Il codice da Vinci, di Dan Brown (2003), editore Mondadori. pagg. 523 € 18,60.

Nota di copertina: Parigi, Museo del Louvre. Nella Grande Galleria, il vecchio curatore Saunière, ferito a morte, si aggrappa con un ultimo gesto disperato a un dipinto del Caravaggio, fa scattare l'allarme e le grate di ferro all'entrata della sala immediatamente scendono, chiudendo fuori il suo inseguitore. L'assassino, rabbioso, non ha ottenuto quello che voleva. A Saunière restano pochi minuti di vita. Si toglie i vestiti e, disteso sul pavimento, si dispone come l'uomo di Vitruvio, il celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci. La scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori è agghiacciante: il vecchio disteso sul marmo è riuscito, prima di morire, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome: Robert Langdon.

Nota di recensione: Forse nessun libro ha avuto il numero di recensioni che ha avuto questo (942 finora) e nessuno, mi pare, ne ha ricevute di così tanto contrastanti. Ma non date retta a chi mostra il pollice verso; sono lettori con la puzza sotto il naso e una totale carenza di fantasia. Questo è un thriller, e di sicuro non è meno attendibile delle previsioni meteo, delle guide ai ristoranti e dei romanzi di Umberto Eco. Avvince, appassiona, convince e se non istruisce di sicuro incuriosisce, nel senso che riesce a portare la mente di chi lo legge a ulteriori aperture (forse per la prima volta in vita mia mi sono messo ad osservare l'Ultima Cena con la dovuta attenzione). Il plot narrativo si regge in piedi benissimo, non ho notato quegli sgradevoli colpi di ginocchio cui di solito ricorre chi scrive gialli, il ritmo è vivace e naturali appaiono le connessioni tra le diverse situazioni. Lo stesso finale, che taluni hanno giudicato deludente forse perché i minacciati stravolgimenti socioreligiosi non si sono verificati, ha una sua logica diciamo così componenziale. Leggo che ne faranno un film con Tom Hanks nella parte del dottor Langdon; dalle parti di Hollywood tutto è possibile, ma al limite è meglio che lo facciano gli americani piuttosto che i francesi, dopo lo scempio che fecero de "In nome della rosa".

10/12/04