IL DIAVOLO E LA SIGNORINA PRYM di Paulo Coelho - (2000) – Bompiani Editore.
Nota di copertina: Chi è il misterioso straniero che un giorno arriva a turbare la tranquillità del piccolo paese di Viscos, duecentoottantuno abitanti in prevalenza anziani? E perché la vecchia Berta lo vede camminare "insieme al Diavolo"? Quale terribile proposta, in grado di spingere gli abitanti di Viscos al delitto, lo straniero porta con sé? E perché la giovane Chantal, unica depositaria del suo segreto, non riesce più a dormire e ha terrore di raccontare la verità ai suoi concittadini?
Il racconto di una sfida estrema fra il Bene e il Male, e insieme una parabola sulla sconvolgente forza che ciascun essere umano racchiude dentro di sé: la capacità di scegliere, in ogni momento della vita, il percorso da intraprendere.
Nota di recensione: Un giorno, il destino, a un uomo ricco e potente, e ciò nonostante retto e onesto, infierisce un colpo durissimo: nel corso d’un sequestro per estorsione ai danni della fabbrica d’armi della quale egli è un alto dirigente, e nel corso del quale si comporta seguendo con convinzione e con scrupolo tutte le norme di legge, dei terroristi gli uccidono la moglie e le due giovani figlie, innocenti ancora più di lui. L’uomo se ne dispera grandemente e il non riuscire a farsene una ragione gli acuisce per mille e mille volte il dolore.
Almeno vorrebbe capire se sua moglie e le bambine siano state vittime di tutta quella serie di fattori non controllabili (l’imperizia della polizia, la paura che nel momento dell’attacco improvvisamente attanagliò i giovani terroristi, la casualità del trovarsi mezzo metro o tre centimetri di qua anziché di là), cui gli uomini danno il nome di destino. O se, invece, la loro sorte era comunque segnata, "giacché nel mondo il Male regna sovrano".
E per volere mettere a prova il mondo organizza un esperimento.
Raggiunge un paesino sordido e sperduto tra montagne che non ci è dato di sapere dove esattamente si trovino (ad esso l’autore attribuisce, forse con un qualche significato che ci sfugge, delle ascendenze celtiche, ma francamente non cogliamo l’attinenza che con esse possa avere uno scrittore sudamericano), dove cercherà di comprendere fino a qual punto la natura umana, quando è posta al cospetto della possibilità di un facile guadagno, sia disposta ad inclinare al Male.
Il paesino si chiama Viscos e lo abitano solo 281 persone, tutti anziani tranne una povera sguattera senza nessuno al mondo (la signorina Prym del titolo), che una sordida vecchiaia senza slanci e quell’egoismo che è proprio degli anziani senza figli e nipoti, che nelle loro coscienze si è abbarbicato con la forza di un tristo rampicante, ha portato tutti ad una sorta di occhiuta, comune, non belligeranza.
Da molti anni non vi si celebrano matrimoni, non vi nascono bambini perché i giovani, che hanno cercato e trovato fortuna altrove, non vi fanno mai ritorno. I 280 anziani che vi sono rimasti riescono senza fatica a provvedersi del necessario per vivere, nessuno insidia la roba dell’altro e non c’è chi compia soprusi o ingiustizie.
E’ gente rassegnata e senza luce; è gente che confondendo il conformismo con la correttezza, il sospetto con la prudenza, il silenzio con l’onestà, l’ipocrisia con la morigeratezza si soddisfa della comune sterilità. E solo perché sono tutti degli emeriti vigliacchi nel paese non ci sono gendarmi, non c’è il carcere e il patibolo è stato da tempo smantellato.
In quell’oasi di pace, lo straniero, un venerdì sera, nel bar dell’albergo, fa ai paesani, per il tramite della ragazza, la sua proposta: "Lascerò al paese tanto oro da farvi tutti ricchi purché uccidiate qualcuno, non m’importa chi. Chiunque voi vogliate: un pazzo inguaribile, un ammalato grave, l’essere che giudicate il più inutile o il meno utile, non m’importa chi. Se lo farete tutti, con il mio oro, diventerete molto ricchi. Se non, lunedì mattina me ne andrò portandomelo con me, dopo averlo disseppellito da dove l’ho nascosto".
Il veramente bello del racconto comincia a questo punto. Nel leggere come l’autore poco a poco svolge, dipana, disgroviglia la nera matassa che nasce dal cuore umano, l’avvolge e in esso ritorna. Come, a poco a poco ma ineluttabilmente, la scellerata proposta di quest’uomo chiamato demonio, che in un primo momento viene accolta con sdegno, e poi con finto disinteresse, che quindi è esaminata e commentata per essere vituperata, in realtà guadagni, in una orgia di ipocrisia dove il prete del paese, re degli ipocriti, con la sua sapienza produce il meglio ("non fu forse Uno, che col suo sacrificio permise la salvezza di tutto il genere umano?"), terreno e consenso su quei virtuosi abitanti che così da assassini repressi all’unisono e senza molti scrupoli si scoprono essere degli assassini espressi.
Democraticamente, nel corso di un pubblico dibattito, scelgono in una povera vedova la vittima designata ("è sola, è una mezza pazza e parla da sola"). Che viene imbonita, stordita e portata di notte sul luogo dell’esecuzione. Dove per lavarsi per benino le coscienze i suoi onesti compaesani la fucileranno alla schiena sparando tutti insieme appassionatamente, in modo che essendo tutti colpevoli nessuno in effetti si senta colpevole, con l’ulteriore espediente che un terzo dei fucili viene caricato a salve cosicché ognuno degli esecutori possa felicemente supporsi innocente.
Queste scene da tragedia greca si svolgono nell’indifferenza dello straniero, che ha visto quanto sia stata breve la lotta tra il Bene e il Male e come il Male abbia facilmente trionfato. Egli vi trae la convinzione che in quel giorno di due anni prima tra la polizia che doveva necessariamente sparare "per dare una forte lezione ai terroristi e un monito a tutti i malintenzionati" e i terroristi che dovevano anch’essi necessariamente sparare "per dare una forte risonanza alla loro causa e al loro martirio" le sue tre donne, in uno scenario dove la violenza delle coscienze trovava una piena giustificazione, non avevano scampo, "e la loro innocenza non fu nemmeno considerata".
Egli se ne andrà senza il suo oro, che gli abitanti di Viscos col sangue della povera vecchia si stavano tutti insieme guadagnando. E che se avesse vinto il Bene avrebbe loro ugualmente lasciato (ma questo loro non lo sapevano), quale premio d’avere scelto il Bene e in ottemperanza ad una richiesta della ragazza.
La quale ragazza un secondo prima che gli schioppi sparino entra improvvisamente in scena assumendo, appunto come nel teatro greco, una funzione demiurgica.
Mossa da pietà per la vecchia Berta (la vecchia e lei, la vecchia perché vedova e lei perché nubile, erano le sole presenze dispari in quello strano paese di gente ben pareggiata, e tutti di loro due in qualche misura diffidavano) accoratamente spiega al sindaco, al prete, agli altri maggiorenti e a tutti quanti, come risulterebbe loro difficile, non potendo dare una convincente spiegazione della sua provenienza, convertire quei dieci lingotti d’oro in carta moneta, e come, non riuscendovi, essi risulterebbero del tutto inutili a soddisfare le loro brame. Così dicendo, e spiegando loro che altre conseguenze inevitabilmente sarebbero la confisca del bene e l’arresto, piano piano, con fatica, li induce ad abbassare le armi e a desistere dalle intenzioni omicide cui concordemente si apprestavano.
L’apologo finisce come ci piaceva che finisse, con l’assunto che tra il Bene e il Male vince sempre il Male, e che esso non vince solo quando gli si para innanzi, come deterrente, una paura che sia più grande dei benefici che ci deriverebbero dall’avere scelto il Male.
E’ la teoria di Hobbs e poi di Hegel, a me tanto care, dalle quali sono derivati il leninismo e tutti i totalitarismi del XX secolo. Solo un ferreo controllo e la deterrenza possono mantenere l’uomo, che la natura e l’egoismo portano sempre al Male, entro i binari di una accettabile rettitudine.
Il fatto, infine, che nel racconto i lingotti (debitamente monetizzati) vadano alla ragazza, e che con essi lei lasci quel paese (con)dannato a morire nell’egoismo di sempre e da quel momento anche nel rimpianto dell’occasione non colta, è solo il bell’epilogo che la storia meritava.
Si può scrivere in due modi: o per raccontare o per raccontarsi. Questo autore ha felicemente scelto il primo: quello di raccontare. Con semplicità e senza fronzoli una storia non facile da dipanare.
14/7/2001