Il Maestro e Margherita di Michail Afanas’evic Bulgakov (1941). Editore Rizzoli, pagg. 481. €. 8,00.
 
 
Nota di copertina: Questo romanzo non è soltanto figlio del proprio tempo: lo supera in ogni direzione. Non si capisce altrimenti com’è possibile che un libro nato nel grigiore monolitico della Russia stalinista sia una continua esplosione di meraviglie in cui si alternano magia, romanticismo, satira, filosofia e tutti i grandi temi del pensiero occidentale. Il tempo è galantuomo, corrode i busti dei tiranni ma è costretto ad arrestarsi davanti ai capolavori. Rakopisi ne gorjat : “I manoscritti non si bruciano!”
 
 
Nota di recensione: E’ un romanzo complesso, confuso e ridondante, uscito come realmente avvenne dalla mente allucinata d’uno scrittore in cui le vicende personali e l’opera si intrecciano in una con-fusione morbosa e alla fine singolarmente coincidente.
 
La situazione era che il medico-biologo Michail Bulgakov che nella appena trascorsa guerra civile ideologicamente si era schierato con i “Bianchi” ma che ciò nonostante continuava regolarmente a scrivere e a pubblicare, rappresentando anche non memorabili opere teatrali), giusta e sbagliata che fossero le sue idee (è indubbio che una qualche parte dovettero averla – se vogliamo buttarla in psicanalisi - il notevole divario di quanto fossero alte le sue ambizioni di scrittore e bassi invece i riscontri conseguiti), fatto sta che s’era persuaso che il romanzo-satira che aveva cominciato a scrivere sui tempi che correvano a Mosca allora (quindi sulla Mosca comunista e staliniana) non avrebbe passato il visto della censura. Se ne fissò così tanto che, paranoico com’era, ne fece una malattia, tanto che il romanzo, iniziato nel 1928 fu innumerevoli volte preso, lasciato, ripreso, abbandonato, corretto, modificato, stravolto, snaturato, più volte rititolato, fino a quando B. stanco e del tutto sfiduciato non lo gettò, presumibilmente in una sera di forte freddo, il manoscritto nella stufa. 
 
Se non che da lì a poco (siamo nella seconda metà degli anni trenta) Bulgakov ebbe la fortuna di trovare nella terza moglie, Elena Šilovskaja, non solo una compagna intrepida e appassionata, ma sopra tutto una donna intellettualmente volitiva e sopra tutto persuasa delle qualità di scrittore del marito e della validità di quel romanzo più volte rimaneggiato e infine distrutto.
 
Pur se ammalato Bulgakov ne riceve dei formidabili impulsi, ritorna al romanzo che riscrive ex novo pescando nella memoria.
 
Si tratta della vicenda di uno scrittore, deluso e mal visto dal regime, chiamato il Maestro, che da una donna volitiva e coraggiosa, Margherita, la quale crede nelle sue qualità letterarie così tanto che purché quel romanzo (la riscrittura della vicenda della morte di Cristo in croce nella Gerusalemme di Ponzio Pilato e dei rapporti corsi tra i due) novella Faust combina un patto col diavolo. Per cui se la salvezza del Maestro letterariamente viene da un intervento ultraterreno, nella realtà è dovuta a un’energia tutta terrena, anche se rara o addirittura eccezionale: l’amore di una donna che le forze ultraterrene eleggeranno a sua eterna compagna quando, dopo i travagli della breve esistenza terrena sarà loro concessa “la quiete” (la quiete, non la luce; il che ci sembra più giusto e rassicurante).
E’ un buon tipo di diavolo questo Wolan, pur se bizzarro e abbastanza improbabile, e addirittura incredibile è la buffa e variopinta squadra d’aiutanti che egli si porta con sé (quando mai s’è saputo d’un diavolo che abbia bisogno d’aiutanti, e che se ne abbia avuti se li sia scelti così tanto arruffoni, pasticcioni e confusionari…!); ma sono dei diavoli speciali, “che – come dirà Wolan - vogliono costantemente il Male e operano costantemente il Bene” (qui è da leggersi un chiaro pur se sottile riferimento alle attitudini dei burocrati sovietici che secondo B. volendo costantemente il Bene operano costantemente il Male”.
 
Ci troviamo quindi nella mai del tutto nuova situazione di un romanzo nel romanzo. Nella realtà e nella finzione due scrittori si affidano a delle donne per ottenere il successo nel quale credono e che da soli, inani contro le malefiche forze che li soverchiano, non potrebbero ottenere.
 
Negli anni che vanno dal l 1939 al ’40, i suoi ultimi due, un Bulgakov ormai molto malato, ma che il presentimento della morte e gli incoraggiamenti della donna amata hanno reso all’improvviso fecondo, febbrile e allucinato, riprende daccapo il romanzo e lo riscrive, da Margherita costantemente sollecitato e persino aiutato fisicamente (come Sussmayer il Requiem di Mozart, fu la donna a completare il romanzo nel 1941). La singolare coincidenza di cui dicevo in premessa sta nella circostanza che il romanzo “Il Maestro e Margherita” si sia prodigiosamente salvato (ammesso che i vituperatissimi agenti del bieco Stalin volessero realmente e definitivamente censurarlo) per giungere a vedere a luce nel 1967, ventisette anni dopo la morte di Bulgakov, grazie alla dedizione della moglie Elena (appunto la Margherita del Maestro), la quale al pari della protagonista del romanzo dedicò la vita allo scrittore e poi alla sua memoria.
     
Brevemente la trama:
 
La trama si articola su tre piani: il primo è l'improvvisa comparsa a Mosca del Diavolo, sotto le spoglie del mago Woland, che discute di religione con due letterati sovietici, compie esperimenti di magia e mette a soqquadro il rigido burocratismo sovietico; il secondo è il romanzo scritto dal Maestro, che narra dell'ambiguo rapporto tra Gesù e Ponzio Pilato; il terzo è la storia d'amore tra la bella e agiata Margherita e il Maestro, letterato vessato dai membri della commissione dei letterati moscoviti. Il Maestro è stato rinchiuso in ospedale e Margherita, pur di rivederlo, accetta di diventare la regina nel Sabba infernale organizzato da Woland. Nel finale Woland riparte da Mosca, dopo aver acconsentito a riunire nella pace eterna i due amanti, mentre Gesù e Pilato riprendono la discussione interrotta venti secoli prima. Solo la "pace" spetta al Maestro, e non anche la "luce" che sarà invece concessa al più grande colpevole.
 
Il mio giudizio sull’opera.
 
E’ un’opera che come la molto mediocre Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, che come, con molto minori ragioni, le quindici sinfonie di Dimitri Shostakovich, dentro i cui crescendi e diminuendi i critici e i presentatori si estenuano sempre a cercare e invariabilmente trovano le ragioni di una mai accertata (ma sempre data per certa) insofferenza dell’autore verso lo stalinismo, deve gran parte della sua fortuna al fatto che può essere portata, anche con le più grossolane e inverosimili forzature, a sostegno della apodittica tesi (fortemente scolastica, anzi politica) che la democrazia e il capitalismo sono in ogni parte del globo incomparabilmente superiori al marxismo e ad ogni totalitarismo (ne è un esempio lampante il breve pistolotto in copertina).
 
Se tale inestirpabile pregiudizio mi condizionò (negativamente) all’atto della prima lettura, circa trent’anni fa (avevo scritto di averlo trovato di una noia mortale e di essere uscito estenuato e arciconvinto che il suo successo fosse da attribuire al fervente anticomunismo dell’autore che alla perfezione s'innestava nell'antistalinismo panassolutorio dei nostri intellettuali "di ritorno"), il mio giudizio è questa volta sereno e meditato, anche perché nel frattempo sono in parte mutate le mie idee politiche. Io l’ho riletto con umiltà, con lentezza e attenzione, ma sinceramente non mi pare che l’opera in questione sia proprio quel capolavoro che in giro va dicendosi sia. Ha sì una originalissima struttura, ed è nella sua intensa struttura una vera e propria sceneggiatura che prontamente e senza rilevanti modifiche può essere adattata a film (pare che un regista tedesco, tale Tom Twyker, starebbe per portarlo sullo schermo: il progetto è in fase di pre-produzione e parte del cast deve essere ancora scelto.; nella parte del diavolo dovrebbe esserci Johnny Depp mentre in quello di Margherita la Jean Grey degli X-Men, Framke Janssen; non sarebbe ancora stato scelto invece l'attore che farà il Maestro). Ma avete letto i Buddenbrook o qualcos’altro di Tomas Mann? Avete letto il Gattopardo? Cribbio, non vi siete mai imbattuti in Bacchelli? 
 
Questo è un romanzo scritto in modo frettoloso e non sereno. E’ poco chiaro, troppo lungo e abbastanza confuso, e certe situazioni come il ballo di Satana potevano essere scritte e descritte con maggiore eleganza. Non c’è preconcetto, ma appare chiaro che ci troviamo di fronte a uno scrittore “traviato”, per non dire allucinato e paranoico.
 
16/9/2006