DUE DI DUE di Andrea De Carlo (1989) Mondadori - pagg. 385 lire 5.900 (ediz. econ.)

Nota di copertina: Due amici, due scelte, due avventure. La difficoltà di vivere il mondo contemporaneo e la ricerca di valori nuovi. La storia indimenticabile di un'amicizia, un romanzo intenso e profondo che attraversa gli ultimi vent'anni di vita italiana.

Sulla prima di copertina figurano anche questi due cammei: "Guido Laremi è il più bel personaggio della letteratura italiana degli ultimi dieci anni" [Pietro Citati] e "La giovinezza è tante cose, anche una particolare acutezza dello sguardo che afferra e registra un enorme numero di particolari e sfumature. E' questa la giovinezza che Andrea De Carlo racconta" [Italo Calvino].

Nota di recensione: Il libro è una carrellata sugli ultimi vent'anni di vita italiana visti da un ex sessantottista schizzinoso e nichilista. Un 'maudit', per dirla come la dicono i francesi; un personaggio puro e ideale (ma ideale nel senso di non reale, di improbabile, a parer mio), secondo un De Carlo al solito troneggiante nella sua insopportabile postura di eterno finto-incazzato.

La narrazione ha un taglio prettamente cronachistico ed è del tutto priva di slanci, sia perché slanci nelle corde di De Carlo non ve ne sono e sia perché l'argomento in effetti non vi si prestava. Il libro non è scritto male, anzi certi 'spaccati' di vita verosomigliano in modo impressionante alla realtà (per esempio l'università italiana negli anni settanta, quella, per intenderci, del trentasei politico e degli esami di gruppo, prodromo fondamentale degli attuali sfaceli), ma quel Laremi è insopportabile. La letteratura è piena di personaggi negativi, basti guardare a Shakespeare e a Dostojevsky, ma i loro anche quando non hanno né fascino né una sinistra grandezza conservano sempre una certa plausibilità. Io ho trovato abnorme e francamente fastidiosa l'infatuazione di De Carlo per questo accidioso e paranoico suo disadattato. Un romanziere è pienamente responsabile delle creature che mette al mondo (gli antichi greci per esprimere l'atto del creare in natura e su carta ricorrevano ad una sola espressione: poiéo), De Carlo con la sua infatuazione per questo laconico schizoide s'è giocata per sempre la mia simpatia (e sì che il suo 'Tecniche di seduzione' non mi era dispiaciuto). L'ho trovato detestabile al punto che quando con la sua Alfa Romeo il suo eroe negativo è andato (volontariamente) a schiantarsi contro un muro (una banalissima fine alla James Dean; neanche De Carlo, sempre così schifiltoso nel proporsi, è riuscito a sottrarsi al fascino dello stereotipo) ne ho provato un franco piacere.

Una breve considerazione infine sui due cammei. Posso credere anche alla resurrezione della carne, ma giammai crederò che un altezzoso aristocratico come Italo Calvino e un raffinato cesellatore del verso come Pietro Citati abbiano potuto scrivere, di questo libro e del suo nefando protagonista, quel che la copertina impudicamente sostiene.

28 dic. '02