DE BELLO GALLICO, di Caio Giulio Cesare - BUR
Nota di recensione: Quasi mai, contrariamente a come si pensa, nello scrivere secchezza e concisione vogliono dire povertà di contenuto e superficialità di stile, sicuramente non in Cesare, il quale narra, descrive, illustra e spiega con una accuratezza e una precisione che mai altri. Gli è solo che egli non si perde in fronzoli, nella sua scrittura tutto è preciso per potere essere essenziale; tutto è perfetto per potere essere chiaro. Cesare scrive come agisce: viene, vede e vince. Solo la percezione diretta, come in un film, può renderne in parte l'intera efficacia della scrittura e la grandezza di storico.
Il celeberrimo incipit (libro I, cap. I): la rapida descrizione del territorio e delle tribù: "Gallia divisa est in partes tres...: una abitata dai Belgi, un'altra dagli Aquitani, la terza dai popoli chiamati localmente Celti e da noi Galli. Essi differiscono tra di loro per linguaggio, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Aquitani; la Senna e la Marna li dividono dai Belgi. Di questi popoli i più forti sono i Belgi, che sono i più lontani dalla cultura e dalla civiltà della nostra Provincia; molto di rado essi vengono visitati dai mercanti, i quali, perciò, non vi introducono le merci atte ad infiacchire i costumi; confinano con i Germani d'oltre Reno e con essi sono continuamente in guerra. Per questa ragione anche gli Elvezi superano per valore gli altri Galli: anch'essi combattono quasi ogni giorno contro i Germani, sia per tenerli lontani dalle proprie terre, sia perché essi stessi invadono le loro. La parte che abbiamo detto appartenere ai Galli comincia dal fiume Rodano, ha per confine il fiume Garonna, l'Oceano, il territorio dei Belgi, tocca il Reno dalla parte dei Sèquani e degli Elvezi ed è orientata verso nord. Il paese dei Belgi dai più lontani territori della Gallia si estende fino al corso inferiore del Reno ed è rivolto verso nord-est. L'Aquitania si estende dalla Garonna ai Pirenei e a quella parte dell'Oceano che è volta verso la Spagna; guarda verso nord-ovest." Geometrica precisione, un trattato di storia e di geografia insieme.
Sentiamo come riporta i dialoghi, come fà parlare gli altri (libro I, cap. XXXVI): "A questo messaggio Ariovisto rispose che era diritto di guerra che i vincitori dominassero a loro arbitrio sui vinti; era consuetudine, anche del popolo romano, di comandare ai vinti non secondo le imposizioni altrui ma a modo loro. Se egli dunque non prescriveva al popolo romano il modo di esercitare il proprio diritto, bisognava che anch'egli dal popolo romano non fosse ostacoloto nel suo. Gli Edui avevano tentato la fortuna delle armi; avevano intrapreso una guerra; erano stati vinti e perciò erano diventati suoi tributari. Cesare ora gli recava un grande danno, rendendogli minori, col suo arrivo, i tributi. Non intendeva restituire gli ostaggi agli Edui, ma non avrebbe portato guerra ingiusta né a loro né ai loro alleati, se si fossero attenuti ai patti stabiliti e avessero pagato ogni anno il tributo concordato: se non l'avessero fatto, ben poco sarebbe valso il nome di fratelli del popolo romano. Quanto a quello che Cesare gli diceva, che non avrebbe lasciato impuniti i torti fatti agli Edui, si ricordasse che nessuno aveva combattuto senza danni contro di lui. Venisse pure ad attaccarlo quando voleva: avrebbe conosciuto qual'era il valore degli invitti Germani, assai prodi in battaglie e così forti che da quattordici anni non si erano riparati in luogo coperto." E' una riproduzione quasi fonografica di quello che Ariovisto avrebbe potuto realmente dire, che il cronista pur essendone coinvolto in prima persona non minimizza né massimalizza.
Altrettanto obiettivo, direbbesi fotografico, è quando analizza i fatti che lo vedono coinvolto (libro III, cap. X): "Queste che abbiamo esposto erano le difficoltà a cui si andava incontro in quella guerra, ma molte considerazioni incitavano Cesare all'impresa: l'offesa fatta con l'arresto dei cavalieri romani, la guerra ripresa dopo la capitolazione, la ribellione dopo la consegna degli ostaggi, la lega di tanti popoli e sopratutto che, se egli avesse trascurato di dare un esempio, le altre genti si sarebbero convinte di poter agire nello stesso modo. E Cesare, poiché ben capiva che quasi tutti i Galli, desiderosi di novità, mutevoli e irriflessivi, erano pronti a levarsi in armi (d'altra parte tutti gli uomini sono portati dalla natura ad aspirare alla libertà e ad odiare la condizione di schiavitù), pensò che, prima che numerose genti si unissero alla lega, egli doveva dividere e distribuire in maggior territorio il suo esercito." Nessun vittimismo, nessuna tracotanza: solo freddo realismo.
Cesare non fù solo un grandissimo condottiero di eserciti in terra, vediamo come descrive le navi dei Veneti (libro III, cap. XIII): "Le navi dei Veneti erano costruite ed attrezzate nel modo seguente: carene piatte più di quelle delle nostre navi, per potersi adattare più facilmente alla poca profondità e alla bassa marea; prore e poppe molto rialzate, adatte a sopportare le grandi ondate del mare in tempesta; tutte costruite in legno di quercia, capace di resistere ai colpi più violenti; le travi, fatte con legni dello spessore di un piede, erano confitte con chiodi larghi un pollice; le ancore erano legate non con funi ma con catene di ferro, invece di vele vi erano pelli e cuoi pieghevoli e sottili, sia perché mancava il lino o non lo si sapeva usare, sia perché (ed è forse questa la ragione) si pensava che le vele non avrebbero potuto agevolmente sostenere le grandi tempeste dell'Oceano e l'impeto dei venti, né reggere navi tanto pesanti. In confronto con queste navi, quelle della nostra flotta avevano i soli vantaggi della celerità e della forza dei rematori, mentre quelle erano più adatte alla natura del luogo e alla violenza delle tempeste. Le nostre infatti non le potevano danneggiare nemmeno con i rostri, tanto grande era la loro robustezza, e solo difficilmente le potevano raggiungere coi dardi, data l'altezza dei loro bordi, né per la stessa ragione gli arpioni le potevano facilmente agganciare. Se, poi, si fosse levato più alto il vento ed esse vi fossero abbandonate avrebbero sopportato più facilmente le tempeste, sarebbero state più sicure nei punti poco profondi e, al ritirarsi della marea, non avrebbero dovuto temere i bassifondi e gli scogli; le nostre navi invece avrebbero dovuto paventare tutte queste eventualità." Precisione, competenza, rispetto.
Ma vediamo come si svolse la battaglia navale (libro III, cap. XIV): "Quando Cesare, dopo avere espugnato parecchie città, comprese che tanta fatica veniva fatta inutilmente e che, sebbene le città fossero occupate, non si poteva impedire la fuga dei nemici né portar loro serio danno, decise di aspettare la flotta. Quando questa arrivò e i nemici la videro, circa duecentoventi delle loro navi, attrezzate di tutto punto e fornite di ogni specie di armamento, uscirono dal porto e si allinearono di fronte alle nostre; Bruto, comandante della flotta, i tribuni militari, i centurioni ai quali erano affidate le navi, non sapevano che fare né a quale tattica di battaglia attenersi. Essi sapevano di non poter danneggiare i nemici con i rostri e che era inutile innalzare le torri perché le poppe delle navi venete sarebbero risultate più alte ancora, cosicché i dardi lanciati da un luogo più basso difficilmente sarebbero andati a segno, mentre quelli dei Galli sarebbero stati più dannosi. Ma vi era un'arma di grande utilità preparata dai nostri: delle falci taglientissime conficcate ed inchiodate a lunghe pertiche, di forma non dissimile da quella delle falci murali. Queste afferravano e tiravano a sé le funi che legavano i pennoni e le vele agli alberi, e le stroncavano, mentre le navi acceleravano la corsa a forza di remi. Una volta tagliate le funi era inevitabile che le vele cadessero, e poiché tutta la forza delle navi galliche era riposta nelle vele e nelle altre attrezzature, perdute quelle, esse erano ridotte all'impotenza. Per il resto la battaglia era affidata tutta al valore degli uomini e i nostri erano, in questo, nettamente superiori ai nemici, tanto più che il combattimento su svolgeva sotto gli occhi di Cesare e di tutto l'esercito, in modo che nessun atto di valore restava sconosciuto: l'esercito infatti occupava tutti i colli e le alture da cui si aveva, da vicino, la vista sul mare."
Vediamo adesso come descrive i Britanni e la Britannia (libro V, cap. XII e XIII): "La parte più interna della Britannia è abitata da genti che si dicono autoctone; la zona costiera invece da popoli che, passati sull'isola dal Belgio a scopo di guerra e di bottino, vi sono rimasti dopo aver vinto e si sono dati alla coltivazione della terra: quasi tutti conservano i nome delle genti da cui discendono. Grandissimo è il numero degli uomini, molto fitte le costruzioni fatte quasi come quelle dei Galli, grande la quantità del bestiame. Usano bronzo o monete d'oro o, invece di monete, verghe di ferro di un determinato peso. Nelle regioni interne si trova stagno, in quelle costiere ferro, ma in quantità non notevole; il rame è importato. Vi è, come in Gallia, legname di ogni specie, eccettuati il faggio e l'abete. Non stimano cosa lecita mangiare lepri, galline, oche, ma le allevano per divertimento; il clima è più temperato che non in Gallia, perché il freddo vi è meno intenso. L'isola ha la forma di un triangolo: un lato si trova di fronte alla Gallia; con un angolo (quello del Canzio, dove approdano quasi tutte le navi provenienti dalla Gallia) rivolto verso est, l'altro verso sud. Questo lato si stende per circa cinquecento miglia. L'altro lato è volto verso la Spagna e l'Occidente; da questa parte si trova l'Ibernia, isola che si ritiene sia circa la metà della Britannia e che è posta ad una distanza pari a quella che divide la Britannia dalla Gallia. Quasi a metà di questo percorso si trova l'isola Mona; si crede inoltre che vi siano parecchie altre piccole isole, vicine alla Britannia, delle quali molte hanno scritto che nel periodo del solstizio invernale la notte vi dura trenta giorni consecutivi. Noi, benché ci informassimo, non potemmo sapere nulla di preciso su questo fenomeno, ma vedemmo delle esatte misurazioni, delle clessidre ad acqua, che le notti erano più brevi che sul continente. La lunghezza di questo lato, come gli stessi abitanti credono, è di settecento miglia. Il terzo lato è rivolto a nord e nessuna terra vi è di fronte, ma la sua estremità si può dire sia volta verso la Germania; si ritiene che questo lato sia lungo ottocento miglia. Il perimetro dell'isola è, dunque, di duemila miglia." Quanta cura, quanto amore per il conoscere! Chi, ancora oggi, di quei dati potrebbe confutare qualcosa?
Ancora a proposito della sua cura del sapere, qualcosa sui costumi civili dei Galli (libro VI, cap. XIX e XXII): "Gli uomini, fatta la stima dei danari e dei beni che ricevono come doti dalle mogli, ve ne uniscono altrettanti, tolti dai loro; amministrano poi l'intera somma e ne accumulano i frutti; quello dei due coniugi che sopravvive eredita sia il capitale di entrambi, sia il frutto degli anni precedenti. Gli uomini hanno diritto di vita e di morte sulle mogli, come sui figli; quando muore un capofamiglia di nobile stirpe i suoi parenti si riuniscono tutti e se per quella morte sorge qualche sospetto sulla moglie conducono in merito le indagini come usano per gli schiavi; in caso di colpevolezza la donna è condannata a morire tra le fiamme o con altri atroci supplizi. I funerali sono, per quel che la civiltà dei Galli permette, veramente lussuosi: viene gettato sul rogo tutto ciò che era caro al vivo, anche gli animali; poco tempo fà anche i servi e i clienti cui era particolarmente affezionato venivano bruciati insieme al cadavere, depo la celebrazione dei riti. Non si dedicano all'agricoltura e la maggior parte di essi vive di latte, formaggio e carne. Nessuno ha terreni di proprietà privata: i principi e i magistrati ogni hanno assegnano la quantità di terra che credono opportuna, e nella località da essi stabilita, alle genti o alle famiglie in cui i parenti vivono l'insieme e l'anno dopo li costringono a migrare in un altro punto. Spiegano quest'uso adducendo molte ragioni: perché una prolungata abitudine non muti il loro interesse per la guerra con quello per l'agricoltura; perché non sentano il desiderio d'accaparrarsi grandi proprietà e i più potenti prevalgano sui più deboli; perché non fabbrichino case adatte a ripararli dal freddo e dal caldo; perché non nasca l'avidità di ricchezze, che sempre provoca discussioni e dissensi; vogliono inoltre, col disinteresse di tutti, tenere a freno la plebe, evitando che sorga tra essa l'invidia, poiché ciascuno può così vedere che le sue ricchezze sono pari a quelle dei più potenti." Se qualcosa traspare, dei sentimenti di Cesare, è un pò di ammirazione, non certamente la iattanza del colonizzatore sul colonizzato.
Dal cap. XXXIV del VI libro un breve stralcio che aiuta a lumeggiare la considerazione ch'egli aveva dei soldati: "La situazione richiedeva da parte nostra grande vigilanza, non per salvare l'insieme dell'esercito -perché non poteva certo venire pericolo alle nostre forze, nel loro complesso, da parte di popolazioni atterrite e disperse, ma per tutelare la vita di ciascun soldato, cosa che aveva la sua importanza nei riguardi della sicurezza di tutto l'esercito....Cesare prendeva provvedimenti con tutta l'accortezza che poteva adoperare in una situazione così difficile, tralasciando qualche volta di recare danno ai nemici, benché tutti ardessero dal desiderio di vendetta, piuttosto che mettere a rischio i suoi uomini." Benché tutti ardessero dal desiderio di vendetta: quest'inciso è impagabile. Chi fù che disse che i cadaveri dei soldati erano (sono) i gradini a mezzo dei quali i capi comandanti di eserciti s'innalzano alla gloria del cielo? Sempre al riguardo (L VII, cap. LII): "Il giorno dopo Cesare convocò le legioni e rimproverò i soldati per la loro temerarietà e l'avventata foga, perché avevano voluto decidere da sé fin dove andare e che cosa fare, non si erano fermati al segnale di ritirata, né avevano potuto essere trattenuti dai tribuni militari e dai legati. Dimostrò loro che danni potesse avere un terreno sfavorevole: egli stesso lo aveva capito ad Avarico, quando aveva sorpreso i nemici senza comandante e senza cavalleria, eppure aveva rinunciato ad una vittoria sicura per non subire perdite, anche lievi, per un combattimento su terreno svantaggioso.Egli ammirava il coraggio che avevano dimostrato nel non lasciarsi fermare né dalle fortificazioni, né dall'asprezza del monte, né dal muro della città, ma altrettanto biasimava il presuntuoso arbitrio per cui avevano creduto di poter giudicare meglio del loro comandante sulla vittoria e sull'esito delle operazioni; egli pretendeva dai suoi soldati obbedienza e disciplina non meno che coraggio e sprezzo del pericolo." Tutto questo dopo una vittoria.
Adesso, dulcis in fundo, la descrizione di una battaglia (L. VII cap. dal LXXXIV al LXXXVIII): "...Si combatté contemporaneamente in tutti i punti: i Galli attaccavano dovunque e dove sembrava che le notre posizioni fossero meno salde, ivi accorrevano. I Romani dovevano tenere linee tanto estese che non era loro facile far fronte ai simultanei attacchi nemici. Più di tutto li impressionavano le grida che si elevavano alle spalle di ciascun gruppo combattente, perché ognuno capiva che la sua sicurezza dipendeva dal valore dei compagni che aveva alle spalle; infatti il pericolo che non è davanti agli occhi è quello che turba maggiormente gli uomini. Cesare, scelto un luogo adatto dal quale poteva vedere ciò che avveniva in entrambe le parti, mandava rinforzi nei punti che si trovavano in pericolo. I combattenti di tutti e due gli eserciti capivano che quello era il momento in cui bisognava fare lo sforzo supremo; i Galli vedevano l'impossibilità di salvarsi se non avessero potuto rompere la linea di difesa; i Romani sentivano che sarebbe stata la fine di tutte le fatiche se avessero vinto. La situazione era più critica alle fortificazioni alte, dove abbiamo detto che l'attacco era diretto da Vercassivellauno. Grande importanza aveva il terreno per la pendenza in senso sfavorevole ai nostri. I Galli attaccavano lanciando dardi, avvicinandosi in formazioni coperte dagli scudi; continuamente forze fresche sostituivano quelle stanche; gran quantità di materiale veniva gettato sulle nostre opere di difesa, permettendo ai Galli di tentare la scalata e ricoprendo le difese che i Romani avevano nascosto sotto terra. Ormai i nostri non avevano più armi e le forze stavano per abbandonarli. Accortosi di ciò, Cesare mandò in aiuto dei reparti in pericolo Labieno con sei coorti, con l'ordine di far uscire le coorti dal vallo per un contrattacco se non avesse potuto sostenere l'assalto nemico, ma di far ciò solo in caso di estrema necessità. Egli stesso, poi, scese tra gli altri soldati e li esortò a non lasciarsi vincere dalla fatica, dicendo che da quel giorno e da quell'ora dipendeva il frutto di tutte le battaglie precedenti. I Galli di Vercingetorige, che combattevano nella linea interna, perduta la speranza di poter sfondare il trinceramento romano fortificato in modo formidabile, tentarono di raggiungere e attaccare le posizioni più alte, e là portarono tutte le macchine da guerra che avevano preparato; paralizzarono i difensori delle torri lanciando una grande quantitè di dardi; riempirono con graticci e materiali i fossati, aprirono brecce con le falci nella palizzata e nel parapetto. Cesare mandò prima il giovane Bruto con alcune coorti, poi il legato Gaio Fabio con altre, infine, mentre si combatteva più accanitamente, andò egli stesso a portare aiuto con forze fresche. Rinnovata la battaglia e respinti i nemici si diresse dove aveva mandato Labieno: portò con sé quattro coorti prelevandole da un vicino forte e ordinò a una parte della cavalleria di seguirlo, a un'altra parte di procedere lungo le difese esterne e attaccare i nemici alle spalle. Labieno, dopo aver visto che né i terrapieni né i fossati potevano resistere all'impeto dei nemici, radunò trentanove coorti, che poté trarre dalle posizioni vicine, e mandò ad avvertire Cesare di quello che riteneva necessario fare. Cesare allora si affrettò per essere presente al combattimento. Quando lo videro arrivare, riconoscendolo dal colore del mantello che solitamente portava in battaglia, e videro le torme dei cavalieri e le coorti da cui si era fatto seguire (dalle alture occupate dai Galli infatti si vedeva il declivio dal quale egli discendeva), i nemici si lanciarono all'attacco. Entrambi gli eserciti elevarono alte grida e un grande clamore rispose dal vallo e da tutte le fortificazioni. I nostri lasciarono i giavellotti e diedero mano alle spade. All'improvviso apparve alle spalle dei nemici la cavalleria; altre coorti si avvicinavano. Inseguiti dai cavalieri i Galli volsero in fuga. Vi fù grande strage: Sedullo, comandante e principe dei Lemovici, fù ucciso; Vercassivellauno arverno fù catturato mentre fuggiva; furono portate a Cesare settantaquattro insegne militari; pochi soltanto di un sì gran numero arrivarono salvi al campo. Quelli della città, vista la strage e la fuga dei loro compagni, perduta ogni speranza di essere liberati, ritirarono le truppe dalla linea romana che essi attaccavano. Appena inteso il segnale della ritirata i Galli dell'armata di soccorso uscirono in massa dal campo e si diedero alla fuga. E se i nostri legionari non fossero stati troppo stanchi per le fatiche di tutto quel giorno e per i continui spostamenti, avrebbero potuto completamente distruggere l'intero esercito nemico. A mezzanotte la nostra cavalleria, mandata all'inseguimento, raggiunse la retroguardia dell'esercito in fuga, molti uomini furono raggiunti e uccisi, gli altri rientrarono nelle loro patrie."
Mi sono risolto a questa piccola antologia per evitare di metterci del mio (Si può rischiarare il sole con una lanterna?), impaurito del confronto. Della grandezza, della unicità dello stile di Cesare d'altronde ne fù sgomento anche lo stesso Cicerone, sì proprio lui, il grande Marco Tullio Cicerone, il principe degli avvocati, l'oratore famosissimo, il rètore maestro di eloquenza e di prosa, colui che portò la lingua latina a vette mai raggiunte, colui che ancora si studia nelle scuole. Cicerone, di Cesare avversario politico, dopo aver letto il De Bello Gallico disse: "Questi libri sono nudi, schietti, affascinanti, spogli d'ogni retorica come una persona della veste. Cesare volle fornir materia a chi intendesse scrivere di storia; ma fece cosa grata, se mai, agli sciocchi che vorranno aggiungervi i riccioli; ma alle persone assennate tolse la voglia di scrivere."
16 ott. 1994