DON GIOVANNI IN SICILIA, di Vitaliano Brancati (1941), Editore Bompiani.
Nota di copertina: I personaggi di Brancati sono personaggi reali, ma di una realtà caotica, imprevedibile e folle che mai è riuscita a costituirsi in società. E se il dongiovannismo presuppone l'esistenza di una società - l'antico don Giovanni per profanarla e irriderla nei suoi miti e riti religiosi e morali, quello di oggi per godere parodisticamente, ridicolmente fuor di stagione, gli estremi riflessi di quella profanazione - la peculiarità dei personaggi brancatiani appunto consiste nel venir fuori da una non-società e, paradossalmente, nel fatto di realizzare una forma di società, o almeno di comunione, unicamente su quel punto: la donna, l'insostituibile piacere "del discorrere sulla donna" (L. Sciascia).
Nota di recensione: "Quei discorsi sulle donne che a Catania - dice lo stesso Brancati ad un certo punto del libro - davano un maggior piacere che le donne stesse". Romanzo d'ambiente provinciale, con ambizioni allusive e simboliche, ancora visibilmente acerbo, ma che lascia intravvedere - in quelle certe improvvise pennellate che mettono in piena luce quel gusto del grottesco e del comico incisivo tipicamente brancatiani - il talento del giovane autore. Il grottesco degli amori sognati o inibiti, e comunque vissuti nell'immaginazione dai giovani e meno giovani "maschi" siciliani, dove la donna è mito e aspettativa sempre rinviata ad altro tempo. E il gallismo si estenua fra le spire di una sensualità fantasticata e non vissuta, un'ossessione a suo modo sentimentale che l'immaginario accende e riscalda e la carne contraddittoriamente raffredda (appunto la contraddizione della donna che mentre promette senza dare rimane mitica, ma che scade subito a volgare puttana quando per realizzarsi s'incarna).
Don Giovanni, o non, piuttosto, Platone, in Sicilia?
10 dic. 1994