50 anni nel Pci, di Emanuele Macaluso (2003), editore Rubbettino. pagg. 252 euro 10,0.

Nota di copertina: Sul ruolo del Partito Comunista, nella vicenda politica italiana, la discussione è più che mai aperta e spesso diventa rovente. E lo diventa ancora di più quando si discutono personalità come Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer. Recentemente su questi temi sono stati pubblicati vari saggi, si sono intrecciate polemiche giornalistiche e sono stati trasmessi servizi televisivi.

Emanuele Macaluso è stato uno dei protagonisti della storia del Pci, e oggi dà alle stampe un libro in cui racconta quella storia, parlando dell’adesione e del cammino accidentato in quel partito, della sua vicenda politica e personale. Particolare spazio hanno gli uomini che incontrò e con cui ha lavorato: Togliatti, Longo, Secchia, Sereni, Berlinguer, Di Vittorio, Amendola, Ingrao, Pajetta, Natta, Alicata, Bufalini, fino ad Occhetto che, con la svolta della Bolognina, chiuse quella storia. Completa il libro uno scambio di lettere tra Franchi e Macaluso.

Macaluso, come Sciascia, usa la Sicilia come metafora di quello che sarà il suo mondo, e ci offre dei ritratti inediti dei dirigenti del Pci, in rapporto alla politica italiana e al movimento comunista internazionale, dipingendo un quadro di questo partito destinato ad aprire nuove discussioni. Anche perché l’Autore scrive del "suo" Pci con quel taglio critico che lo distingue nel panorama della sinistra italiana e nel dibattito politico del nostro paese.

Nota di recensione: Lo scrivo di malavoglia: "E’ un bel libro". Lo scrivo di malavoglia perché Macaluso mi suscita l’antipatia che mi suscitano i grilli parlanti, quelli che cercano sempre il pelo nell’uovo e non perdono occasione per impancarsi a dire "Io ve l’avevo detto", "Io v’avevo avvertiti". Ma il libro è forte, appassionato ed è scritto bene; non credo che si possa chiedere di più ad un qualsivoglia politico che voglia illustrarsi scrivendo.

Non mi turba il fatto che M. ad ogni pagina ci ricordi d’essere stato antisovietico e socialdemocratico (si vede di peggio, oggi, tra gli ex e i post pci), mi dà fastidio che la sua "rilettura" l’abbia fatta con gli occhi di uno d’oggi. Che sia restato, coprendovi incarichi rilevantissimi, in un partito del quale, a suo diretto dire, non ha mai condiviso le posizioni e gli orientamenti. Giudico infine inelegante che oggi, finito il tutto in cenere, infierisca sugli sconfitti.

Il suo unico crinale di giudizio è il rapporto con Mosca. Dimenticati i meriti di Giuseppe Stalin nella resistenza al Nazismo. Dimenticato quel che nei suoi ottant’anni di tormentata esistenza l’Unione Sovietica rappresentò per i poveri e i giusti di tutto il mondo. Dimenticate le centinaia di migliaia di persone che per il comunismo e per l’Urss ovunque hanno dato volontariamente la vita. Dimenticati il maccartismo e la guerra fredda, dimenticato il ruolo dell’Italia nello schieramento militare alleato, dimenticato l’anticomunismo viscerale e intimidatorio delle gerarchie cattoliche, dimenticata completamente l’arroganza dei democristiani e le loro responsabilità nel degrado morale ed economico del paese, così come sono state dimenticate le ruberie dei socialisti e la loro politica miope, avida e aggressiva ed è stato dimenticato il disprezzo di costoro verso il partito nel quale M. militava.

E ora, tenendo la penna ben stretta sulla destra, viene a raccontarci di Craxi come di un grande leader popolare e democratico e di come il Pci non sciogliendosi nel Psi abbia perduto la più grossa occasione per diventare finalmente qualcosa di effettivamente utile al paese.

Mentre è estremamente critico coi diversi segretari che nel tempo hanno guidato il Pci e con i molti personaggi con i quali nel suo ambito nei suoi 50 anni di militanza ha condiviso speranze e delusioni.

A cominciare da Palmiro Togliatti che definisce "un conservatore che agiva da democratico" e alle cui "famose ambiguità" contrappone il "coraggio di Nenni". Pur apprezzando talune scelte di T. in politica interna, M. senza mezzi termini gli addebita la rovinosa sconfitta del ’48, dovuta al fatto "che T. volle continuare a tenere il partito, nonostante che sapesse degli errori e degli orrori dello stalinismo, sotto l’egida della chiesa madre moscovita", stranamente immemore, "il comunista" Macaluso, della "conventio ad excludendum" che ha impedito l’avvicinarsi del suo partito alle stanze del potere e dell’efferato clima di caccia alle streghe che dai circoli reazionari nazionali ed internazionali ha spirato e tuttora spira contro i comunisti. Eppure serafico scrive che "dopo la sconfitta del ’48 si avverte una difficoltà di analisi e di iniziativa politica nel Pci e in Togliatti; una reazione politica cominciò a manifestarsi invece nel Psi di Nenni e Moranti". Né risparmia al "Migliore" (mai chiamato così) la colpa d’avere impedito, col suo carattere freddo ed autoritario, che nel partito venissero fuori (e qui scrivendo probabilmente M. pensava a se stesso) "voci di costruttivo dissenso". Lo salva solo perché, dice, "se non ci fosse stato Togliatti, il Pci sarebbe caduto nelle mani dei Secchia e dei Longo", cioè dell’ala militarista. Sperticate invece sono le lodi che innalza a Giuseppe Di Vittorio in ragione del fatto che "D.V. seppe sottrarre la CGIL alla ingerenza del partito, e già nel ’47 era favorevole ad intendersi con la Dc di Alessi" (un notabile locale di nessun peso a Roma; ma questo M. non lo dice), così come le innalza ad un tale palermitano di nome Cicciuzzu Davì perché già allora "autonomista e antistalinista" (ma guarda che fenomeno!, mi viene da dire).

E’ l’antisovietismo il crinale sovra il quale il chierico Malacuso assolve e condanna, vede e giudica. Ci addolora che un vecchio comunista col piede sull’orlo della fossa com’è lui non abbia saputo trovare, nel "redde rationem" col foglio bianco, un metro di giudizio intellettualmente più progredito e meno convenzionale della solfa che da oltre cinquant’anni gli anticomunisti di vocazione e di elezione ininterrottamente ci suonano nelle orecchie, solfa che ha reso questo paese, ben più degli errori dei dirigenti del Pci, un paese anomalo.

Nessuno impediva a Macaluso, se quelle erano le sue convinzioni, se così forte era il suo disagio a coabitare con i vari Togliatti, Berlinguer e Occhetto, di salutarli ed andarsene. Se non nel ’56, quando lo fecero Silone e Calvino, poteva farlo nel ’68, o, se non allora, all’inizio degli anni novanta, o anche oggi stesso se ancora così forti e attuali sono queste le sue ragioni, invece di continuare quasi quotidianamente a dispensarci i suoi ammaestramenti a totale compiacimento dei circoli reazionari e anticomunisti e ad ulteriore dimostrazione (qualora ce ne fosse ancora bisogno) che il comunismo è finito ma non l’anticomunismo.

Gradiremmo sapere dove abbia fatto la sua pubblica Bad Badesberg questo politico che nei suoi "50 anni nel Pci" è stato sempre abbarbicato ai vertici dell’organizzazione, rivestendo per lunghissimo tempo e con diversi segretari cariche rilevantissime (da responsabile dell’organizzazione a direttore dell’Unità, a capogruppo parlamentare).

Pur lodandoci, ma neanche sempre, di chi la mente, di chi il cuore e di chi altri il coraggio e l’abnegazione, si rivela sempre ipercritico nei confronti delle scelte politiche dei suoi ex compagni di partito. Definisce pelosamente Paolo Bufalini "intellettuale-funzionario" implicitamente smascherandone i limiti di autonomia. Ha parole critiche nei riguardi di Luigi Longo perché "strappò, strappò (con Mosca), ma non ruppe mai" e "dopo l’invasione di Praga non sottrasse il Pci all’influenza di Mosca". E’ durissimo "perché non tollerava critiche all’Urss" il giudizio su Gian Carlo Paletta, che definisce "stalinista di sinistra". Come altrettanto duro è quello su Giorgio Amendola, che liquida con uno "stalinista di destra" che pur se meno obbrobrioso dello "stalinista di sinistra" riferito al povero Pajetta fa reaganiana giustizia di chiunque, qualsivoglia fosse la sua posizione, in qualche modo indulgeva nei riguardi dell’Unione Sovietica.

Non è positivo il giudizio su Pietro Ingrao che pure quale presidente della Camera diede prove di grande moderatezza (avrebbe dovuto farlo lui, M., il presidente della Camera, ma Berlinguer scontò il veto dei cattocomunisti che ritenevano M. troppo tenero verso Craxi e quindi in contrasto con la politica di compromesso storico con la Dc), perché ritenuto "avanti, troppo avanti, con le idee" e pertanto inconcludente per eccesso d’astrattezza. Ne esce distrutto il "coltissimo e intelligentissimo" Mario Alicata che, ironizza M., "aveva l’ambizione di trasformare il mondo", cui addebita l’essere stato un "irriducibile giacobinista", e il cui "furore stalinista" suscitava orrore. Fa a pezzi il povero Occhetto impietosamente definito "politicamente inidoneo, strategicamente incapace, caratterialmente instabile", cui rimprovera di non avere sciolto nel Psi il partito malato anziché cercare di riformarlo alla Bolognina. Stigmatizza che Occhetto si sia illuso, nel ’93 quando sotto i colpi di maglio del pool di Mani pulite e il peso degli scandali i partiti del cinquantenario malgoverno miseramente crollavano, di poter finalmente passare alla cassa, così rivelando "una concezione della giustizia forcaiola che non ha fatto onore al partito".

Negativo è anche il giudizio su Enrico Berlinguer in quanto "patologicamente craxifobico", perché anziché assecondare la politica lungimirante del segretario socialista "si mise a cercare improbabili terze vie". Ci fa anche sapere, scrivendolo a chiare lettere, di avere sempre ritenuto perniciosa la decisione di B. di fare, nei primi anni ottanta (i famigerati anni della "Milano da bere", il lettore se ne ricorderà), della "questione morale" un vessillo di identificazione del partito, ché questo atto di superbia politica si rivelò infruttuoso e "ci isolò" elettoralmente. Tremendamente scrive – son parole pesanti come macigni – che "da allora il Pci finì di essere una risorsa per il paese e ne divenne un problema".

E Alessandro Natta? "Per carità, un gran galantuomo Alessandro Natta. Ma dopo Berlinguer sarebbe stato meglio scegliere come segretario il migliorista Napolitano" anziché lui, che "finì per farsi sottomettere dai nuovi rampanti" (l’allusione è a Occhetto e a Massimo D’Alema di cui brevemente sottolinea "il cinismo e l’aridità d’animo", come se l’agone politico fosse il club delle giovani marmotte).

E così disdicendo, cari compagni. Il libro lo si legge volentieri perché con dovizia di particolari ci racconta fatti importanti ai più alti livelli degli ultimi cinquant’anni, rivelandoci la durezza della lotta all’interno e intorno ad un partito che era duro e fragile, e monolitico solo all’apparenza. Ma non ne giustifica gli errori che evidenzia, non cerca di spiegarli, di ragionarci sopra, di comprenderli. Sbagliarono per corto coraggio, per mancanza di lungimiranza.

Né in chiara linea finiana ci risparmia l’insopportabile rituale del piagnisteo filogiudaico "per le stragi di ragazzi israeliani uccisi dai kamikaze palestinesi con atti di terrorismo spaventosi, e le rappresaglie di Sharon con lo sterminio di altri ragazzi palestinesi" (come a dire che la colpa è dei palestinesi che non vogliono rassegnarsi a morire di fame e sete nei campi profughi). Ha ragione il virtuoso e lungimirante Macaluso, speriamo che ci pensi George W. Bush a questi poveri disgraziati. E chi, se non?

Un’ultima cosa, quasi per sottolineare umorescamente quanto sia malefica la politica e quanto possa il fanatismo nelle coscienze delle persone. Questo libro che sbagliando o indovinando a me è parso l’opera di un revisionista poco o punto comunista, me l’ha imprestato, insistendo perché lo prendessi, un mio zio democristiano, al nobile scopo di darmi contezza, con la sua lettura, di questo spaventevolissimo dirigente comunista suo coetaneo e concittadino. Che mio zio "nei suoi 50 anni nella Dc" ha sempre visto come la quintessenza del fanatico bolscevico, terrorizzato che un giorno o l’altro lo avrebbe visto con i suoi compagni cosacchi abbeverare i cavalli nelle acque della marmorea fontana del Tripisciano. Questo mio zio (che è uno di quelli che hanno fortemente creduto che i comunisti mangiassero i bambini) non sa darsi pace del fatto che ora, caduto grazie al papa e a Dio il comunismo, uno come lui trovi il coraggio d’affacciarsi agli onori del mondo civile e far finta d’essere sempre stato ragionevole e democratico.

7/2/04