaria e pentimento mistico, con sopravvivenza di un rituale superstizioso primitivo: c'era da appagare la demopsicologia, la criminologia, la psichiatria, l'antropologia più positive. Mancava, per quando ci mettesser buona voglia, "la nota somatica della degenerazione", ma fu compensata dall'abito della violenza ereditario, quando appurarono che il nonno Lazzaro Scacerni era stato lesto di mano anche lui; epilessia e sifilide si facevano desiderare, ma la madre aveva avuto la pellagra, indice prezioso d'una condizione d'ambiente e di nutrizione specifica e caratteristica: il soggetto credeva in Dio e nel diavolo, dunque era "teomane e demonomane". Interrogato se aveva mai creduto d'esser posseduto dal diavolo, aveva risposto con ira:- Posseduti dal diavolo sarete voialtri!Ecco dunque ciò che quei positivisti chiamavano con superiore sprezzatura "il feticismo del libero arbitrio". Si rifecero del tutto quando un teste, nel descrivere l'incursione del boicottato Princivalle attraverso il paese della Guarda, ebbe a dire che pareva un lupo e urlava come un cane: licantropia? cinantropia? Ecco un dato sperimentale e storico eccezionale, rarissimo, prezioso, mentre la tristezza del colpevole travagliato dal rimorso, e che rispondeva svogliato, o non rispondeva affatto, e spesso neanche si curava di capire il fastidioso questionario degli scienziati, fu definita "lipemania a sfondo stuporoso". Non di definizioni scarseggiava la loro terminologia, semmai si compiacevano del loro parlare esoterico, tanto da non sospettare che la semplicità di quello zotico potesse essere, com'era, quanto meno scientifica tanto più vera ed umana e insomma morale.Interrogato se dopo il delitto e lungo il fiume e nel suo pentimento avesse udito delle "voci", s'intende come quelle di Giovanna d'Arco, ci pensò sù, ma deluse l'aspettativa:- Una voce, si: la voce della coscienza.Scrollarono le spalle di compatimento. Faceva dei sogni, e di che genere erano?- A me pare, - rispose, - che stiate sognando voialtri.Impertinente con gli uomini della scienza, egli era per contro sottomesso nelle risposte al magistrati, in cui riconosceva i suoi giudici; e, non importa dire, col cappellano delle carceri: con segreto dispetto di quegli altri dalla mentalità scientifica, che non può disfarsi, per sua natura, dell'inconveniente di non intendere che la realtà morale esorbita dalla scienza, tal quale come la realtà della conoscenza; e ch'esse due realtà appartengono all'unica vita dello spirito. Loro, poi, eran positivi e massoni. Meno male, per loro consolazione, che l'impertinenza del soggetto studiato rientrava nel quadro psicologico e sociologico d'un senso dell'indipendenza esagerato, con "ipertrofia dell'io", con un sospetto di ereditaria e famigliare megalomania antisociale, esplosa finalmente, sotto la pressione morale del boicottaggio, in forme di fanatismo e di "suggestione acuta". La diagnosi era compiuta, e furono stese tre perizie e relazioni, che fecero veramente onore alla scienza psichiatrica. Era il complimento di rito. L'uomo era incapsulato, come voleva la scuola, nell'ambiente, nell'ereditarietà, e nelle tare morbose.
Nota n. 61 Pag. 584 La somiglianza tra i due Lazzaro:
Ai vecchi della Guarda ricordava in modo da stupire al bisnonno: la stessa prestanza della persona aitante, la stessa vigoria, che s’indovinava non dall’eccesso massiccio di muscoli e d’ossa, ma dalla proporzione di tutta la struttura e da un qualcosa che n’era nelle movenze e nel riposo, d’agevole e potente, unendo la forza con l’agilità. Bell’uomo, insomma, al par di quello, ch’era stato dei bellissimi. Gli somigliava anche in faccia? Le opinioni dei vecchi si dividevano: nei lineamenti sì, ma nell’espressione questo moderno Lazzaro Scacerni era più cordiale, più alla buona, diciamo pure più gentile ed amabile: si sa che padron Lazzaro era stato un uomo difficiletto, o meglio superbo assai: ecco, risorgeva nelle memorie dei vecchi certo suo rapido aggrottar di ciglia, facendosi gli occhi più piccoli e corruschi, per ira o soltanto per stizza e dispetto. In quest’altro non si conoscevano. Non c’era poi quella gran barba nera e fosca, e, poi, canuta, severa; eppoi l’antico, si diceva ancora vagamente, n’aveva passate tante, con un certo Raguseo qui, e con Napoleone per il mondo; invece Lazzaro terzo stava alla guerra soltanto per ingrassarcisi; eppoi da giovane, propriamente, quell’altro ormai non l’aveva conosciuto nessun vivente. Somigliante era l’andatura, e il piglio, e identica la voce - Se chiudo gli occhi, a sentirti parlare torno indietro, - gli dicevano i vecchi, - e non credo più che padron Lazzaro sia morto.
Nota n. 62 Pag. 605 La fine:
Eran gli ultimi colpi spersi sulla piana della Sernaglia; sul fiume non se n'attendevano altri. Uno, scoppiò alto sul ponte; la parola di poc’anzi fu segno destinato; s’avverò sul capo di Lazzaro Scacerni così pronto che la morte non gli offuscò negli occhi l’alba della vittoria, in cui finiva la gesta dei mugnai e del mulino del Po, cominciata la notte di un disastro lontano, anche su un fiume, perduto nel tempo che volge coi giorni e con noi ogni cosa nel segreto di Dio.
F I N E
Intervista a Riccardo Bacchelli:
Un profondo senso religioso ha accompagnato per tutta la vita l'autore del "Mulino del Po": oggi, a ottantotto anni, le sue convinzioni sono profonde. Ecco che cosa pensa del nostro destino di uomini, della giustizia e dei giovani.
Il diciannove aprile ha compiuto ottantotto anni e Riccardo Bacchelli è sempre lì, voluminoso, i grandi occhi dietro le spesse lenti, la cravatta a farfalla, la voce profonda che conserva inflessioni bolognesi. Ormai è una vita che abita a Milano, ma l'Emilia gli ha lasciato un'impronta indelebile. Anche se gli anni frustrano il piacere per la buona tavola costringendolo a una dieta rigorosa e non lo si vede più al volante della sua Mercedes o a fumare una sigaretta dopo l'altra: ora il medico gliene concede soltanto tre al giorno.
Riccardo Bacchelli vive la sua "maturità" conservando tutta la simpatia di sempre. L'autore di "Il mulino del Po" (la trilogia: "Dio ti salvi", "La miseria viene in barca", "Mondo vecchio sempre nuovo") con i ventitrè romanzi e le raccolte di versi pubblicate, fa già parte dei classici della nostra letteratura, ma continua a trascorrere molte ore al giorno dietro la scrivania, nel piccolo studio che è tutto una geografia di carte e libri. E scrive ancora. Sempre a mano, sempre su fogli protocollo, sempre usando calamaio, penna a cannuccia d'argento e pennino marca "Perry 27", ormai introvabile: ma lui ne ha una scorta, d'antiquariato. "Vede?", dice mostrando uno dei suoi fogli manoscritti. "Ho una calligrafia che non è senile. Ma, sa, ai miei tempi, a scuola facevano fare degli esercizi. La calligrafia bisogna impararla, come tutte le cose".
Fra queste pareti, mentre sua moglie, la signora Ada, rivolge a Riccardo Bacchelli sguardi che rivelano la dolcezza di un affetto che supera la polvere del tempo, sembra di respirare un'aria profumata di serenità. Come se i vetri delle finestre fossero il filtro di tutte le inquietudini, le violenze che agitano l'Italia di questi anni. Il filtro, non la corazza.
Perché Riccardo Bacchelli non si è isolato. Vive nella realtà del 1979 come è stato testimone di tutti gli avvenimenti, gli sconvolgimenti, le trasformazioni politiche e sociali avvenuti da quel lontano 1891 in cui venne al mondo a Bologna. Testimone e anche protagonista, ma un po’ appartato. Infatti ha sempre preferito rimanere defilato, osservare e intervenire nella realtà solo attraverso la riflessione. E a chi, di tanto in tanto, gliene fa una colpa continua a rispondere: "Sono uno scrittore, non un apostolo. Ognuno deve fare ciò che sa fare". Prudenza? Ma, forse, proprio la prudenza è talvolta un segno di saggezza.
Bacchelli, quando si raggiunge un'età rispettabile come la sua quali riflessioni si fanno?
"Si sente l'età. Ora la sento come una cosa determinata: non so quando ma so che la mia vita terminerà. È una sensazione molto diversa da quella che provavo una volta... Vede, il pensiero della morte ha sempre fatto parte delle mie riflessioni più assidue però, da qualche tempo, il suo "tono" è diverso. È diventato più esatto, più preciso, più da orario ferroviario. Nell'orario c'è già scritto il treno che prenderemo e noi non sappiamo quale finché non lo sfogliamo".
Ma che significa "sentire l'età?"
"È provare un certo senso di abbandono non verso le persone ma gli oggetti, le abitudini e, quindi, anche le cognizioni, lo studio, le occupazioni perché si sente che avranno un termine. Senso di abbandono verso tutto fuori che, direi, due cose: il senso religioso della vita, per chi ce l'ha, e il senso del patetico, affettuoso e triste, con cui si pensa alla fine".
Si prova anche una certa nostalgia?
"No, forse la proverà chi non sente di aver vissuto pienamente. Io ho vissuto e lavorato pienissimamente. Non posso avere nostalgie. Forse un senso semmai di alta melanconia di angoscia esistenzialistica e religiosa. Per me Dio non è morto - come diceva Nietzsche - ma è più vivo che mai".
Bacchelli, nella sua vita ci sono stati fatti, episodi che le hanno insegnato qualche verità?
"Sa, io ho una capacità di osservazione e di riflessione intensa e continua. Per cui, tutta la mia vita è stata una riflessione... Mah, le potrei dire che un episodio è stata la guerra. L'aver voluto partecipare al primo conflitto mondiale proprio perché mi avevano scartato a causa di una flebite. Quindi, l'esserci andato di mia iniziativa per sete di questa esperienza, non per motivi politici, patriottici, per quanto non sia fra quelli che prendono la patria sotto gamba... ".
Quell'"avventura" che cosa le ha lasciato?
"Mi ha dato una formidabile esperienza politica, umana, critica. Ma non posso dire che mi ha fatto sentire diverso. Anzi, ho avuto una conferma di convinzioni che avevo già".
Quali convinzioni?
"Che la storia non e né pessimista né ottimista, direi né umana né disumana. È l'assoluto, è la volontà di Dio manifesta. Perché la guerra è la prova di Dio. Chi vince non è per i suoi meriti ma perché gli è stato riconosciuto in altra sede. Non che lo meritasse perché di meriti al mondo non ce ne sono salvo quelli di Gesù Cristo. Come vede, io sono ortodosso come San Tommaso e ho un carattere individualista, nel bene e nel male, piuttosto accentuato".
Ma lei, l'individualismo lo consiglierebbe agli altri?
"Vede, la saggezza consiste proprio nel non consigliare niente a nessuno, ma nell'aiutare gli altri a conoscere se stessi. Socrate insegna che la saggezza è un donare libertà di giudizio a chiunque".
Sulla base della sua esperienza, quali sono le virtù che veramente contano nella vita?
"La temperanza che insegna l'equilibrio a non eccedere, direi, nemmeno nel bene. Poi la forza d'animo, cioè tener fede a quello che si ritiene giusto e opporsi a un'ingiustizia, a una malvagità. Ma direi anche una cosa che può parere bizzarra: tutte le virtù insieme e nessuna per conto suo. Sì, tutte insieme e ognuna che corregge e limita l'altra. Insisto a dire limita. Perché una sola virtù diventa sopraffattrice, una forma di tirannia, di arbitrio. Perché l'uomo troppo virtuoso, a parte che non esiste, non è un uomo nel senso pieno della parola. Non per niente per la teologia siamo figli di un peccato originale".
Bacchelli, lei ha avuto vent'anni nel 1911; essere ventenni allora in che cosa era diverso rispetto a oggi?
"Allora si aveva un grandissimo senso di indipendenza. Questo generalmente non si sa, si crede che sia l'inverso, forse perché oggi la si proclama soltanto... Ma noi l'avevamo: indipendenza di giudizio e, in una certa misura, anche di azione. Ed era un imperativo categorico della nostra esistenza... Chi poi aveva ingegno, talento, carattere per esercitarli li approfondiva raggiungendo molto spesso risultati superiori. Anche superando molti ostacoli. Mi sembra che oggi i giovani abbiano bisogno degli anziani più di una vota. Mi riferisco ai soldi. Oggi la situazione del giovane è piuttosto penosa, difficoltosa, tanto dal punto di vista normativo quanto da quello economico. Vede, trovo che una delle colpe peggiori sia adulare la gioventù, anche se ingiuriarla è altrettanto colpevole".
Una società veramente giusta come dovrebbe essere?
"Ma la giustizia non è di questo mondo. La vita non è giusta, la forza, la passione sono tutti elementi che non hanno nulla a che fare con la giustizia. Le leggi sono giuste? Sono una giustizia subordinata a certi fini sociali. È giusto che Dante sia nato grande poeta? Perché lui e non altri?".
Quando ci si sente veramente in pace con se stessi?
"Quando, come diceva Socrate, si obbedisce all'ingiunzione di quello che sarebbe più comodo non fare e compierlo, costi magari la cicuta, un sacrificio anche estremo".
Perché, in questi anni, si incontra sempre più spesso gente angosciata?
"Perché lo dicono. Le angosce ci sono sempre state, a cominciare dall'eroe omerico Bellerofonte che gira solitario rodendosi il fegato senza nessuna ragione esterna. L'angoscia è sempre esistita soltanto che, un tempo, l'ideale dell'uomo era la forza d'animo e considerava una debolezza confessarla. E in termini più polemici, direi che parlare d'angoscia, mostrarla, anche se è sincera, oggigiorno è vanità... E, poi, mi scusi, perché la gente non si rasserena, si fortifica, guardando l'esempio di certi grandi del passato. Mozart mi ha fatto capire come si sopporta gaiamente una vita molto travagliata e una morte penosissima. Beethoven lo stesso. E Leopardi, con quella sua disgrazia delle sciatte, l’avere la gobba, che gli nega la gioventù, ma gli fa nascere la sua poesia! Se penso ai grandi del secolo scorso quello che ha parlato più di tutti al mio cuore è stato Verga...".
Lo ha conosciuto?
"No. Rimandavo, rimandavo sempre quell'incontro...".
Perché?
"Non ho mai avuto la smania di conoscere personalmente le persone che stimavo. Perché non consistono nella loro persona ma in quello che hanno fatto, quello che si conosce. Quello che non si conosce non c'è".
Ci si arricchisce di più stando soli piuttosto che con gli altri?
"Unendo e opponendo le due cose... Ma pensi alla sublimità dell'anacoreta che andava nel deserto perché era solo con Dio! Vede, ci si arricchisce stando soli con chi si ama profondamente. Le voglio leggere una poesia che ho dedicato a mia moglie. Si intitola
TEMPO UN LAMPO, PER SEMPRE
Tempo un lampo, avrei già detto addio
a tutto e a ciascuno, non a te.
Tempo un lampo, per sempre tu ed io,
pensarci noi divisi te e me,
non regge la mia mente l'esser mio.
8/2/2002