IL CAVALLO DI TROIA di Cristopher Morley (1937), Editore Einaudi.
Nota del traduttore: Ecco finalmente la guerra di Troia veduta da un americano. Il campo di battaglia è come un campo di calcio; i guerrieri la sera fanno la doccia e discorrono con l’allenatore; i tassì arrancano alla volta del locale notturno dove suona l’orchestra dei "Myrmidons Boys"; la radio sbraita nelle case e sulla piazza le ultime notizie di ciò che succede fuori mura; I Greci stringono il blocco; gli economisti crollano il capo e uno di loro, il dottor Calcante, passa al nemico, avendo letto nei suoi grafici che la partita è perduta. Tutto ciò, e ben altro ancora, ci è narrato in uno stile da ripresa cinematografica: a sequenze rapide, a primi piani e dissolvenze, a sbalzi netti e coloriti, che un dialogo spumeggiante d’immediatezza e d’estro accompagna come una musichetta sincopata. E i casi dei personaggi sono in carattere: ci sono gli amanti che si abbandonano a poetici duetti e che nemmeno la separazione e la morte rendono tragici; c’è l’attempato protettore di questi amori, che sostiene, non senza brio, la parte del "brillante"; c’è il rivale grosso e antipatico che allunga sulla donna la mano villana; ci sono le amiche mondane che ciaramellano e spettegolano; c’è il servitore negro, fedelissimo e cuorcontento; non manca nulla. Ma il lettore tradizionalista che volesse indignarsi al sacrilegio, si risparmi la fatica: questo libretto non è una parodia: L’autore ha preso il caso di Troia molto sul serio, tanto sul serio che si è detto: "Perché lasciare che quello specchio di così ghiotte passioni che è l’assedio e la caduta di Troia, si vada appannando sotto l’azione dei secoli e della ruggine, come una vecchia armatura in un museo? - Buttiamo la panoplia arrugginita, detergiamo lo specchio, e sotto gli occhi avremo, disinvolti e contemporanei, coloriti appena d’un’impalpabile trasparenza d’eternità scanzonata, quegli stessi felici mortali di tremila anni fà". Così ha fatto. Nulla di diverso insomma da quanto hanno fatto, ai tempi loro, il Boccaccio, Goffredo Caucher e lo Shakespeare, su questa stessa cavalleresca storia dei due amanti che la fantasia medievale ha innestato sul tronco greco. Nulla di diverso da quanto faceva la pittura italiana dei grandi secoli vestendo alla quattrocentesca e alla cinquecentesca personaggi biblici o greco-romani. Siamo nella migliore tradizione dell’arte.
Da parte nostra avvertiamo che s’è fatto il possibile per rendere in tutta la sua spregiudicatezza questo malizioso ammodernamento della storia famosa. Tocca ora al lettore giudicare se l’insolito libretto che abbiamo tradotto e soltanto una farsa o, secondo che a noi sembra, è riuscito davvero di vena. Osserveremo tuttavia che non sappiamo quanto l’inevitabile opacità della versione abbia conservato del sottile sapore di nostalgia shakesperiana che le sparse appassionate scene in versi recano con sé nel testo. Della nostra fatica ci riterremmo compensati se questo Cavallo di Troia italiano invogliasse il lettore - specialmente quello tradizionalista - a rileggersi il Troilo e Cressidra dello Shakespeare e anche, perché no?, il Filostrato del nostro Boccacio. Un simile raffronte potrebbe mettere, cpme si dice, a fuoco le fantasie e forse non sarebbe per dispiacere nemmeno al nostro irriverente americano. Che è persona più letterata che di prim’acchito non paia. - Cesare Pavese, 1940.
Nota di recensione: Nel variopinto teatro della Gran Guerra dei Dieci Anni questa storia sta a quella narrata da mister Crollalanza come la Commedia sta alla Tragedia o come il Cinematografo (benedetti i fratelli Lumière che lo inventarono!) sta al Teatro. Vi si narra dell’amore del tenero e ingenuo Troilo (il più giovane, insieme con Cassandra, dei diciannove figli legittimi di Priamo ed Ecuba - nessuno degli altri trentuno lo fu altrettanto pienamente) per la giovane Cressidra (che per S. è una consumata civetta mentre per Morley è solo una ardita ragazza vogliosa di far presto e bene), la quale, ostaggio della Ragion di Stato, viene mandata nel campo greco per far compagnia per qualche giorno al padre, l’economista Calcante che lì si era rifugiato. Senza minimamente supporre che si trattava d’una tresca ordita da capitan Diomede, uno dei maggiori fra gli Achei, ché di lei s’era incapricciato e con lei voleva far sfregio al prode Troilo d’una precedente umiliazione. La ragazza, pur non volendolo, parte, col cuore gonfio d’amore per Troilo e sinceramente convinta di dover presto tornare al suo disperato amante. Ma ciò non avviene, accadendo che, molto istintivamente, e piuttosto rapidamente, ancor prima che il cavallo ligneo dal gran ventre di ferro venga introdotto dentro le alte mura della superba città, ella s’avvede che le leggi dell’economia, le forze della storia, il volere degli dei e anche la qualità e la quantità delle vivande a disposizione dei cuochi inclinano ormai decisamente per i Greci e che lo spiccio e rude Diomede, per ciò, possiede argomenti d’incomparabile risalto. Nessuna tragedia, Così fan tutte, direbbe Mozart sorridendo. E tutta la storia richiama proprio il teatro mozartiano, dove tutto è lieve, anche il dolore, dove tutto è leggero, anche la morte. Dove tutto è elegante. Come i versi d’amore che i due innamorati improvvisano e si scambiano. Come lo zio Pan, raffinato Pigmalione (che invece in S. è solo un putrido e ignobile ruffiano).
Di eccessivo, di esagerato, di stonato, c’è solo l’amore, il lamento e il dolore del giovane Troilo.
Splendida la traduzione di Cesare Pavese. Si vede, e brilla, in queste pagine il suo mestiere di scrittore. Egli della letteratura americana contemporanea, nei tempi difficili nei quali visse, fù, insieme con Vittorini e Calvino, un entusiasta divulgatore.
5 ottobre 1996