FERITO A MORTE di Raffaele La Capria (1984) Mondadori - pagg. 201. euro 6,71.
Nota di copertina: La storia di questo romanzo di Raffaele La Capria si svolge nell'arco di circa dieci anni, dall'estate del 1943, quando durante un bombardamento avviene l'incontro con Carla Bousier, fino al giorno della partenza di Massimo per Roma, all'inizio dell'estate del '54. E proprio in quest'ultimo giorno si apre il libro e si chiudono i primi sette capitoli, con il dormiveglia mattutino e infine la siesta di Massimo. Tra questi due momenti il tempo è come dilatato, e tanti momenti isolati ne emergono, ognuno presente e ricordato, ognuno riferito a un anno diverso, anche se tutti sembrano racchiusi, senza soluzione di continuità , nello spazio di un solo mattino: la pesca subacquea. 1951: i pensieri-monologhi di Ninì. 1950: i ricordi di Massimo. 1943 e 1949: la noia al Circolo Nautico. 1952: il pranzo a casa De Luca. 1953... Negli ultimi tre capitoli vi è poi come una sintesi di tutti i ritorni di Massimo a Napoli, dal 1957 al 1960. Disincantati ritorni nella città che ti ferisce a morte o t'addormenta, sempre amata con freddo amore; nella città che si identifica con Carla, con il mare, con i miti della giovinezza avuta e troppo presto, inspiegabilmente, perduta.
Nota di recensione: Mi indusse a questo libro la debordante passione d'un tal "Carlo del '54, che a 19 anni si innamorò di Ferito a morte", e che da allora - a quanto egli stesso con qualche imbarazzo d'innamorato ne racconta ad Antonio D'Orrico di Sette - lo ha riletto altre dodici o tredici volte, e continuerà ancora a farlo.
Della bravura di La Capria sono rimasto abbagliato, sbalordito immediatamente, anche se subito mi sono accorto che il suo stile di scrittura, così rotto, e rapsodico, metaforico e joyciano, s'adattava alla mia sensibilità di lettore come delle pasticche di exctasy ad un pallido bibliotecario.
Tuttavia attratto dalla luce più che una falena ho perseverato a leggere. A trent'anni ci si può permettere il lusso di riporre nello scaffale, con una scrollatina di spalle, Joyce e Volponi facendosi presuntuosamente forti di una loro incapacità a farsi capire. Non più, purtroppo, a cinquanta e passa anni. Dovevo capire perché a quel ragazzo Ferito a morte fosse piaciuto così tanto da fargli dire, e ripetere, tutte e tutte le volte che lo rilegge, "Non avrò altro libro all'infuori di te".
Non l'ho capito. Cioè non l'ho capito come si suole, non l'ho capito cerebralmente, mentalmente. La storia è tutto un raccontare disarticolato, una giostra di tempi lunghi e corti, tutti fratti, dove la testa gira e non si raccapezza. Un'idea di unità narrativa me la sono fatta tramite le note di copertina, ché leggevo a bocca aperta e al di là della bellezza ammaliante delle parole e della dolorosa precisione delle frasi nulla capivo. Però direi istintivamente, direi sensualmente - sì, sensualmente, sensualmente è la parola giusta - il libro mi ha incantato.
Io sono legato ad un modo di scrivere che se non più aristotelico è ancora pienamente manniano, cioè lento, piano, descrittorio. Pacato, filtrato. Già a leggere Proust mi pare d'immergere la punta dell'alluce nel più vasto e profondo degli oceani. Ma La Capria, che abita agli antipodi di dove abita Thomas Mann, mi ha abbacinato come abbacina il sole negli occhi. La sua scrittura è diretta e sensitiva, piena e immediata, lunatica e solare. Anche il dolore, ché pieno di dolore il racconto è, così come piena di dolori è l'adolescenza, è sfavillante.
I pochi raggi di questa grande luce che m'hanno colpito mi hanno ferito a morte. Gli altri che per avere vigliaccamente chiuso gli occhi ho schivato, ora che mi riprendo andrò a ricercarli per raccoglierli. Con l'attenzione con la quale il cercatore d'oro ricerca le pagliuzze. A piedi scalzi non si entra nemmeno in Paradiso e a camminare con gli occhi chiusi è facile che si sbagli porta.
11 maggio '03