ANNIBALE di Gianni Granzotto (1980), edizioni Mondadori.

Nota di copertina: La storia, così come la si studia a scuola, ci permette di conoscere i fatti e anche le complesse motivazioni che stanno alla base di quei fatti, ma inevitabilmente lascia nascosto qualcosa: la "vita reale" di coloro che di quelle vicende furono protagonisti. Di Annibale conosciamo e possiamo comprendere quasi tutto - sappiamo che fu nemico implacabile di Roma, che le mosse guerra, che tenne testa alle sue legioni per un tempo lunghissimo - ma l’uomo Annibale ci rimane estraneo, sconosciuto. Chi era Annibale? Cosa sentiva, pensava, cercava in quella grande e sfortunata avventura italiana? Questo libro cerca proprio la risposta a queste domande. Intorno al generale cartaginese si ricompone l’immagine delle due grandi rivali, Roma e Cartagine, e del reciproco odio che condusse l’una a dominare tutto il mondo allora conosciuto, l’altra alla completa rovina. Attraverso i luoghi che ancora ne conservano la memoria, Granzotto ripercorre la vicenda umana di Annibale per restituircene un’immagine viva e presente.

Nota di recensione: Il risultato non sconfessa le intenzioni. La prosa è chiara e scorrevole, il testo è opportunamente illustrato da utili cartine e quel che si legge mi è sempre parso logico e convincente. Logica e convincente appare, nella sostanza, l’opinione dell’autore secondo il quale nessuno, contro la Roma di allora, contro quella Roma, avrebbe potuto ottenere di più di quel che Annibale ottenne. Anzi, leggendo il libro, ci si persuade che chiunque altri molto probabilmente avrebbe ottenuto di meno.

Non si tratta d’un volersi inchinare a tutti i costi al responso della Storia. Abbiamo l’opinione, anzi, che Bonaparte abbia avuto troppa fretta ad abbandonare Mosca, così come abbiamo la convinzione che Hitler avrebbe piegato il Leone Britannico se solo avesse avuto il buon senso di non attaccare contemporaneamente anche Stalin (nei riguardi del quale s’era anche garantito con entende di reciproco interesse). Così come nutriamo la certezza, la ferma certezza, che nessuno nel corso di questo secolo avrebbe dovuto opporsi agli Stati Uniti, insuperabili per valore, per convinzione, per l’organizzazione militare e per il tremendissimo potenziale bellico.

Ecco, così era la Roma di allora. Dominava il mondo, impauriva le genti, condizionava tutti. Annibale osò l’inosabile; giacché sui mari Cartagine non aveva scampo andò a sfidarla a casa sua. Fù prodigioso, fece miracoli, le resistette quindici anni, le mise qualche preoccupazione. Ma la sorte era segnata. Anche allora, come sempre, la differenza la fecero la ricchezza e il denaro. L’esercito del povero Annibale, logorato dal freddo, decimato dalle battaglie, ignorato dalla sua città-Stato, senza ricambi ed isolato in un vasto e ostile territorio di levantini, a cospetto della superba Roma che allora, anche se ancora non lo sapeva, era già Impero, era destinato alla medesima fine che attenderebbe ora il cencioso manipolo dei vigili urbani di Arafat se osassero muover guerra all’Esercito Israeliano, prediletto da Javhé.

Ma ha saputo meritare, il povero Annibale, un libro come questo. Non è moltissimo, ma non è neanche poco.

12/1/1997