Giobbe di Joseph Roth (1930), editore Adelphi. Pagg. 195 €. 6,50.
 
 
Nota di copertina:
 
Un “Giobbe” moderno, dunque: la storia di un pio ebreo orientale, di quelli che si librano a mezz’aria nei quadri di Chagall, (“Portava sempre il suo berretto nero di reps di seta e il caffettano di media lunghezza e gli stivali alti”), quando tutti lo sopraffanno, tentato dal Principe delle Tenebre, forse con la connivenza del Signore, a bruciare il suo scialle rituale e sfidare Dio”:
 
 

 

Nota di recensione:

 
Roth scrive in modo inimitabile e, se si vuole, inarrivabile. Scrive con una varietà e precisione di termini che i caratteri e le situazioni ne escono definiti in maniera così esatta e incisiva che nulla mai pare che di più o di diverso possa venirvi aggiunto.
 
Si veda quale primo esempio il modo magistrale col quale ci presenta la moglie e i tre figli di Mendel Singer:
 
Deborah, la moglie:
 
> Era una donna e qualche volta aveva il diavolo addosso. Occhieggiava le proprietà dei benestanti e invidiava i guadagni della gente di commercio. Era troppo tapino Mendel Singer ai suoi occhi. Gli rimproverava i bambini, la gravidanza, il carovita, i bassi onorari  e spesso perfino il brutto tempo.
 
Questa la descrizione, quasi lombrosiana dei due maschi:
 
> Jonas, il maggiore, era forte come un orso. Schemarjah, il minore, era astuto come una volpe. Jonas camminava con passo pesante, la testa piegata in avanti, le braccia  penzoloni, le guance paffute, eternamente affamato, i folti capelli ricciuti che uscivano prepotenti dal bordo del berretto. Adagio, lemme lemme, il profilo aguzzo, gli occhi  limpidi sempre svegli, braccia sottili, le mani affondate nelle tasche, lo seguiva suo fratello Schemarjah.
 
Contorta era invece Mirjam, la figlia femmina, l'aspetto fisico della quale, al contrario che i maschi, non era lo specchio dell'anima. Del suo aspetto leggiamo che:
 
> Aveva i suoi capelli neri e i suoi occhi neri, torpidi e dolci. Le sue membra erano delicate, le giunture fragili. Una giovane gazzella.
 
Ma quando ce ne disvela l'animo rimaniamo senza parole:
 
> Minuta, civettuola, saltellando sulle esili gambe, nel cuore una brutta ostile ripugnanza, lei si accostava al ridicolo fratello. La tenerezza con cui accarezzava il suo viso grinzoso, grigio cenere, aveva qualcosa di omicida. Si guardava circospetta intorno, a destra e a sinistra, poi pizzicava il fratello sulla coscia. Questi si metteva a strillare, i vicini si affacciavano alle finestre. Lei atteggiava il viso a una smorfia piagnucolosa. Tutti avevano compassione di lei e le facevano domande.
 
Con pochi tratti di penna, come si vede, con gli aggettivi giusti al posto giusto, con le sole parole che occorrono ché una in più stonerebbe, Roth con poco dice tutto. Per questo nel leggere io non ravviso né sazietà né mi rimane fame d'insoddisfatti appetiti, neanche quando - Roth lo fa spesso - riprende espressioni già passate per ripetere cose già dette. Lo fa per sottolineare le cento ragioni perse nel vuoto o le volte, le troppe volte che Dio, perché per loro non si muove foglia che Dio non voglia, si divertiva a piantare i chiodi specialmente là dove la carne era più debole o era già stata perforata.
E Dio che tutto sa, lo sapeva quanto deboli e dilaniate, dilaniate e frante, frante e piagate fossero le povere membra del povero Mendel Singer, un uomo semplice, come dice il sottotitolo del romanzo, un uomo povero, anzi un pover'uomo, ricco solo di fede e di timori.   
 
La trama del romanzo ricalca, riportandola a tempi più recenti, la storia di Giobbe che Jahvé colpì così duramente e durevolmente, così crudemente e crudelmente che lo portò all'incredulità e quasi alla bestemmia. Così che alla fine così il povero vecchio grida:
 
> Non ha figlio, non ha figlia, non ha moglie, non ha patria, non ha denaro. Dio dice: ho punito Mendel Singer; di che cosa lui, Dio, punisce? Perché non Lemmel, il macellaio? Perché non punisce Skowronnek? Perché non punisce Menkes? Solo Mendel punisce! Mendel ha la morte, Mendel ha la pazzia, Mendel ha la fame, tutti i doni di Dio ha Mendel. E’ finita, finita, finita per Mendel Singer.
 
"Al fine di provarlo" – gli rispondono gli altri, i benpensanti, quelli che nella vita predicano bene e razzolano male, e gli è facile dir bene di Dio tanto Dio nemmeno li guarda.
 
Mendel si chiama il Giobbe di Roth, Mendel Singer, ed è un ebreo della diaspora, un povero ebreo millennario, un ebreo figlio di poveri ebrei che da molte generazioni s'erano accomodati a vivere in quel lembo di terra ai margini occitani dell'antica Russia che una volta si chiamava Volinia. La vicenda si svolge intorno agli anni che il vecchio continente stava per entrare in quell'enorme centrifuga o immenso tritcarne, o terrificante tragedia che fu la Grande Guerra che si divorò vivi venti milioni di giovani e rivoltò il l'Europa come un calzino sbrindellandolo. Lo sradicamento, la perdita della memoria, la violenza dei tempi nuovi, la volgarità dei nuovi ricchi, ecco che siamo di fronte ai temi cari a Roth e consueti nei suoi romanzi.
 
Mendel Singer non vorrebbe andare in America, il poco che ha gli basta, il molto lo soverchia e ha paura del nuovo, ma per debolezza, per rassegnazione per paura (aveva visto che la sua giovane figlia, Mirjam l'agile gazzella, troppo facilmente e troppo volentieri si prestava ad essere strumento di piacere per i soldati di una vicina guarnigione e ingenuamente il povero vecchio confidava che cambiando cielo anche la natura della donna potesse cambiare...):
 
> "Devo andare” disse Mirjam, si staccò dal muro dove era appoggiata, leggera come una farfalla bianca volò via dal marciapiede e, a passi veloci e civettuoli si avviò, nel mezzo della strada, in direzione della caserma, incontro al canto di richiamo dei cosacchi.
 
Si lascia fatalisticamente trascinare il povero vecchio, dalla troppo smaniosa moglie e dall'avida figlia. Roth che di sradicamenti se ne intende ci da nell'incontro, nel confronto, nello scontro se mai ci fu scontro, nel rapporto tra l'uomo antico e i nuovi tempi pagine di altissima letteratura. E con un ritmo martellante, con concetti brevi, e con inappellabili, precise e toccanti parole ci descrive il disorientamento, lo strazio del vecchio maestro di antiche scritture di fronte al rutilante nuovo mondo. Sono pagine di una bellezza straordinaria, come quando - faccio tre o quattro esempi, il lettore abbia pazienza - Roth scrive:
 
> "Era già solo, Mendel Singer: era già in America… ", ed è un inizio da brividi.
 
> "Sì, era quasi come a casa sua in America! Sapeva già che old chap in americano significava padre e old fool madre o viceversa ", e impagabile risulta quel "viceversa". 
 
> "Gli avevano detto che l’America si chiamava God’s own country, che era la terra di Dio, come un tempo la Palestina, e New York propriamente the wonder city, la città dei miracoli, come un tempo Gerusalemme. Invece il pregare si diceva service e la beneficienza pure. Il bambino di Sam, venuto al mondo neanche una settimana dopo l’arrivo del nonno, non si chiamava altrimenti che Mac Lincoln e fra qualche anno, il tempo vola in America, sarà un college boy. My dear boy, dice oggi al piccolo la nuora. Lei, caso strano, si chiama sempre Vega ", dove interamente traspare il disorientamento del povero vecchio.
 
> "Coi soldi Deborah non ce la faceva neanche lì. La vita rincarava a vista d’occhio, con la mania del risparmio non riusciva a smettere, la solita asse del pavimento nascondeva ormai diciotto dollari e mezzo.: così le carote rimpicciolivano, le uova erano vuote, le patate gelate, le minestre acqua, le carpe striminzite e i lucci piccoli, le anatre magre, le oche dure e i polli un niente.",  e quì comincia ad apparire la vera jattura de' nuovi luoghi e de' nuovi tempi.
 
> "Gli americani erano sani, le americane belle, lo sport importante, il tempo prezioso, la povertà un vizio, la ricchezza un merito, la virtù un seccesso a metà, la fiducia in se stessi un successo completo, il ballo igienico, lo schettinare un dovere, la beneficienza un investimento di capitale, l’anarchismo un delitto, gli scioperanti i nemici dell’umanità, i sovversivi alleati del diavolo, le macchine moderne benedizioni del cielo, Edison il più grande genio.", tre righe semplici semplici che sono una radiografia, un ritratto, una sentenza.
 
> "I quattro (quattro vecchi, ebrei come lui ma giunti negli Stati Uniti alcuni anni prima, ndr) vivevano ormai da diverso tempo in America, lavoravano il sabbat, miravano al denaro, e la polvere del mondo posava ormai alta, spessa e grigia sulla loro antica fede. Molte usanze avevano dimenticato, più di una legge avevano infranto, con la loro testa e le loro membra avevano peccato ", ovvero, ed è la santa verità, non c'è Dio che tenga di fronte alla natura umana (non per nulla sul retro delle banconote da un dollaro v'è scritto In God we trust, cioè 'In Dio è la forza') senza nulla voler dire della facile assonanza tra God, Dio e Gold oro che se non sono sinonimi certo non sono contrari. 
 
Ma la natura antica di Mendel Singer non si corrompe. Lui resiste perché ignora cosa fare, non sa dove andare e se lo sa non può farlo, troppo lontana è la Russia, troppo caro il biglietto. Resistere è la sola cosa che sa fare.
 
> "Tuttavia alla sua ammirazione per il futuro si mischiava una nostalgia della Russia, e lo tranquillizzava sapere che lui, ancor prima dei trionfi dei vivi, sarebbe stato un morto. Non sapeva perché, ma lo tranquillizzava".
 
> "Vedeva allora il riflesso rossastro della fervida notte americana che si celebrava da qualche parte, e l’ombra argentea e regolare di un riflettore che sembrava cercare disperatamente Dio nel cielo notturno. Gia, anche un paio di stelle vedeva Mendel, un paio di misere stelle, brandelli di costellazioni. Mendel si rammentava le luminose notti stellate in patria, il color turchino del cielo immenso, l’arco delicato della falce lunare, il cupo stornire dei pinastri nel bosco. Le voci dei grilli e delle rane".
 
Poi, alla fine, invero alquanto demiurgicamente, il miracolo avviene, così Jahvé ha deciso, e a noi non è dato di sapere nè perché alla fine, ma proprio alla fine, egli gli faccia guarire il figlio malato e neanche perché - sopra tutto questo - si sia tanto accanito sopra e contro di lui. "Dio è grande" - soleva dire con sottile doppio senso il dottor Alessio Micalizio - "Ci affligge e non ci abbandona".
 
Ce ne usciamo così, celiando. Non credendo noi in Dio è l'unica cosa seria che possiamo dire.
 
22/12/2005