William Makepeace Thackeray – "Le memorie di Barry Lyndon, gentiluomo, scritte da lui stesso" (1844). Pagg. 310. Edizioni dell’Istituto Geografico De Agostini.

Nota di recensione: Redmond Barry, così spavaldo, così guascone e destro, è di certo più simpatico sia del rancoroso e cupo Julien Sorel che del povero Gesualdo Motta, ma il romanzo che ce ne racconta l’ascesa e la rovina, ché anche lui come quei due fu capace di costruirsi una fortuna ma non di mantenerla, vale dal punto di vista letterario meno de " Il rosso e il nero" di Stendhal e meno ancora del capolavoro di Giovanni Verga.

Si tratta d’un racconto didascalico e prolisso secondo il modo nel quale si scriveva nel ‘700, che nella letteratura inglese fa da contraltare – però purtroppo con un finale negativo - al femminile Moll Flanders di Defoe. Al moralista Thackeray sembra giusto e ragionevole che il dissipato e dissipatore Barry alla fine rovini (cosa costa, quando si scrive?), ma miracolosamente, lo sfrontato giovanotto, senza darglielo a vedere per non turbare i suoi scrupoli, infilandosi per la via del cuore anziché per l’intelligenza, gli prende bellamente la mano, e alla fine, nonostante il bel dire e il cattivo fare, nonostante che egli finisca i suoi giorni dietro le sbarre, la travagliata vita di Redmond Barry risulta, a chi la legge, l’esempio di un bel vivere.

Le vicende di quest’altra povera canna che si credeva quercia, che avrebbero meritato uno scrittore più "moderno" e coraggioso del manierista Thackeray, ha ricevuto abbagliante luce e notorietà dal regista Stanley Kubrick, che ne ha tratto un film che – me ne persuado ogni volta di più tutte le volte che lo riguardo – per l’uso delle luci, la originalità delle riprese, la scelta delle musiche, la bellezza dei dialoghi, la cura maniacale dei dettagli, l’impareggiabile eleganza, io giudico tecnicamente perfetto, stilisticamente perfetto, assolutamente perfetto.

Nel film del libro c’è poco, ma Redmond Barry c’è tutto. Tragicamente, splendidamente. Inconfondibilmente.

5 novembre ‘03