BAR SPORT di Stefano Benni (1976), edizioni Mondadori
Nota di copertina: Un momento d’invenzione istintiva, una gioia imediata che porta alla battuta, al gioco di parole, alla scoperta di una chiave comica. Più amato della nazionale di calcio, il Bar Sport non è solo un locale, è il luogo mitico nel quale si ritrova la più bizzarra fauna delle periferie urbane. Uno zoo stralunato di irresistibile comicità. Brillante e sempre pieno di trovate pirotecniche, Benni sa farci ridere con intelligenza.
Nota di recensione: Di tutte le forme dello scrivere quella per far ridere è certamente la più difficile. Per questo i più grandi umoristi son tutti tetri e nevrotici. Ore e ore sovra un foglio spietatamente bianco a spremersi le meningi; tutti i santi giorni e qualsiasi cosa facciano, ad arrovellarsi le cervella nella ricerca di qualcosa d’originale che non viene mai, o se viene è troppo poco. Non bisogna essere spietati coi disegnatori satirici, con gli scrittori di cose umoristiche ... al massimo è lecito solo consigliargli, con affettuosa sollecitudine e a beneficio della loro stessa salute, di cambiare mestiere ...
Benni, di questa genìa di poveri cirenei è uno dei più provveduti, ma non so quante notti insonni dev’essergli costato il riempire le quasi duecento pagine di questo libro con facezie e amenità capaci di muovere l’ingrato lettore al sorriso. Peggio per lui; avesse invece scelto di fare il bieco moralista alla Giorgio Bocca a quest’ora sarebbe ricco, temuto e avrebbe sicuramente appagato tutti i suoi istinti sadici.
Conosco Benni da una ventina d’anni, da quel fortunatissimo "La tribù di Moro seduto" che mi folgorò per la micidiale cattiveria, per la graffiante freschezza della verve satirica e che per lunghissimi anni m’è parso (e tutt’ora parmi) ineguagliabile per il felice concorso di tutti gli ingredienti della ricetta. Con una sapidità ed una cattiveria degne del miglior Fortebraccio, l’allora giovane Benni compiva la parafrasi di tutta una serie di avvenimenti politici che, com’è intuibile dal titolo, avevano al centro i democristiani, che, narrati nelle loro (pre)occupazioni quotidiane (che come l’autore stesso felicemente sintetizzava consistevano nel governar male per rinforzare il pericolo del comunismo che a sua volta rinforzava loro), venivano amenamente coperti di ridicolo. Subito dopo venne lo sfortunato "Non abbiamo stato noi" che invece voleva dar voce a chi non ha voce, agli emarginati, ai poveri, agli studenti, ma che subì una violenza ancor prima di nascere, quando l’editore ne mutò il felicissimo titolo (che riproducendo il gergo dei poveracci che protestano la loro innocenza produce un felicissimo micidiale doppio senso) in un banale "Non siamo stato noi" che sa solo di sgrammaticatura e salva la patria.
La delusione per la fregatura, il crescente costo dei libri e probabilmente l’intuizione d’una sua appannata verve mi ci hanno tenuto, dopo di ciò, lontano per una ventina d’anni, pur continuando a conservare, negli appunti dei libri da acquistare, la nota relativa a questo "Bar Sport", sua opera prima. Che adesso una felice iniziativa editoriale (il prezzo ridotto ad appena 5.900 lire) mi ha permesso di concretizzare.
Su di esso vale sempre quanto detto in premessa. Usare il fioretto è sempre più difficile che usare lo spadone (o il pugnale avvelenato). L’opera, un portrait de vie di schietta freschezza, disegna e colora personaggi veri e finti, tutti comuni all’ immaginario popolare. La chiave di interpretazione che muove al riso è l’iperbole, l’esaltare, cioé, come sanno fare i caricaturisti più avvertiti, i difetti di quella fauna da bar che poi siamo noi stessi e i nostri conoscenti, e dar vita alle cose e alle situazioni più comuni dando loro caratteristiche umani, o quantomeno umanoidi.
Così abbiamo il pokerista che quando bluffa, per darsi un contegno e farsi scoprire, "tira ostentatamente fuori di tasca pennello, crema e lametta e si fa la barba fischiando. Naturalmente è nervoso e alla fine della serata si è tagliata la faccia come frankestein"; c’è anche il ragazzo svogliato a scuola che "fa delle a larghe un foglio e a metà della curva deve fermarsi stravolto"; e Girardoux, il famoso ciclista, "alto più di due metri, con un culo enorme, tanto che al posto del sellino aveva una sedia da barbiere", che "beveva come un tombino" e "ruttava come un ciclope"; come c’erano il militare "che stava scrivendo a casa ed era in una sauna di sudore" e la cassiera del bar, quella "con lo sguardo della mucca quando passa il treno" e "un seno stupendo, a schiena di cammello, che teneva sparso sulla cassa, in bella evidenza", che quando arrivò il caldo "cominciò a palesarsi con vestiti mini di raso giallo, attraverso i quali si vedevano i coniglietti disegnati sulle mutande. La particolare posizione faceva sì che i coniglietti, ad ogni suo movimento, si spostassero ovunque, come se ci fosse un incendio nell’allevamento". A proposito di caldo, ...era agosto, "era così caldo che i coccodrillini scappavano dalle magliette e andavano a tuffarsi nelle granite al tamarindo", quando ad un tratto s’udì "un rombo spaventoso: sul bar piombò la pattuglia acrobatica delle zanzare di Comacchio, che si esibì in un’applaudita serie di figurazioni. Al termine della <bomba> uno zanzarone con i gradi di colonnello passò tra i tavoli assaggiandoci" .
E sentite come descrive un ristorante di lusso "...l’ambiente è in stile vecchio: grandi lampadari, specchi, statue, teste di bacco, foto di tenori dagli sguardi fieri e di colossali soprano tedeschi. ... I camerieri sono distinti e pallidi: fanno orario dalle nove alle due, poi rientrano nella bara. Il menù è in un francese rigorosissimo e ha un’apertura alare di due metri. A volte questi ristoranti sono troppo vecchi e qualcuno cade in disarmo. I camerieri sono pieni di tremiti e non è possibile ordinare minestra in brodo. Si mangia in piccolissimi separé, con una musica languida nell’aria. Le porzioni sono molto intime anche loro: un solo maccherone al sugo, l’ultimo metacarpo di un’ala di pollo con contorno di pisello e, per dolce, una crème caramel grande come un gettone telefonico. I camerieri sono molto discreti e silenziosi e camminano con due filetti al sangue sotto le scarpe per non far rumore...". Mentre su un altro piatto invece vediamo una bistecca "grande come la carta geografica dell’Asia", e a Natale, dentro la tazzina, il caffé, quello che il barista fa con la miscela delle grandi occasioni, era bello, caldo e "concentrato come se dovesse tirare un rigore".
Ma l’argomento obbligato, in ogni bar sport che si rispetti è il calcio. Così ci descrive Mandulli, la mezz’ala destra di quel grande Milan di allora (uffa!): "Il suo gioco era intelligentissimo e ragionato. Giocava sempre tenendosi le mani sulle tempie in atteggiamento pensoso e portava sui due piedi un mirino da marina. Aveva tre lauree: in geologia, per calcolare i rimbalzi sul terreno, in aerofisica, per calcolare le traiettorie, e in matematica per calcolare gli ingaggi...". E i culi!, amici. I culi delle donne! Inesausto e inesauribile terreno per le più ardite cogitazioni, eterno momento di virili comunioni e puntuale motivo d’elevazione spirituale e intellettuale, suscitatore di ispirati epinici e di canti aedici. Sentite quel che ne dice, ascoltato oracolo, il professore Piscopo, "che era un signore distinto con una bella barba sale e pepe e i baffetti aglio, olio e peperoncino, che quando nel suo bell’accento partenopeo raccontava con la stessa enfasi il suicidio di Seneca o l’atterramento di Savoldi dentro al bar non si sentiva volare una mosca". All’apparire del fenomeno "il professore veniva messo su una sedia in direzione dell’obiettivo, inforcava gli occhiali, esaminava, e intanto si tirava la barba e borbottava <vediamo, vediamo>. Alla fine alzava la testa e dichiarava ad alta voce: "Carnoso, equilibrato, ben composto. Sei e mezzo", oppure: "Michelangiolesco, ridondante, di grande effetto plastico. Sette e mezzo", oppure: "Scarniccio, nervoso, ma non privo di grazia. Sei meno meno". Tutti annuivano ammirati."
Il bolognese Stefano Benni, scrittore autenticamente popolare e anarco-comunista. Fosse, come spero, con questo libro, riuscito a strappare un sorriso all’austero, severissimo, Enrico Berlinguer avrebbe compiuto un miracolo grande come quello di resuscitare un morto.
27 nov. 1995