Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu (1937). Editore Einaudi (1936). 212 pgg. €. 9,80
 
Nota di copertina:
“Tra i libri sulla prima guerra mondiale Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu è tra i più belli.” (Mario Rigoni Stern). Scritto nel 1936, apparso per la prima volta in Francia nel ’38 e poi da Einaudi nel ’45, questo libro è ancora oggi una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra.
L’altopiano è quello di Asiago, l’anno dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di “ozio e sangue”, di “fango e cognac”.
Con uno stile asciutto e a tratti ironico, Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l’orrore della guerra senza toni polemici, descrivendo con forma e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli orrori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.
Nota sull’autore:
Emilio Lussu (Armungia, Cagliari 1980 – Roma 1975) combatté durante la Grande Guerra come ufficiale di fanteria della Brigata Sassari. Fondatore del Partito saldo d’Azione (1919). Fu deputato nel 1921 e 1924 e partecipò alla secessione aventiniana. Antifascista, nel 1929 fuggì da Lipari con Carlo Rosselli e Fausto Nitti con i quali a Parigi fondò il movimento “Giustizia e Libertà”.
Fu tra i dirigenti della Resistenza e, nel dopoguerra, senatore nelle prime tre legislature. Presso Einaudi ha pubblicato Marcia su Roma e dintorni e Il cinghiale e il diavolo.
 
Nota di recensione:
Grazie alla vecchia ho riscoperto questo bellissimo libro che pure tante volte avevo sfiorato e mai preso! E’ il drammatico, veridico, apodittico, tremendo racconto di quel che accadeva ai nostri soldati, ai fanti e agli ufficiali di prima linea nelle trincee della prima guerra mondiale, in quella orrenda carneficina che si scatenò nel cuore della vecchia Europa nel 1914 e che poi come una malattia mortale contagiò il resto del mondo. Fu una sorte di ibrido tra le dottrine strategiche di stampo napoleonico e una nelle quali facevano capolino delle tecnologie militare avanzate che nel corso della seconda guerra mondiale e sopra tutto durante la guerra fredda sarebbero state tremendamente affinate. La guerra che si combatté in Europa fu una specie di ibrido tra le dottrine strategiche di stampo napoleonico e le nuove strategie nelle quali facevano capolino le tecnologie militare avanzate che, poi, nel corso della seconda guerra mondiale e sopra tutto dopo, durante la guerra fredda sarebbero state tremendamente affinate. Nata come guerra di movimento e poi diventata per un lungo tempo guerra di posizione sia sulle trincee del Carso che su quelle della Marna e sul fronte tra i laghi Masuri e in Galizia, persero la vita nei tre anni e mezzo che durò 11 milioni combattenti, per non contare il gran numero di mutilati e gli innumerevoli feriti e, aspetto parimenti grave anche se non meglio quantificabile, le conseguenze politiche e sociali (crisi economiche, rivoluzioni, cataclismi sociali e politici) che suscitò in tutta Europa e non soltanto.
Il racconto è talmente intriso di profonda pietà, di doloroso realismo che in un certo perfino può meravigliare che il tenente prima e poi capitano Lussu, pure fece pienamente e interamente il proprio dovere, in quei frangenti abbia potuto scampare alla morte (soldati o ufficiali di reparto si moriva lo stesso).
La narrazione che ci ha addolorati e impietositi è forse lo strumento giusto per poter confutare quella bestiale bugia che pretende che debba essere bello e appagante morire per la patria (“dulce et decor est pro patria mori”).
 
Una sola nota critica (non è un rilievo, di fronte ad un eroe come Emilio Lussu mai ci permetteremmo) ad un libro per altro raccomandabilissimo. Lussu fu un soldato, un patriota e poi un politico da additare ad esempio. Non quanti sarebbero riusciti a far quel che lui fece senza macchiarsi le mani e la coscienza. Era un uomo colto, ma non era uno scrittore, un uomo di lettere, un letterato di mestiere. E questo nella sua scrittura a parer mio forse un po’ troppo sbrigativa un po' si vede.  
Pur tuttavia noi ringraziamo la sorte che ce lo abbia conservato integro e capace di raccontarci i tremendi avvenimenti dei quali fu diretto testimone.