Prefazione a "IL FIUME DEL TEMPO" di Franco Balsamo (Poesie).

Quando un non addetto ai lavori accetti (quasi sempre da un amico) di fargli una recensione non compie mai un’azione prudente. Giacché egli ha sempre solo da perderci. Se si mostra freddo (o sincero), se suona l’ottavino anziché il violino, è facile che perda l’amico; se invece s’infuoca (o fa finta d’infuocarsi) e dà fiato alle trombe, è sicuro che perda la faccia. Scomoda del tutto è in particolare la mia situazione. Perché non sono un recensore di mestiere e non ho nemmeno alcuna dimistichezza col vasto e variopinto universo della letteratura in versi.

Il galeone che porta i miei mille libri ha gettato le sue àncore in tutt’altri porti e nemmeno sul fondo della più perduta stiva ho potuto rinvenire quelle dieci o dodici citazioni d’effetto che a facile comparazione e a sicuro sostegno dell’opera del- l’amico me ne agevolassero il compìto.

Non potendo (purtroppo) disporre di escamotàges, di pittogrammi del tipo: "la figuralità del verso cicciniano, l’eccentricità di questo cesellatore, la sua ossessione etimologica, le sue catalogazioni da ornitologo impazzito, i suoi còmputi da agrimensore manìaco, armoniosamente convergono in un vento titanico che prévèrtianamente inspira dal mondo e che, perforandogli il gran cuore nero, viene ad acquistare una misteriosa e quasi mallarmeriana purezza per diffondere, ribollente di neve, sull’umanità un respiro di vita che ha il solenne profumo dei fiori morti" .... "Novello Alighieri, Franco Balsamo parte dall’Inferno per librarsi nell’empìreo del cielo più alto, ma la musica che accompagna quest’ultima sua fatica non sgorga da tube celestiali, la musica che ne segna i passi, anche i passi che non si volevano fare, ha l’èmpito tremendo del titanismo beethoveniano e nello stesso tempo la sublime eleganza della musicalità mozartiana...").

Non sono purtroppo capace di tanto, nè, forse, il mio amico Ciccino lo merita. Per cui devo acconciarmi all’onesta fatica di leggere, rileggere, riflettere, annotare, considerare, correggere, riflettere ancora e scrivere. Spero di esserne all’altezza.

Il libro contiene una sessantina di poesie, venti delle quali io ho trovato di valore assoluto certo. La costante ispirativa è un gioioso, pieno, insaziabile, dionisiaco amore per la vita. Che mi ha richiamato subito alla mente i grandi poeti di quella Grecia del V secolo a.C. detta pagana perché per sua fortuna antecedente a quel cristianesimo che sul senso di colpa e sul rimorso delle coscienze avrebbe edificato le sue fortune.

Non per nulla nel leggerle e nel rileggerle m’è parso più e più volte di trovarvi Saffo. Dicendo ciò non vorrei essere frainteso (ma trattandosi di Ciccino penso che il pericolo non incorra ...), ma uguali nei due poeti sono la concezione dell’amore, della soavità e della sofferenza che esso genera nel cuore umano, uguali l’assoluto attaccamento alla vita e il rammarico per la sua brevità. Un grande diletto me ne è derivato nel confrontarli. Con l’unica differenza che Saffo temeva la morte, mentre il mio amico va sostenendo di essersene tuttavia fatto una ragione ("la morte come - per dirla con Goethe - la prima notte di quiete"). Non ne sono del tutto convinto nè parrebbe vero, ma, per la stima che gli porto, voglio credergli.

In ogni caso non se ne rammarichi. A differenza di noi tutti, lui, vecchio ancora giovane, la morte - fra cent’anni, quando sarà - non la vedrà.

Si potrà dire di lui quel che George Sand disse per Alexandr Dumas "Era il genio della vita: non ha sentito la morte."

Ho trovato splendide "Fuco d’amore", "L’amore vince ogni cosa" e "Vino inebriante", inni all’amore, poesia di vita; le melanconiche "Il fiume del tempo", "Affannosa ricerca", "Ho scelto il Salmo" e la solenne - distaccata e vitale nello stesso tempo - "Battiti di tamburi"; la disperata "Destino"; la prepotentissima e vitalissima "Pirata", a mio parere di tutte la più bella; la elegiaca "Donna nuova"; anche "Oltre le nuvole" e "In attesa del sole", intrise di struggente misticismo immanentistico; così come "Donna duemila" e "Se potessi poggiare" intrise anch’esse di misticismo immanentistico, anche se di forte natura sensuale; la romantica, lirica - vero canto d’amore - "Nello scrigno dei ricordi". Di rilevante contenuto anche il carme alla moglie e quello alla non meglio precisata dea del flauto ("Interrogativi").

Amore di verità mi impone di rappresentare anche che la corda che vibra sul sociale non emette suoni della stessa elevata intensità; non ho gradito - o non ho compreso - "Italia fine secolo", "La pace nel mondo" e, nonostante il nobile sentire, "Bimbi nudi".

Nov. ‘97