EROS E PRIAPO di Carlo Emilio Gadda, (1967) Edizioni Garzanti

Nota di Copertina: Benché pubblicato solo nel 1967, il libello psicoanalitico e antimussoliniano di Gadda affonda le sue radici negli anni fiorentini, tra il '44 e il '45. E' alla rabbia e alla disperazione di quel periodo che Eros e Priapo deve il tono di esasperata polemica che lo caratterizza e che si esprime in un vorticoso ribollire e gorgogliare di parole e immagini, a stento contenute nei moduli del trattato machiavelliano e di una prosa arcaicheggiante di tipo toscano-cinquecentesco. Diviso tra saggio e "libro delle furie", arringa e memoriale, narrazione e pamphlet, Eros e Priapo è l'esplosivo contributo di Gadda all'"atto di conoscenza" che, solo, può garantire il riscatto dal male e, nel contempo, è una durissima condanna nei confronti della follia che per un ventennio ha soggiogato l'Italia, segnando il prevalere "di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos".

Nota di recensione: Leggere Carlo Emilio Gadda è come fare una scarpinata a piedi sù per un irto pendio. Può far bene alla salute ma non è detto che risulti piacevole, anzi, per bene che possa farti al sangue e al cervello, finisce che se non hai un minimo di ostinazione ad un certo punto giri sui tacchi e chiudi. Lo stile di C.E.Gadda a quanto mi risulta in Italia è unico. Possiede un vocabolario tutto suo, composto di parole spesso onomatopeiche, e d'una dialettalità più immaginata che reale, e lì è la sua originalità. Il contenuto secondo me non vale la forma, non so nel "Pasticciaccio", certamente non in questo. Questo libello vuol'essere un atto d'accusa contro la prosopopea mussoliniana e l'arroganza dei gerarchi, ma è, risulta essere, solo una continua, ripetitiva, masturbatio grillorum con ripetuti accenti di pesante volgarità. Lo stile, dicevamo. Il lettore se ne faccia un'idea sua leggendolo. Magari avrà più costanza e arriverà in cima (?). Se ne vuole un assaggio, legga:

"Il Vigile dei destini principe ragghiare da issù balconi ventitré anni, palagiare la campagna brulla di inani marmi e cementi, e voltar gli archi da trionfo, anticipati alla cieca ad ogni sperato trionfo e assecurata catastrofe";

"Ruggente lione di tutto coccio stivaluto e medagliuto, lungimiranza vé vé di tremebondo bellico lo trascinò diforza alla smargiassata africana, a sparger ne' deserti feral morbo con porger l'otre alla sete degli eroi e de' martiri, non anco patita la volontà del socio di ferro di cui, vaso di tutto coccio, così ciecamente s'era costituito prigione. Securo come il fulmine di quel tal securo, largì alti alpini del Piemonte alla morte senza scarpe, poche mitragliatrici bastarono nella tormenta e nel luglio senza scarpe, i tremila metri aiutando. Tempista ed aruspice de' più dotati di bel tempo, ora viene il bello. No, no, no, Polonia, Danemarca, Norvegia, Franza, Scrotoslavia, Lucimburgo, Turchia, Sguizzara, tutta Grecia e Spagna, e dimenticavo Portogallo, e fino l'Andorra e il San Marino, che son minime repubblicuzze ne' monti, no, no, le non si sono alleate alle belve, le non sono slittate sfinctericamente alle guerre omicidiali dell'imbianchino."

"Il suggeritore fu lui il Ministro, primo Ministro delle bravazzate, lui il primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù di balcone ventitré anni durante: sulle povere e macre spalle di una gente sudata, convocata birrescamente a' sagrati maledetti, a' rostri delle future isconfitte, incitata alle acclamazioni obbligative: compressa al raduno come la gente acciugghiera in nel barile, spersa, in fatto, tra i segni di demenza: a veder lontanare il futuro, il nutrimento della carne, dello spirito futuro. Una istrombazzata di parole senza costrutto, ch'erano i rutti magni di quel furioso babbeo..."

"...pervenne. Pervenne. Alla feluca, pervenne. Di tamburo maggiore della banda. Pervenne agli stivali del cavallerizzo, agli speroni del galoppatore. Pervenne, pervenne! Pervenne al pennacchio dell'emiro, del condottiere di quadrate legioni in precipitosa ritirata...sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, (di due rattratte mani scarafaggi al deserto), sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell'Islam, fattagli da' Maomettani di via Durini a Malano. Per la pompa e la priapata alessandrina. E la differenza la sapete bene qual'è, la differenza che passa fra Lissandro Magno e codesto brav'uomo: che l'Alessandro Magno l'è arrivato (sic) ad Alessandria col cocchio: e lui c'è arrivato col cacchio."

"...e lo immenso macchinone degli uffizi dagli ambulacri e dalle dimore del sonno, e mantrugiano e tritano il loro il loro compito lento e le più volte inane, isminuzzando le particole a' paragrafi e leticandole a' commi, e d'ogni virgula facendo verga (al prossimo, e colà là là indove sassi) e ruminando il tempo col sedere...

E' quì Carlo Emilio Gadda, del quale quest'anno ricorre il centenario della nascita. Gioannbrerafucarlo, buonanima, che, come ognuno sa, amava esprimersi in stile parolibero, stravedeva per lui, arrivando a deffinirlo il maggior scrittore italiano.

Io, per finir di leggerlo, avrei dovuto legarmi alla sedia. Come Vittorio Alfieri.

26/2/1994