Un calcio nel cuore di Luciano Moggi (2007, 248 pagg. €. 12,00), Tea Editrice.
 
Nota di copertina:
Luciano Moggi ha deciso di dire la sua. E l'ha fatto con un libro in cui, senza reticenze e anche con orgoglio ricostruisce i fatti di "Calciopoli" rilegge e spiega le intercettazioni telefoniche e racconta la storia che l'ha visto trasformarsi, agli occhi dell'opinione pubblica e di milioni di tifosi, da direttore generale di una squadra capace di vincere tutto a Big Boss di un'organizzazione in grado di gestire schiere di arbitri, decidere a tavolino risultati e pilotare interi campionati. Ricco di rivelazioni, il racconto di una vicenda che ha sconvolto e fatto discutere tutti gli italiani è l'occasione anche per ripercorrere la storia personale di Moggi nel mondo del calcio, dai primi passi come osservatore di giovani promesse ai grandi successi: con la Roma, il Torino, il Napoli e soprattutto con la Juventus. Scritto con Enzo Bucchioni, e la collaborazione di Mario D'Ascoli, è un racconto che merita di essere ascoltato da tutti quelli che, senza pregiudizi, vogliono cercare di capire cosa è successo: "Più il tempo passa e più cresce dentro di me la sensazione che tutto quello che è successo dal maggio del 2006 in poi abbia prodotto soltanto una finta rivoluzione. Alla folla dei perbenisti, dei benpensanti e degli ingenui sono state date in pasto alcune teste, soprattutto la mia, hanno fatto credere di aver ripulito il calcio dai grandi corruttori per poter ricominciare in modo diverso. Non è così."
 
Nota di recensione:
Ho appena finito di leggere l’accorata, appassionata, documentatissima autodifesa di Luciano Moggi e devo confessarvi che m’ha commosso. Mi capita assai di raro di commuovermi, ma se c’è qualcuno che voglia leggerlo e ha qualche dubbio se acquistarlo o no gli consiglio senz’altro di comprarlo, se è o si sente un vero juventino.
Non avrà da pentirsene. Lucianone è un uomo sconfitto, braccato, disperato, più pieno di lividi e di ammaccature di Bruce Willis quando nei film interpreta il poliziotto John McClane, e anche se dice di non avere perduto la sua fiducia nella giustizia e il suo carattere combattivo, a me è parso che sente di essere uscito definitivamente dai giochi che contano, di essere fuori dal calcio che conta (quale presidente affiderebbe le sue fortune e la propria squadra a un uomo che conserva intatti i suoi molti nemici i quali han fatto di lui una sorta di nuovo mostro di Firenze.
Eppure umanamente dispiace, almeno a me – spero che nel dir ciò non stia condizionandomi il mio essere un accanito tifoso juventino - in quest’italia compassionevole e ipergarantista che è diventato il paradiso di ben-godi per chiunque abbia l’intenzione di delinquere (a quelli che non ce l’hanno glie la fa venire...) la Juventus e il suo gruppo dirigente sono stati fatti fuori nel modo che – per dirla con il poeta – ancor ci offende... Lui dice che ricorrerà alla corte di giustizia dell’Aja e, se sarà necessario, anche all’alta Corte di Strasburgo... ma si vede che non ci crede.
Il libro mantiene quel che promette (“La mia verità su Calciopoli, le intercettazioni e quarant’anni di calcio italiano”) perché nella sua accorata autodifesa Moggi ci mette di tutto e ne ha per tutti: Ne ha per Montezemolo che alle spalle parlava male di lui e di Giraudo, ai fratelli Elkann che non trovarono mai il tempo per esprimere alla cos’ detta “Triade” una sola parola di solidarietà per difenderla quando vennero travolti dal fango che usciva da quei dossier sulla attendibilità dei quali poteva anche esprimersi qualche dubbio... , su La Stampa, il giornale della “Famiglia” e La Gazzetta dello sport, anche questo un giornale in qualche modo controllato dalla Fiat che soffiarono a più non posso su quell’infame polverone.... Sul presidente Massimo Moratti, galantuomo di dubbia autenticità che con i vertici della Telecom-Italia, in molti modi contigui alla squadra nerazzurra, aveva messo su un sistema di intercettazioni e spionaggio volto sopra tutto per stravolgere i rapporti delle forze in campo e togliere forza e prestigio alla Juventus e ai suoi dirigenti al fine di dare alla squadra del presidente Moratti quella supremazia tecnica ed agonistica che, nonostante i molti miliardi spesi, non riusciva a guadagnarsi sui campi da gioco e che solo grazie a questi maneggi è potuta ritornare a vincere uno scudetto dopo decenni di solenni madre figure.
Ne raccomando caldamente la lettura, anche perché – come promette la nota in copertina - c’è la narrazione sincera, veridica, di quarant’anni di calcio, e spesso ci vengono svelati i risvolti, molte volte misteriosi, di quella autentica jungla che è il calcio-mercato, delle manovre per poter acquistare a basso prezzo e vendere bene questo o quel calciatore (vedansi gli ingaggi di Alessandro Del Piero, quelli di Zlatan Ibrahimovic, di Emerson, di Fabio Capello, di Marcello Lippi, di Carlo Ancelotti, e le cessioni di Roberto Baggio, di Bobone Vieri (con annesso il racconto di quella che è stata definita la grande bugia di Moggi all’avvocato Agnelli...), di Fabrizio Ravanelli che si fece strapagare e quella di Zinedine Zidane per la cifra record di 150 miliardi con i quali Moggi ricostruì la squadra...). In quella giungla che è il calciomercato gli espedienti per poter precedere le rivali non erano mai abbastanza e ne occorrevano sempre di nuovi. Lui e Giraudo a differenza delle milanesi dovevano fare le nozze coi fiche secchi... , contro con le squadre capitoline che potevano contare sulla nutrita quinta colonna dei giornalisti in Rai e sull’appoggio della Federcalcio di quell’ipocrita di Franco Carraro; contro lo strapotere del Milan che poteva contare su un presidente che era anche il capo del governo (ma Moggi non fa mistero di stimare molto Berlusconi) e su un Adriano Galliani che dettava legge in Lega....; contro l’Inter del presidente-tifoso Massimo Moratti che non sapeva né comprare, né vendere e né mantenere la parola data...
Non c’è nulla che Moggi non ci racconti... di giocatori e del carattere di molti di questi, di allenatori e dei loro pregi e dei loro difetti... Dei rapporti di forza tra le società, degli arbitraggi più discussi, e delle rivalità che allignano nel mondo del calcio...
Ci racconta anche della criticata questione degli ingaggi di Ciro Ferrara e di Paulo Sosa, prima presi per la Roma del presidente Mezzaroma e che Moggi, quando Mezz’aroma cedette la sua mezzaquota a Franco Sensi, lui si portò con sé a Torino..., del processo burla, delle pressioni e delle forzature compiute dal commissario avv. Guido Rossi per condizionarne l’esito...
C’è comunque chi ne esce bene... Devo dire che sono molti quelli di cui Moggi parla bene. Come uomini sopra tutti l’avvocato Agnelli e, forse un tantino sopra dell’Avvocato, il dottore Umberto, quindi il suo maestro Italo Allodi e quindi il suo più diretto referente alla Juventus, il dottor Antonio Giraudo... Come allenatori e intenditori di calcio, Moggi ha parole elogiative sopra tutto per Marcello Lippi, per Fabio Capello e per il barone Nils Liedholm, mentre tra i calciatori su tutti emerge la gigantesca figura di Diego Maradona, un giocatore unico, un atleta fantastico, un ragazzo d’oro... Ma ha parole di autentica stima anche per Franco Causio, per Paolo Rossi, per Gianfranco Zola e per Zlatan Ibrahimovic. Non si risparmia Moggi negli elogi, e parla bene anche di parecchi altri... Pur con tutto l’astio e il livore che ha nell’animo una parola buona quando può non la nega a nessuno... E io che seguo il calcio da più di quarant’anni le parole buone (e quelle meno buone) che gli escono dalla penna le condivido in pieno... E questo per me è stato fondamentale per farmi apprezzare il libro e continuare a farmi stimare l’Uomo.
Chi ne esce male? Innanzitutto Moratti, definito più volte inaffidabile e incapace, l’arbitro Collina, Galliani che viene fatto passare per una sorta di squalo dello strapotere economico-politico-mediatico la Juventus doveva necessariamente difendersi...
Cose note a tutti, cose che sapevamo da tempo.... Come ebbe a scrivere sul Corriere della sera nei giorni che Moggiopoli infuriava il giornalista Pietro Ostellino “se l’Italia fosse un Paese serio Luciano Moggi l’avrebbero dovuto chiamare a reggere la Federcalcio, e non invidia, gelosia e interessi di bottega farne un mostro....
 
20/11/2007