"CHIC"- Viaggio tra gli italiani che hanno fatto i soldi, di Gian Antonio Stella - Mondadori giugno 2000 - lire 30.000.

Stella è un vicentino sornione e grasso come que' gattoni che tanto concorrono a nutrire i buongustai (e i ristoratori) del suo paese. Scrive sul Corriere della Sera delle italiche mal costumanze e ciò che scrive è fotografia vera di quest’Italia sudicia e sfarzosa della quale egli, con un’ironia magistrale ma che mal cela l’indignazione, mette a nudo i peccati e la volgarità.

Con questo libro dal titolo e dal sottotitolo significativi ha voluto servirsi della vanga delle duecento pagine anziché della paletta delle due-cartelle-due, o anzi di un bulldozer. E ha prodotto un’opera che se non avessi paura che, impressionandosene, le giovani anime dei nostri figli per reazione si volgerebbero a Bertinotti (un rimedio peggiore del male) io l’obbligherei come testo d’obbligo nelle scuole dell’obbligo.

Anche perché si raccomanda come bell’esempio di buona scrittura, il che non guasta mai, e diverte, stante la capacità dell’autore di coniare con i termini più appropriati espressioni sapide e felicissime. Sue armi preferite sono il paradosso minimalista e l’ironia, e da lì discendono, pur in tanto sfacelo, descrizioni che pur lasciando sgomenti esilarano. Come quando, a proposito di una frugale Alessandra Mussolini che sostenendo di non avere pretese di vita elevata giura che per vivere le basterebbe un miliardo e mezzo l’anno, egli con un semplice, sardonico "scossa da brividi di francescanismo" ci dà la misura dello scempio uscito di bocca alla pugnace onorevole.

Il libro è nella sostanza una ricca e composita galleria o un serraglio, o quasi un bestiario, di intrallazzisti baciati dalla fortuna e giunti improvvisamente alla notorietà, di neo ricchi d’una sola generazione, di villani inopinatamente montati in sella, di evasori fiscali d’ogni tacca e di eccellentissime signore di grandi costumi e di piccole virtù che solo fortunate circostanze se non la più totale mancanza di scrupoli hanno sollevato al salotto.

I personaggi nominati sono circa 900 (il volume è opportunamente provvisto di un indice dei nomi) e di un centinaio di essi il crudo ritratto a colori è esposto al pubblico ludibrio.

Iniziando da chi per uccellare il fisco fittiziamente risiede a Montecarlo negandolo spudoratamente ("a Montecarlo? Sì, solo ogni tanto. Solo per prendere un gelato in Avenue Princesse Grace"). Così imperterriti giurano e spergiurano il benemerito disoccupato miliardario Alberto Tomba, il fustigatore di costumi Ezio Greggio, la bella e cespugliosa (le definizioni sono dell’autore) Maria Grazia Cucinotta, i corridori motociclisti Loris Capirossi e Max Biaggi, il tenore Pavarotti e quell’Andrea Bocelli anche lui tenore, che se pur cieco d’entrambi gli occhi quando seppe che la Guardia di Finanza aveva deciso di guardargli i conti ebbe ad esclamare di "non vedere le ragioni di tanto accanimento". E poi il volitivo Adriano Galliani, la top model Carla Bruni, l’attore Ricky Tognazzi, il tennista Andrea Gaudenzi, il padrone della Mondialpol Gian Marco Calleri e i dioscuri-con-signore Pippo Baudo e Mike Bongiorno con i quali, per non scrivere troppo, ci fermiamo ("d’altronde i più numerosi sono gli italiani" dicono alla Gendarmèrie). "E’ tutta colpa dell’invidia" intona Pavarotti dal sudore nero seppia (è evidente che un Pavarotti non può che intonare), il quale, apertamente agognando un’Italia nella quale si possa evadere con meno clamore, teorizza "di essere favorevole ad un despota democratico" fino a che, in un irrefrenabile crescendo rossinian-autoritaristico, non arriva a confidarci di volere la pena di morte perché "quando da bambini eravamo felici in Italia c’era la pena di morte". E se il pingue Pavarotti intona, la vispa taglieggiatrice di sponsor Rosanna Lambertucci (sospirando) gorgheggia "di essere ormai diventata un modello", un modello che - spiegano le carte processuali –, "insaziabile di soldi, si sfogava abbuffandosi di soldi, e che appetito dopo tante diete..." "E se gradite che sorrida c’è un supplemento di 250 milioni, naturalmente in nero". Ah, questi sponsor sempre così tirchi!

Tirchi anche col povero Baudo. "Baudo mandava in giro i suoi - si legge nelle carte processuali - a dire alle aziende che avrebbero dovuto pagare un extra in nero se non volevano che si innervosisse. Ed ecco dalla sola San Benedetto 450 milioni per "Partita doppia", 250 milioni per Sanremo 1995, 325 per Sanremo 1996...". Totale almeno un miliardo e mezzo, da aggiungere al sontuoso stipendio, e alla pensione di 1 milione e 190 mila lire al mese che prende dalla Siae. Soldi finiti dove? Forse nel Lietchtenstein dicono gli accusatori. O forse nel "tesoro" di una società offshore, la Eltaway, attraverso la quale "due avvocati inglesi gli amministravano case e terreni per una diecina di miliardi".

E il Pippone nazionale "accorato come un eroico minatore annerito dal carbone del Sulcis a lamentarsi che per questo lavoro sta dando la vita!". E a piangere accorato che "la Katia i soldi non è che li spende, li sperpera, li distrugge. Lei quando prende del denaro non vede l’ora di liberarsene... Le scarpe, ecco, parliamo delle scarpe. Io dico: ma come si può comprare lo stesso paio di scarpe per cinque volte senza rendersene conto? Indubbiamente favorirà l’industria calzaturiera, ma è una mania che io non accetto. E’ immorale, Katia avrà qualcosa come mille paia di scarpe". Come se invece le sue debolezze, sue del Pippo intendiamo, fossero morali. Perché lui da buon siculo ha il mal della pietra. Al suo pettoruto usiguolo per dono di nozze ha regalato un appartamento nel residence Rosa Maris, in Avenue des Papalins. A Montecarlo sì, ma quasi un pied-à-terre rispetto alla casa coniugale di Roma su più livelli e con un bellissimo terrazzo vicino a piazza di Spagna, uno studiolo in rapporto alla villa di Pippo nel paese di Santa Tecla, un monolocale se confrontato con la residenza al mare di Sardegna, un loculo se accostato al maniero medievale restaurato vicino a Spoleto. Ma lei ama quello monegasco: "Amo e rispetto il mio paese - cinquetta sospirando - ma penso che prima o poi lo lascerò per sempre". Ingrata patria non avrai le mie ossa.

C’è poi la Daniela Santanché, un’instancabile animatrice di feste che essendo arrivata al mondo tra i molti camion del padre ha coltivato una vera e propria passione per i rimorchi. "Già da piccola - è lei che ce lo racconta - preconizzavo che avrei fatto molta strada e il mio modello di vita già allora erano le donne che da Dior compravano perfino le calze, che hanno bambini bilingue a 2 anni e che se sono a lutto si guarniscono soltanto con brillanti e perle nere. Che parlano in francese al cane e hanno un fantasma nel castello". Per cui subito s’agganciò a un chirurgo estetico milanese che le diede velocità e ricchezza, oltre che un cognome del quale si è impossessata come se fosse un numero di targa ("sta scritto nei patti del divorzio, d'altronde se dici Santanché oggi tutti pensano a me non a lui"). Perché quando s’accorse che il chirurgo rispettava forse un po’ troppo i limiti di velocità se ne liberò per agganciarsi e prontamente ripartire a rimorchio di un industriale farmaceutico ("un medico è un medico ma un industriale è un industriale, vuoi mettere?"). Adesso ha un cuoco che ha la faccia di un ambasciatore, la sua cagnolina va soggetta a gravidanze isteriche e ai film gialli pare che pianga e il suo protetto sarà presto un barbuto missionario del Katanga che le ha presentato una baronessa. Ha un salotto a Roma uno a Milano e molti amici importanti. Tutti rigorosamente di destra ("ma molti che sono di sinistra vorrebbero entrarci, ma lo dirò io quando sarà tempo"). Amici importanti come l’onorevole avvocato Ignazio Maria Benito La Russa deputato al parlamento nazionale e vice di Fini. "Un giudice dell’Inquisizione, però gaudente" l’ha definito con un ardito accostamento l’amabile padrona di casa. Il giudice – ce lo racconta divertita la stessa Santanché - ha un pastore tedesco che "alla lettera c drizza le orecchie, al com ha già i denti digrignati e prima che Ignazio finisca la parola compagni il lupo già ha preso ad abbaiare come un ossesso". "Però da noi è gaudente", subito ci tranquillizza (riferendosi al La Russa, non al cane).

E’ un mondo tutto speciale; hanno figli che portano nomi come Lupo, Araba, Polissena, Chantal, Allegra e Urania, figli che crescono in mezzo alle feste che i genitori instancabilmente organizzano per manifestare a loro il loro affetto e agli amici la loro ricchezza; feste dove i rampolli già precocemente avvisati del loro ruolo mandano gli inviti alle mamme e ai papà sottolineando che "è gradito l’abito da sera".

E sì, sono proprio speciali. Speciali come il bambino di quel Carlino Scognamiglio già felice presidente del Senato con i polisti e altrettanto felice ministro con gli ulivisti che forse perché ancora memore del fatto che quando andava a scuola prendeva tutti 4 e 3, per festeggiarlo adeguatamente della promozione in quinta (elementare) volle regalargli a lui e ai suoi amichetti un viaggio (vero) sul lussuosissimo treno presidenziale, duecento metri di velluti ed ori, picchetti di polizia in ogni stazione e precedenza assoluta su tutte le linee. "Sono così precoci...". Precoci come il rampollo dei Marzotto che si accendeva le sigarette dando fuoco a delle banconote.

O come Allegra, la figlia della stilista Donatella Versace, benedetta da zio Gianni (uno degli amanti del quale, a dar retta ai maligni, pare che fosse il marito di mamma) da un acquazzone di 3.581 miliardi che ne hanno fatto la bambina più ricca d’Europa davanti persino ad Athina Roussel Onassis e sesta assoluta in Italia.

Vennero al mondo, i Versace, nella provincia di Reggio Calabria da un oscuro commerciante di carbone e forse ancora gli par di sentirlo l’odore della fuliggine. Ed è probabilmente per questo che Donatella i lunedì va a New York, i mercoledì a Tokyo, i venerdì a Milano, le domeniche a Francoforte e quando si sente il capello nevrastenico prima si reca da Roberto D’Antonio, il parrucchiere dei divi, un po’ psicologo e un po’ confidente, illuminato maestro di ciocca che al modico prezzo di 180 mila lire scolpisce anche la magica chioma nutellata di Cesarone Maldini (l’unico al mondo con i capelli veri che sembrano falsi) e poi "per cercare un equilibrio tra lusso e classe" va a fare shopping per gioiellerie.

E magari anche un po’ per riprendersi della morte di Gianni, di quella morte che da ricchi li fece tutti ricchissimi. E’ un tocco d’arte la descrizione che Stella ci fa delle esequie dello stilista, esequie che la severissima Curia milanese stranamente consentì (per carità cristiana o forse per la bazzecola di un miliardo) che si celebrassero addirittura nel Dòm (in perfetto dialetto meneghino, per far dimenticare le non lontane origini calabresi), a conferma del fatto che è proprio vero che Dio ama i poveri ma aiuta i ricchi. Con i Vip con gli occhiali neri esibiti non per nascondere occhi rossi di pianto ma per celare l’indifferenza e i fazzoletti di seta portati subitaneamente agli occhi quasi dovessero contenere un improvviso scoppio di lacrime proprio nel momento in cui i fotografi puntavano i teleobiettivi. "Lutto griffato, elegantissimo, lussuoso. Da collezione autunno-eterno". Amen.

Non sembrino amenità, è solo vanità, serissima vanità. Da noi l’industria del caro estinto ha un giro d’affari annuo di 7 mila miliardi, il doppio che negli Stati Uniti dove la gente è quattro volte più numerosa. Ed è per vanità che si fanno fare dei biglietti da visita incredibili, a fisarmonica, arabescati d’oro, con la filigrana. E se appena appena hanno la fortuna d’avere due cognomi si ci fanno stampare la classica corona con le 5 palle sopra. E ci scrivono di tutto, anche se non tutti possiedono la fantasia dei parlamentari, che anche sotto quest’aspetto appaiono dieci anni luce davanti a tutti. Il vecchio senatore democristiano Pietro Bargellini non avendo altro da vantare scriveva di sé (nella Navicella) "vive dai 3 ai 6 anni nel Mugello, patria di Giotto, del Beato Angelico e di Andrea del Castagno", mentre un tal’altro senatore, un certo Valentino Martelli, essendo medico, sempre nella Navicella, fece scrivere "di aver compiuto oltre 200 interventi cardiochirurgici ripartiti al 50% in bypass aortocoronarici, 30% sostituzioni valvolari, 10% cardiopatie congenite, 5% urgenze, 5% aneurisma aortotoracica e addominali cronici e dissecanti".

Anche se insuperato resterà l’autoreferenziamento che di sé fece il grande Totò, il quale nonostante che sulla morte azzeratrice delle diseguaglianze avesse prodotto quella straordinariissima poesia che è "‘A livella", dei seguenti titoli contemporaneamente si fregiava: "Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe Costantiniana dei Focas Angelo Silvio Flavio ducas Commeno di Bisanzio, principe di Cilicia, di Macedonia, di Dardania, di Tessaglia, del Ponto, di Moldava, di Illiria, del Peloponneso, duca di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo". E proprio vero che signori si nasce, "ed io lo nacqui, modestamente" verrebbe da dire con lui. Al quale però, chissà perché, si perdona facilmente...

E’ un mondo feroce dove chi cade non viene aiutato a rialzarsi, e breve e indistinto è il confine tra i più fortunati che fanno Jet-set e che ergendosi a difensori di diritti civili extralux organizzano sfavillanti gran galà e chi intorno a loro di continuo gira aspettando per entrarvi che s’apra la minima fessura. Tra chi è entrato e tra aspetta d’entrarvi non ci sono differenze sostanziali, e il povero Totò anche se in vita sua fece il guitto in confronto a costoro era un vero signore.

Sì, perché non si tratta altro che di lesti ciarlatani e di furfanti senza scrupoli, di troiette supersiliconate e di vecchie megere iperliftate sempre in bilico tra il cattivo esempio e il buon consiglio.

Tra i primi, nel bestiario di Stella, troviamo un tale che si autodefinisce presidente della sezione italiana dei Neopaganisti e Reincarnazionisti Mondiali, il quale una volta che portò i suoi 500 invitati a mangiare all’Hotel Excelsior di via Veneto, sostenne d’essere stato un guerriero burgundo pel fatto che "senza averlo studiato riesce a leggere il tedesco". E a chi gli chiese se lo capisse candidamente rispose "No, però lo leggo".

Ce n’è poi un altro che si faceva chiamare Il Supremo, il quale prima di finire in gattabuia stava scucendo di tasca all’Ernesto Pellegrini (uno dei tanti presidenti dell’Inter stufo di non vincere mai niente) la bazzecola di mezzo miliardo, promettendogli "un intervento mediatico capace di fiaccare le gambe agli avversari e di far volare i nerazzurri verso lo scudetto".

Meglio gli animali, verrebbe da dirsi. Ma non è poi così tanto vero perché hanno animali che hanno reso uguali a loro. Gatti e cani che "per farli dimagrire ci vogliono più soldi che per farli mangiare". La signora Marina Ripa di Meana, coerente con quando a seno nudo si batteva contro i pellicciai, i suoi amati cani di razza carlino-pug (che di nome fanno mandarino e prugna) non li vuole importunati nemmeno dal sarto Valentino, il quale se proprio ci tiene ad averli per le sue pose gli deve assicurare (a mandarino e a prugna) "lavoro in studio a temperatura ambiente di 19 gradi centigradi, con sottofondo musicale stereo (Vivaldi le quattro stagioni), pranzo di carne cruda magra con scaglie di parmigiano e 1 un milione, all’ora naturalmente. Se no si rivolga a delle comparse di Cinecittà" (Il sarto Valentino signorilmente declinò). Animaletti da compagnia, deliziosi amici dell’uomo. Che trovano requie allo stress dentro cucce di rovere noce o palissandro in stile Luigi XVI, coloniale o art decò. E magari coi collarini tempestati di pietre preziose che cambiano tonalità cromatica a seconda dell’umore della creaturina.

Ne ha per tutti Stella, e giustamente. Splendide e feroci le (molte) pagine che testimoniano della sofferta (e avvenuta) conversione dei post comunisti alle gioie del consumismo. E assai gustose quelle che ci raccontano dei fecondi rapporti del loro Lìder Massimo con il suo brillante brain staff (i gaudenti Claudio Velardi, Marco Minniti, Fabrizio Rondolino, inesauribili maitres à penser) e col suo cuoco personale (lo chef à penser Gianfranco Vissani). Gente che ancora non ha tutte le carte in regola per aspirare ad un posto di prima nel Jet-set romano ma che ci sta provando in tutti i modi "e se non perdiamo le elezioni compagni ce la facciamo". Intanto Massimo ha l’Ikarus che misura 28 metri e già frequenta il salotto esclusivo della Maria Angiolillo, "che anche il cardinale Ruini discretamente apprezza", ma già loro, i dalema boys, portano scarpe da 2 milioni e indossano abiti da 3 perché "se non possiamo cambiare il mondo, compagni, almeno cambiamo il menù e il guardaroba".

Stella forse perché convinto che i padroni si giudicano dai servi molto si sofferma su di loro. Su quel Fabrizio Rondolino capace di passare con disinvolta maestria dai romanzi di slanciata pornografia ad articoli di rigoroso distacco critico (il suo "Come non L’ho mai visto; come L’ho sempre sognato" a proposito del suo capo ai tempi del congresso del Lingotto fece scuola). Su quell’Alfio Marchini della dinastia "calce e martello" dei Marchini di Roma (quello il cui padre aveva donato al pci di Togliatti nientedimeno che il Bottegone) che, direttore D’Alema, alla boccheggiante Unità aveva fatto il grazioso cadeau d’un sostegno in denaro di 5 miliardi, e che ora, con i DS al governo, ha potuto rilevare a prezzo di favore i 5 mila appartamenti che la Banca d’Italia aveva a Napoli. Sull’elegantissimo Marco Minniti che "a conforto dei disoccupati desiderosi di un’immagine di bellezza si abbandona in Tv ad una dotta discettazione sull’orlo dei pantaloni". Sull’onnipresente Marina Ripa di Meana che "prima di conoscere l’era diessina dei cuochi aveva conosciuto quella socialista dei sarti". Su Cesarone Salvi e sulla sua, diciamo così, precaria idiosincrasia per i microfoni, perché "oltre che in tutti i giorni lavorativi dell’anno non ci sono sabati, domeniche, pasque o capodanni che Cesarone facendo violenza alla sua naturale riservatezza non ceda e abbrancando un microfono si metta a gorgheggiare, e che non c’è ramo della politica, dell’ermeneutica, della meccanica e della scienza umana in cui, pur se riottoso, non si lasci convincere a dire la sua". "Fino a che, ogni tanto, colto da una vertigine, non s’interroga sul valore del silenzio. E lo raccomanda agli altri". La moglie ha spiegato alla rivista Chi (il prestigioso titolo dell’articolo era Onorevoli alla moda) come lo Jospin leccese "che è contesissimo da tutti i salotti romani e passa la vita alternando in bocca la pipa e lo stuzzicadenti, riesca splendidamente a conciliare le battaglie di sinistra con una grande cura per i gilet, le cravatte (che sceglie "senza guardare la firma") e le scarpe inglesi. Che con ascetico rigore, forse perché è ministro del lavoro si lucida da solo, personalmente".

Né in questa amena galleria di dandies all’amatriciana poteva mancare il numero uno: quel Chicco Testa che gli innumerevoli amici chiamano "Chicco Festa". "Che vuole lo champagne migliore, l’auto blu con l’autista col cellulare ed ha pure uno stipendio da sballo". Sentiamolo filosofeggiare con vereconda modestia sulla sua irresistibile ascesa da scalcagnato barbone dell’ultrasinistra a presidente dell’Enel: "Il Potere (con la maiuscola) sa riconoscere, al di là delle intemperanze giovanili, quelli su cui può contare", così come lui ha saputo riconoscere "le svolte epocali" fino a dettare la nuova Weltanschaaunung della sinistra: "bisogna saper gioire del cazzeggio".

Il povero Migliore a quest’ora si starà rivoltando nella tomba, perché Lui, anche se era un’idiozia pauperista che i capi, per capirne i problemi, dovessero abitare in mezzo alla gente più disagiata, aveva preso abitazione in un condominio di Montesacro, ai tempi la più estrema delle estreme periferie di Roma. Oggi invece vediamo il neocomunista Oliviero Diliberto ministro della giustizia nel variopinto governo D’Alema, "portarsi 2 uomini di scorta alle Seychelles (Hotel Plantation Club)".

"Ci si rassegna presto ad essere ricchi" sospira guardando il cielo il giovane presidente di Confindustria, il napoletano Antonio D’Amato. Che però ci assicura "di essere rimasto sempre rispettoso del denaro e di odiare lo spreco". In linea con questa filosofia e con gli appelli alla revisione delle pensioni e ai drastici ultimatum sui tagli alle busta paga (dei dipendenti) che continuamente lancia, per la sua festa nella faraonica villa di Capri è voluto restare ancorato alla sobrietà e ha fatto arrivare il cattering da Pisa anziché da Parigi: camerieri, cuochi, carne chianina, pasta, fagioli, vino e tutto. Tranne l’orchestra, che l’ha voluta napoletana. E in effetti un po’ sobria dovette sembrare a chi aveva avuto la ventura di partecipare a quella più sontuosa che poco tempo prima proprio da quelle stesse parti Ciriaco De Mita aveva dato per le nozze del figlio. Una bottiglia passabile gli era costata sulle 200 mila lire e dormire in una matrimoniale 980 mila. Con replica, due giorni dopo, per lo stesso figlio e la stessa sposa, in un albergo della natia Avellino, dove inesausto satollò e sollazzò altri 500 invitati, per lo più politici e amici di partito. Fu encomiabile il senso della misura che alla seconda rappresentazione fermò il pensoso intellettuale della Magna Grecia, perché proprio nel suo sud gonfio e malaticcio stanno invalendo consuetudini ancora più originali. Come quella del consigliere provinciale dei socialisti democratici di Calabria (della corrente del gaudente ministro De Michelis) Cosimo Cherubino, un giovane grintoso che è già finito in galera con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, il quale i suoi 1000 invitati se li era portati in 4 ristoranti diversi, uno per l’antipasto, un altro per il primo, poi un altro ancora per il secondo, nel quarto per il terzo e di nuovo daccapo, sempre itinerando, per il dessert, per la frutta, per il gelato, e per la torta e i cannoli. Ormai al lusso non vuole rinunciare più nessuno. Maurizietto Raggio, il ricciolone biondo noto per essere stato l’accompagnatore della contessa Francesca Vacca Agusta e l’intestatario di uno dei conti svizzeri di Bettino Craxi consegnò una pagina unica nella storia delle galere facendosi costruire a Quernavaca, dov’era recluso, una suite penitenziaria in cui riceveva le amiche e mangiava i manicaretti che gli portavano, pranzo e cena, dal miglior ristorante.

Ormai è l’abito che fa il monaco, purché l’abito sia di Batisoni o di Caraceni. E’ una questione di status e non c’è niente da fare. Menti illuminate e prodighe che per anni e anni si sono macerate in profondi studi per la redenzione delle masse e il sollievo dei derelitti ne hanno prontamente codificato il symbol. Egli, l’uomo "chic", al polso deve avere un Flyback Tourbillon di Blanplain in platino da 220 milioni oppure un cronografo di Breguet, il discendente dell’orologiaio di Maria Antonietta che fa orologi riconoscibili da una cifra segreta incisa microscopicamente sul quadrante. Il pull dev’essere di chachemire giarrato a 8 fili di Ferragamo. Che a tavola per far colpo deve chiedere con noncuranza uno champagne Billecart-Salmon, possibilmente del ‘59. Che la giacca classica dev’essere di Ciro Paone, il cappello di Lock & Co., la cravatta di Marinella, le scarpe di Lorenzo Banfi il quale fa pubblicità alle sue tomaie scrivendo, testuale, che "amore per la natura significa anche rispetto per gli animali. Per questo i pellami, tutti di primissima qualità, provengono solo da selezionati allevamenti". E naturalmente la barca. "Che se è più corta di 30 metri e non ha almeno 4 uomini d’equipaggio ti prendono per un pidocchioso" ("Che cos’è, un gozzo?").

Le ultime pagine del libro, simboliche al massimo, sono dedicate - e non poteva non essere così - a Flavio Briatore. Ma noi non siamo in grado di riassumerle perché non una delle parole che l’autore ha usato o che gli mette in bocca può essere tolta o cambiata. Le vicende di questo saltimbanco di lusso che un rapporto segreto dei carabinieri definisce "di acclarata natura criminale" vi sembreranno incredibili, ma vi assicuriamo che sono tutte vere. E’ lui l’incontestato eroe di questi tempi che così velocemente corrono.

Per cui invitiamo il lettore che di questa come delle altre parti voglia godere, di provvedersi del volume. E vorremmo raccomandargli di far presto giacché è un libro che lo si può leggere, come per buona ventura è capitato a noi, solo sotto la canicola, essendo letteralmente ag-ghia-ccia-nte.

23/8/00